455-476: Cronologia del Collasso e non-caduta di Roma
Monete raffiguranti alcuni degli ultimi Augusti d'Occidente

455-476: Cronologia del Collasso e non-caduta di Roma

Introduzione

I personaggi e gli episodi della Storia di Roma che sono entrati a far parte della conoscenza comune sono moltissimi. Per l’Italia, l’Europa, e l’Occidente, Roma ha rappresentato nei secoli un exemplum inarrivabile di perfezione istituzionale e sapere politico. Nonché di forza militare. Non stupisce quindi che alcuni momenti iconici della Storia di Roma siano, anche se conosciuti a spizzichi e bocconi, piuttosto familiari alla maggior parte delle persone. Anche ai non addetti ai lavori.

Tuttavia, la diffusione di questa conoscenza popolare si limita spesso alle fasi storiche di ascesa dell’Urbe, lasciando ben poca attenzione, di converso, a quelle di-scendenti e\o di declino. Alla finis Romae si dedicano spesso poche pagine, sia sui libri della scuola dell’obbligo che sui manuali universitari (almeno quelli introduttivi) di Storia romana. Il perché è presto detto: la caduta di Roma suscita, quando va bene, un timore reverenziale.

All’analisi storica si preferiscono quindi una serie di aneddoti, come le invasioni barbariche e/o la corruzione dei costumi, che semplificano il problema senza, però, mai affrontarlo. Lo studente, anche quello universitario, che non fa dello studio della Storia romana il principale indirizzo dei propri sforzi accademici si trova, poi, addirittura a passare improvvisamente dall’evo antico a quello di mezzo.

Come se studi, magistrali, sul concetto di tarda antichità, non fossero già in voga da parecchio tempo. In un certo senso, questo articolo intende colmare, seppur in modo del tutto divulgativo, parte di questo vuoto. Soprattutto, intende proporre al lettore un’analisi dell’ultimo scorcio, non già della romanità, che, come vedremo, non ha affatto fine nel V secolo, ma dello Stato romano in Occidente. Nello specifico, quanto segue riassume gli eventi chiave che hanno segnato le amministrazioni degli ultimi Augusti d’Occidente, dalla morte di Valentiniano III (455) alla deposizione di Romolo Augustolo (476).

In ultimo, un’analisi successiva al corpo principale del testo proporrà una lettura critica del concetto di finis Romae in Occidente, allo scopo di capire come, e soprattutto se, sia lecito parlare di una Caduta di Roma.

Premessa

La morte di Valentiniano III (455) poneva fine all’ultimo periodo di continuità di governo in Occidente. Iniziava quindi un lungo succedersi di imperatori che, almeno nella pars occidentalis, furono principalmente definiti dalla brevità della loro permanenza all’ufficio imperiale e dalla sudditanza ai potentati barbarici stanziatisi entro i confini dell’Impero. Ciò valeva soprattutto per il Nord Africa, stabilmente occupato dai Vandali dagli anni ’30 del V secolo, per l’Hispania, soggetta all’influenza di diverse tribù germaniche a partire dalla calata dei Vandali (409), e per la Gallia, regione in cui il primato romano andava indebolendosi sotto le spinte di Franchi, Burgundi e Visigoti.

Petronius Maximus

Alla morte di Valentiniano III si fece Augusto d’Occidente Flavio Petronio Massimo. Si trattava di un aristocratico italiano che aveva ottenuto il favore dei Visigoti e che, con tutta probabilità, era stato il mandante stesso dell’assassinio del precedente Imperatore. La sua famiglia era fra le più illustri di Roma, un fatto, questo, che ne facilitò enormemente la carriera politica. Comes sacrarum largitionum (i.e. ministro delle finanze) al tempo di Onorio, fu due volte console durante il regno di Valentiniano III.  Nonostante le premesse, quello di Petronio non fu un regno lungo, né felice. In politica estera, la morte di Valentiniano III si tradusse subito in un deterioramento dei rapporti con il Regno dei Vandali, i quali mossero presto guerra all’Impero d’Occidente. È interessante notare che l’apertura delle ostilità violasse gli accordi presi in precedenza fra il Re vandalo Genserico e Valentiniano III.

Quest’ultimo si era infatti spinto a riconoscere la sovranità vandala su una parte dell’ex Africa romana (Mauretania Tingitana, Numidia Cirtensis, Zeugitana e Byzacena) in cambio di un patto di non belligeranza (442). La decisione di Genserico di muovere guerra a Roma nel 455 si spiegava anche con la concezione personale, tipicamente germanica, della validità dei trattati. Morto Valentiniano III, agli occhi di Genserico gli accordi presi in precedenza dovevano considerarsi privi di valore.

D’altro canto, fra le ragioni che portarono i Vandali a dichiarare guerra alla pars occidentalis si annovera anche la decisione di Petronio Massimo di prendere in sposa la figlia del defunto Imperatore, Eudossia. Quest’ultima, infatti, era già stata promessa da Valentiniano III a Unnerico, il figlio di Genserico, come parte integrante del trattato romano-vandalo del 442. La scelta di Petronio di sposare la donna, apparentemente improvvida, era comunque calcolata. Al momento della sua elezione al soglio imperiale, Petronio non era stato riconosciuto da Costantinopoli. Sposare la figlia di Valentiniano III significava quindi entrare a far parte della dinastia teodosiana. In altre parole, significava acquisire legittimità.

Stanti così le cose, Genserico mosse verso Roma, entrandovi il 2 giugno del 455. Si noti qui il coinvolgimento del Vescovo e Papa di Roma, Leone Magno. Costui venne incontro all’armata vandala presso Porta Portuense, aprendo le porte dell’Urbe in cambio dell’impegno, da parte di Genserico, alla clemenza verso la popolazione civile. Un fatto, questo, spesso poco considerato a livello storiografico ma che segnava la crescente autorità temporale del Papato in Occidente. Si verificava il terzo sacco di Roma. Il regno di Petronio Massimo, nel frattempo, volgeva al termine dopo nemmeno tre mesi dal suo insediamento.

Le circostanze della morte dell’Imperatore rimangono dubbie. Secondo alcuni storici e cronisti più o meno contemporanei agli eventi, Petronio, sorpreso ad abbandonare la città per sfuggire alla furia dei Vandali, sarebbe stato ucciso da uno schiavo. Secondo altri, come Giordane, storico di lingua latina del VI secolo, l’Imperatore avrebbe trovato la morte per mano di un soldato romano. Sidonio Apollinare, Vescovo gallo-romano contemporaneo agli eventi, sostiene invece che alcuni Burgundi altolocati avessero organizzato i tumulti in cui perse la vita l’Imperatore.

 Flavius Eparchius Avitus

In seguito all’eliminazione di Petronio Massimo, la carica imperiale fu raccolta da Flavio Eparchio Avito, un ufficiale nato a Clermont nel 395, con l’appoggio di Visigoti, Burgundi e di una parte dell’aristocrazia gallo-romana. L’insediamento di Avito all’ufficio imperiale avvenne il 9 luglio del 455. Come il regno del suo predecessore, però, anche quello di Avito non era destinato a durare a lungo. Come riportato poc’anzi, questi aveva cercato l’appoggio delle popolazioni barbare d’oltralpe, e dei loro capi tribù, per vincere la concorrenza al porporato. In particolare, il Re visigoto Teodorico II si era visto riconoscere dal neoeletto Imperatore la possibilità di estendere i suoi domini[1] dalla Gallia meridionale all’Hispania.

Questa politica di trattative inter pares fra Roma e i nascenti potentati barbarici finì per costare ad Avito il sostegno di una parte della classe dirigente italica, e non solo. Tra gli oppositori dell’Imperatore emersero in particolare Giulio Valerio Maggioriano, già comes domesticorum (i.e. comandante della Guardia imperiale) durante il breve regno di Petronio, e Flavio Ricimero, comandante romano di stirpe barbara che, come Maggioriano, aveva servito in passato sotto le insegne dell’ex magister militum per Gallias, Flavio Ezio.

Dopo solamente un anno di regno, riuscendo a cavalcare l’onda di dissenso contro il nuovo Imperatore, la fazione ostile ad Avito guidata da Ricimero riuscì a ottenerne la deposizione da parte del Senato di Roma. Era il settembre del 456. Ormai in conflitto aperto con Avito, Maggioriano e Ricimero lo affrontarono poco dopo presso Piacenza, battendolo sul campo. Inizialmente risparmiato, Ricimero e Maggioriano lo obbligarono a consacrarsi Vescovo di Piacenza per escluderlo dalla corsa al porporato. Poi, intercettato mentre fuggiva dalla città – probabilmente per recarsi in Gallia, dove ancora godeva di un discreto consenso – Avito fu ucciso, secondo alcune fonti proprio da Maggioriano.

Iulius Valerius Maioranus

Morto Avito, a nominare il proprio collega e pari in Occidente sarebbe dovuto essere l’Imperatore d’oriente Marciano, il quale si spense però il 26 gennaio del 457. Il suo successore, Leone I, si lavò inizialmente le mani della successione. Egli attribuì invece i titoli di Magister militum (iunior) a Maggioriano e di Magister militum (senior) e Patricius a Flavio Ricimero. In ragione del sangue barbarico del secondo, comunque, Maggioriano rimaneva l’unico candidato possibile al trono d’occidente. Così, quando questi fu acclamato Augusto dall’esercito, il 1° aprile 457, in seguito a una vittoria sugli alamanni (conseguita peraltro non da lui stesso bensì dal suo comes Burcone) Leone I si rassegnò. Ottenuta l’investitura da Costantinopoli, Maggioriano divenne ufficialmente Imperatore nel dicembre dello stesso anno.

In ambito amministrativo, il nuovo Augusto si distinse per una serie di coraggiosi provvedimenti. Nel suo primo atto legislativo, datato al gennaio 458, Maggioriano ripristinò la carica del defensor civitatis, figura amministrativa eletta dagli abitanti delle civitates (a cui doveva seguire ratifica imperiale) avente il compito di difendere la plebe in sede politica e legale contro le angherie degli esattori delle tasse e/o dell’esercito. Un’altra legge stabilita poco più tardi condonava i debiti dei proprietari terrieri maturati entro il 1° gennaio 458. La stessa legge purgava dal corpo di esattori delle tasse coloro che, com’era uso comune, trattenevano parte delle imposte per sé stessi. Di pari importanza, il nome di Maggioriano è passato alla storiografia come quello dell’ultimo Imperatore a perseguire una politica grande-strategica in Occidente. Nello specifico, furono tre le principali traiettorie di politica estera\interna dell’amministrazione Maggioriano:

  • Intessere una fitta rete diplomatica con i potentati barbarici insediatisi, in qualità di foederati, in Hispania e nelle Gallie. Questa politica aveva l’obiettivo di creare, nei rapporti fra gli stessi popoli germanici, un equilibrio favorevole a Roma. Così facendo, l’Impero d’Occidente avrebbe potuto fare di quelle genti guerriere un moltiplicatore di potenza, anziché un fattore di debolezza;
  • Ingraziarsi l’aristocrazia senatoriale gallo-romana, bacino dal quale Avito, ex imperatore e oppositore di Maggioriano, aveva tratto risorse e consenso politico. A tale scopo assegnò ai gallo-romani posizioni di dignità pari a quelle riconosciute all’aristocrazia italica. Durante il primo anno di regno, Maggioriano designò consules il compagno Ricimero e sé stesso, mentre nel secondo rese suo collega il gallo-romano Flavio Magno, originario di Narbona. Alla prefettura del pretorio assegnò invece l’italico Cecina Decio Basilio;
  • Riconquistare il Nord Africa. Fine stratega e comandante militare, Maggioriano fece dell’annientamento del Regnum Vandalorum il punto più ambizioso del suo programma. La mancanza del Nord Africa fra i territori soggetti all’autorità imperiale rendeva impossibile ripristinare il primato marittimo romano nel Mediterraneo centro-occidentale e privava l’Italia dei prodotti agricoli necessari al sostentamento della sua popolazione. Inoltre, da un punto di vista strutturale, la perdita del Nord Africa aveva riportato la penisola italiana alla condizione di fragilità geopolitica precedente le guerre puniche. Schiacciata fra l’Europa continentale e il Nord Africa, incapace di proiettare influenza sulle isole maggiori ed estromessa dalle principali rotte commerciali nel suo stesso spazio marittimo.

Dopo anni di immobilismo, sotto il nuovo Imperatore la pars occidentalis riacquisiva quindi vivacità sul doppio piano amministrativo-militare. Nel 458, Maggioriano respingeva con successo un’offensiva vandala in Campania. Nello stesso anno, un’operazione militare guidata dallo stesso Maggioriano annientava le forze dei foederati germanici che rifiutavano di riconoscerne l’autorità. Riunite le Gallie, il giovane imperatore fece il suo ingresso in Hispania nel 459, sottraendola al dominio visigoto. A quel punto, Maggioriano poteva dirsi pronto a sferrare l’offensiva decisiva in Nord Africa. Il progetto di Renovatio Imperii ante litteram perseguito da Maggioriano, tuttavia, si sgretolò molto presto. Era il 460 quando ricevette la notizia che alcuni sabotatori, al soldo di Genserico, erano riusciti a dare alle fiamme la flotta imperiale ormeggiata a Portus Illicitanus, Hispania sud-orientale. Poco dopo, i Vandali occupavano le Baleari, la Sardegna e la Corsica.

Battuto su più fronti e impossibilitato a rispondere militarmente perché privato delle forze di mare, l’Imperatore fu costretto a scendere a patti con i Vandali. Poi, accompagnato da un piccolo contingente di protectores, prese la strada per Roma. A Tortona, nei pressi di Piacenza, egli fu però intercettato da Ricimero e dai suoi uomini. Mentre Maggioriano non si trovava in Italia, pare infatti che il generale romano-barbaro avesse raccolto attorno a sé il dissenso contro l’Imperatore, facendosi capo di un partito contro di questi. Eliminata la sua scorta, Giulio Valerio Maggioriano fu spogliato del diadema imperiale e brutalmente giustiziato. Era il 7 agosto 461.

Con la sua morte, lasciava la scena quello che Edward Gibbon, uno dei più grandi storici della romanità, aveva definito “un grande ed eroico personaggio, quali talvolta appaiono, nelle epoche degenerate, per vendicare l’onore della specie umana”.[2]

 

La pars occidentalis allo stato in cui venne restaurata all'apice del successo di Giulio Valerio Maggioriano
La pars occidentalis allo stato in cui venne restaurata all’apice del successo di Giulio Valerio Maggioriano

Libius Severus

Il mandato imperiale di Libio Severo – senatore lucano originario di Buxentum, dove nacque intorno al 420 – non poteva iniziare sotto auspici peggiori. Ostaggio politico di Flavio Ricimero, vero detentore del potere, egli non fu riconosciuto né da Costantinopoli né tantomeno dagli eserciti provinciali di Gallia e Dalmazia. Ad ogni modo, tra le prime azioni del duo Ricimero-Libio Severo troviamo l’eliminazione sistematica di quanto rimaneva, nel tessuto amministrativo e militare, del partito dell’ex Imperatore.

A tal proposito, Libio Severo sfruttò la figura di Teodorico II, quel sovrano visigoto che al tempo di Avito aveva esteso i suoi domini sull’Hispania. A questi, ordinò di muovere contro Egidio, Magister militum per Gallias nominato da Maggioriano, cui era rimasto fedele. I Visigoti non dovettero neppure impegnare Egidio sul campo di battaglia che questi già giaceva morto avvelenato. Teodorico II non rinunciò tuttavia a gratificare sé stesso ed il suo popolo per la vittoria. Cosa che fece estendendo i suoi domini su tutta la Gallia Narbonense. Qualche mese più tardi moriva ammazzato anche Libio Severo. Correva l’anno 465. Cassiodoro sostiene che Ricimero lo avrebbe avvelenato. Nihil novum sub sole.

Anthemius Procopius

Antemio Procopio era un uomo colto, di famiglia patrizia, che poteva quindi fare affidamento su importanti conoscenze e altrettanto importanti legami familiari. Di cultura greca, egli nacque a Costantinopoli sotto il mandato imperiale di Teodosio II, nel 420. La madre era figlia di Flavio Filippo, prefetto del pretorio nel 346, e nipote di Flavio Antemio, console nel 405. Poteva vantarsi anche della discendenza da parte di suo padre, Procopio: Magister militum per Orientem, discendeva da quel Procopio, nipote di Costantino il Grande, che tentò di usurpare il trono di Valente nel biennio 365-366.

Non meno importante, formatosi presso la scuola d’Alessandria d’Egitto, dove aveva avuto come compagno di erudizione Marcellino, futuro governatore dell’Illirico, egli nutriva simpatie per i sostenitori del paganesimo. Antemio aveva inoltre sposato, nel 453, la figlia dell’Augusto d’Oriente Marciano, Eufemia, ottenendo la carica di Comes (capo delle forze armate di diocesane, superiore al Dux ma sottoposto alla figura del Magister Militum).

L’anno successivo, nel 454, gli fu riconosciuta la carica di Magister militum, per poi ottenere il consolato nel 455, avendo Valentiniano III come collega. Raggiunse il culmine della sua carriera con l’ascesa al porporato nel 467, quando l’Augusto d’Oriente Leone I lo rese suo collega per occidentem. Sotto il profilo politico, l’incoronazione di Antemio, avvenuta in Oriente, segna il riaffermarsi dell’autorità di Costantinopoli negli affari occidentali. Per legare il futuro della pars occidentalis ad Antemio, infatti, Leone I volle che la figlia del neoeletto Imperatore andasse in sposa a Ricimero, unico vero interlocutore in Italia.

Fra le prime mosse di Antemio troviamo la nomina di Marcellino a Patricius (468). Obiettivo del provvedimento doveva essere l’indebolimento del Magister militum barbaro Ricimero. Se infatti in Oriente era uso comune spezzare il comando dell’esercito in due figure distinte, aventi entrambe la carica di Magister militum praesentalis, in Occidente si era affermata la concentrazione di queste cariche nelle mani di un solo Magister utriusque militiae. Nello specifico, sapendo che a quel tempo Ricimero ebbe la carica di Magister peditum (i.e. Comandante supremo della fanteria) è ragionevole supporre che a Marcellino venisse riconosciuta quella di Magister equitum (i.e Comandante supremo della cavalleria).

Poi, la riconquista dell’Africa. Non è un segreto, infatti, che la congiuntura strategica che legò le figure di Ricimero, Antemio e Leone I fosse il comune interesse a cancellare dalla carta geografica il Regnum Vandalorum. A questo scopo, Leone I mobilitò una parte imponente del tesoro imperiale di Costantinopoli. Procopio di Cesarea scrive[3] che Leone I mise a disposizione circa 130.000 libbre d’oro, mettendo insieme una delle più grandi flotte che la storiografia militare ricordi: almeno 1000 navi, ognuna con a bordo 100 uomini, per un totale di 100.000 unità di fanteria.

L’uomo a cui la pars orientalis aveva assegnato il comando della spedizione, Basilisco, fece quindi rotta verso Cartagine, capitale del Regno vandalo. Nel frattempo, le forze del generale Marcellino attaccarono la Sardegna, occupandola con successo. La prima fase dell’operazione militare sembrava quindi prendere la piega desiderata dai romani, tanto che Basilisco stesso vinse alcune divisioni della flotta avversaria. Poi, l’impensabile. Ormeggiata la flotta presso Capo Bon (oggi Tunisia), un messo di Genserico raggiunse Basilisco chiedendo che gli fossero accordati cinque giorni per elaborare un’offerta di pace congrua agli equilibri di forza, in netto favore dei romani. Genserico, però, impegnò il tempo concessogli a ben altro scopo. Secondo Procopio[4], il quinto giorno della tregua, la flotta vandala, in parte armata di brulotti incendiari, venne scagliata contro l’immensa flotta romana. Quest’ultima, colpita da un vento che la spingeva verso terra, dunque impossibilitata a uscire dal porto, e ancor meno capace di muoversi agilmente per via della sua misura, venne quasi annientata.

Secondo lo storico di Cesarea,

“come il fuoco avanzò in questo modo la flotta romana cadde in agitazione, com’era naturale, e un gran baccano rivaleggiò col rumore causato dal vento e dal crepitare delle fiamme, mentre i soldati insieme ai marinai urlavano ordini l’uno all’altro, e spingevano verso il mare aperto con i loro timoni le navi incendiare e i loro stessi vascelli, che stavano distruggendo l’un l’altro nel più completo disordine”[5].

Mentre si consumava la tragedia, Marcellino e Basilisco riuscirono a fare vela per la Sicilia. Qui, il primo trovò la morte, probabilmente per mano di un sicario inviato da Ricimero. Il secondo, invece, fece ritorno a Costantinopoli, dove fu condannato all’esilio in Tracia. Da notarsi che lo stesso autore del disastro di Capo Bon sarebbe riuscito ad ottenere il porporato d’oriente qualche anno dopo, nel 475, ma solo per breve tempo. Basilisco fu infatti spodestato da Zenone nell’agosto del 476, e in questa vicenda trovò anche la morte.

Inter alia, la disfatta di Capo Bon, come in precedenza quella di Portus Illicitanus, al tempo di Maggioriano, si tradusse in una controffensiva da parte vandala. Respinte le forze romane, Genserico avrebbe di lì a poco riaffermato il suo dominio sulla Sardegna e annesso anche la Sicilia. Poi, un paio d’anni dopo, ad andare in rovina fu anche il rapporto fra Antemio e Ricimero. Quest’ultimo, radunate a Milano le forze di cui disponeva, partì alla volta di Roma, dove si trovava Antemio, ponendola sotto assedio.

Si noti che nel frattempo Ricimero aveva elevato alla porpora (seppur nominalmente) un certo Olibrio, un aristocratico di origini italiche che era stato inviato in Occidente proprio da Leone I, benché a tutt’altro scopo. Compito di Olibrio doveva infatti essere la mediazione fra Antemio e il suo Magister militum. Scopertosi però vittima di una trama intessuta da Antemio e Leone I ai suoi danni, Olibrio fece combutta con Ricimero, il quale, come detto, lo elevò al porporato. Le cose andarono male per Antemio: entrato nell’Urbe, Ricimero sbaragliò le forze lealiste e fece giustiziare l’Augusto d’Occidente. Poi, ordinò il saccheggio di Roma. Era il luglio del 472.

Flavius Anicius Olybrius

Rampollo della blasonatissima Gens Anicia, Olibrio godeva del sostegno dell’Africa vandala e aveva sposato nel 454 la figlia minore di Valentiniano III. Ciò faceva di Olibrio l’ultimo Augusto d’Occidente a potersi dire parte della casata teodosiana. Il suo regno, in ogni caso, fu effimero. L’evento più importante che si ricordi nei suoi circa sette mesi regno è infatti la morte di Flavio Ricimero. (Forse) per emorragia. Poco dopo trapassò anche lui (472).

Flavius Glycerius

Morti Olibrio e Ricimero, il vuoto di potere fu inizialmente riempito dal barbaro Gundobado, nipote di Ricimero e nuovo Magister militum. Poi, il nuovo Generale supremo dell’esercito occidentale, non potendo aspirare alla porpora come suo zio, proseguì la pratica di nominare Imperatori fantoccio. Così, la porpora fu assegnata a Flavio Glicerio, comandante della Guardia imperiale (473). Si prospettava un altro periodo di instabilità. L’Imperatore d’Oriente Leone I, infatti, non riconobbe l’autorità di Glicerio ed inviò contro questi Giulio Nepote, già Magister militum della Dalmazia. Il porporato di Glicerio cominciò terribilmente anche sul piano militare.

Il Re visigoto Eurico, infatti, si apprestava ad invadere la penisola italiana. Benché il suo comando militare riuscisse nell’impresa di impedirne la penetrazione in Italia, i Visigoti riuscirono ad avanzare fino a Marsiglia. Frattanto, Gundobado doveva essersi spostato nelle Gallie, forse nel tentativo di reclutare un’armata. Benché non se ne abbia certezza, è noto che poco dopo Giulio Nepote fece il suo ingresso in Italia, sbarcando a Ostia. Poi, mossosi verso Roma, depose Glicerio.

Iulius Nepos

Giulio Nepote poteva vantare un’ascendenza di tutto rispetto. Soprattutto, egli era figlio di Nepoziano, Magister utriusque militiae al tempo di Giulio Valerio Maggioriano, e nipote di Marcellino, ex comes rei militaris in Dalmazia. Il regno di Giulio Nepote, poco rilevante dal punto di vista fattuale ma drammatico nel modo in cui si sarebbe legato alla fine dell’età romano-imperiale in Occidente, iniziò con un primo successo. Nel periodo, brevissimo, in cui indossò il diadema imperiale dobbiamo ricordare che Roma – o Ravenna, dove stava la corte imperiale sin dall’età onoriana – esercitava ormai un controllo diretto su un territorio di miserissima estensione.

Come sappiamo, il Nord Africa e le isole maggiori del Mediterraneo centro-occidentale erano da tempo sotto occupazione vandala. Gli Svevi, altrimenti detti Suebi, avevano occupato, a fasi alterne, l’Hispania nord-occidentale sin dal ridimensionamento del loro regno operato dai Visigoti di Teodorico II. Quest’ultimi, invece regnavano su un territorio che comprendeva la quasi totalità dell’Hispania – ad eccezione, appunto, dei territori occupati dagli Svevi – e una parte consistente di tutta la Gallia centro-meridionale. Territorio che avevano esteso, appunto, al tempo di Glicerio, quando penetrarono fino ad Arles e Marsiglia, occupando buona parte della Provenza. Infine, in Gallia settentrionale spadroneggiavano Franchi salii e renani, mentre, in Gallia sud-orientale, si erano insediati i Burgundi.

Il Regno dei Visigoti
Il Regno dei Visigoti

Se a Oriente la romanità continuava a prosperare, e avrebbe continuato a farlo per lunghissimo tempo, in Occidente i romani potevano dirsi pienamente sovrani soltanto sulla penisola italiana, sul Norico e sulla Dalmazia. Per la verità, al tempo di Nepote, sotto le insegne della pars occidentalis militava ancora una parte della Gallia. Si trattava della porzione centro-settentrionale della provincia, fra la Somme e la Loira, una sorta di enclave romana stretta tra Franchi e Visigoti.

Questo “regno” sarebbe sopravvissuto fino al 486, anno in cui Siagrio, l’ultimo Magister militum per Gallias, figlio di quell’Egidio che tanto bene aveva voluto a Maggioriano, fu battuto nella battaglia di Soissons da Clodoveo, Re dei Franchi. Siagrio, che tanto romanticamente aveva ricevuto l’appellativo di “Re dei romani” da parte dei vicini barbari, avrebbe trovato la morte l’anno successivo (487). Portava con sé nella tomba una parte importante, pur solo sentimentalmente, della storia di Roma.

il "Regno di Siagrio", l'ultimo magister militum per Gallias, prima della debacle del 486
Il “Regno di Siagrio”, l’ultimo magister militum per Gallias, prima della debacle del 486

Nel disastro che era la pars occidentalis del tardo V secolo, come si diceva, Nepote ottenne comunque un piccolo risultato. Inviò infatti diverse ambascerie a quei Visigoti che avevano sottratto a Roma i centri urbani di Arles e Marsiglia, dunque la quasi totalità della Provenza. Dopo lunghe trattative, questi accordarono all’Imperatore la cessione della regione, ricevendo in cambio l’Alvernia (475).

In questo modo, Giulio Nepote intendeva spingere a ovest la prima linea di difesa contro i regni barbarici, salvaguardando quel corridoio di terra, critico per l’accesso alla penisola italiana, che la Provenza rappresentava. Ma Giulio Nepote, come tutti i suoi predecessori più recenti, con qualche, pure parziale, eccezione, non aveva la forza necessaria per mantenere il potere. Così, anch’egli rimase vittima dei suoi stessi subordinati e di una catena di comando militare sempre più indipendente dal potere politico. Flavio Oreste, un barbaro a cui Nepote stesso aveva a suo tempo assegnato la carica di Magister militum, gli si rivolse contro. Era l’agosto del 475 quando Oreste pose l’assedio a Ravenna. Giulio Nepote, riuscendo a scappare, trovò rifugio in Dalmazia, e qui visse, finchè non cadde vittima di una congiura (480).

Flavius Romulus Augustus

Non è facile parlare di Romolo Augusto(lo). Sia perché a questa figura, di per sé insignificante, si associa un fatto straordinario, cioè la caduta di Roma, sia perché questo fatto straordinario non rappresenta null’altro che un topos letterario. Quando fu elevato alla porpora da suo padre, quell’Oreste di cui si diceva in precedenza, aveva solamente 13 anni. Per questa ragione lo si ricorda spesso come Augustolo, letteralmente “piccolo Augusto”. Sua madre, una certa Flavia Serena, era invece una donna romana. Fu la discendenza da parte materna a renderne possibile la nomina a Imperatore da parte del Senato di Roma. Naturalmente non ricevette l’investitura di Costantinopoli, rimanendo Giulio Nepote Imperatore de iure fino alla morte.

Per via della giovanissima età non poté, né dovette, regnare. Questo fardello ricadde sulle spalle del padre, che proprio a questo fine lo aveva elevato alla porpora. Il regno di Romolo Augustolo e di suo padre, comunque, fu brevissimo. Già pochi mesi dopo l’intronizzazione ufficiale di Augustolo, avvenuta nell’ottobre del 475, scoppiava una rivolta in Italia. I disordini erano dovuti alla sollevazione di alcuni contingenti di origine germanica, prevalentemente Eruli, Sciri e Turcilingi. Le richieste erano semplici: terre da coltivare, e in cui insediarsi, nella penisola italiana. Quando Oreste non volle accontentarli, costoro fecero loro Re e comandante un certo Odoacre, anch’egli un barbaro, probabilmente sciro. A quel punto, Odoacre mosse contro Oreste, il quale riparò nella città fortificata di Pavia. Fu però sconfitto, fatto prigioniero e condotto a Piacenza, dove venne giustiziato.

Da Piacenza, le forze di Odoacre presero poi la strada per Ravenna. Qui, sconfissero quel che rimaneva delle truppe fedeli a Oreste, ora comandate dal fratello Paolo. Provando forse pietà per l’Imperatore ragazzo, Odoacre si limitò a deporlo e a mandarlo in esilio a Napoli. Era il 4 settembre 476. La fase immediatamente successiva ha particolare rilevanza nell’economia di questo articolo. Dopo la deposizione del giovane, infatti, Odoacre compie un gesto inaspettato. Non prosegue la pratica della nomina di Imperatori-fantoccio. In segno di reverenza, e giova trovarvi anche una certa astuzia, egli raccoglie le insegne imperiali e le fa portare a Costantinopoli, dove a quel tempo regnava Zenone.

Sembra quasi sentirgli dire: “Qui, in Occidente, non c’è più bisogno di un Imperatore. Restituisco a te, Zenone, le insegne imperiali, e con esse la sovranità su tutta la pars occidentalis”. Ovviamente dobbiamo ricordare che in quel momento regnava ancora Giulio Nepote, seppur solo formalmente. Era lui l’unico legittimo Imperatore d’Occidente. Augustolo, pur avendo ricevuto l’investitura del Senato di Roma, era un usurpatore. E tuttavia, ciò che importa storicamente è che Zenone non poté fare altro che accettare il fatto compiuto.

L’ascesa al potere di Odoacre non avvenne dunque in maniera dissimile rispetto ai generali barbarici che lo avevano preceduto, con l’eccezione ch’egli prese per se il titolo di Rex Italiae, anziché insediarsi presso gli uffici istituzionali di tradizione romana. E’ a questo che si riferisce Giordane quando scrive che “non molto tempo dopo che Augustolo fu fatto Imperatore, Odoacre, Re dei Turcilingi, s’impadronì dell’Italia […]”[6]. Si noti qui l’accezione giuridica dell’espressione “Odoacre s’impadronì dell’Italia”. Per Giordane, Odoacre non regna semplicemente sulla diocesi italiana, rivestendo un ruolo nel sistema amministrativo della pars occidentis, ma ha letteralmente fatto sua l’Italia. Per i successivi tredici anni, fino al 489, Odoacre avrebbe comunque, pro forma, regnato a Occidente per delega di Costantinopoli. Quell’anno, infatti, Zenone incaricò il Re Ostrogoto Teodorico della sua eliminazione. Cosa che avvenne nel 493, quando Teodorico, penetrato in Italia, lo sconfisse sul campo di battaglia. Come in precedenza Odoacre, anche l’ostrogoto avrebbe regnato sull’Italia in nome di Costantinopoli. Cosa più importante, lo avrebbe fatto in tutto e per tutto come un Imperatore romano, meno che nel nome.

La conformazione geopolitica dello spazio post-romano a seguito della deposizione di Romolo Augustolo
La conformazione geopolitica dello spazio post-romano a seguito della deposizione di Romolo Augustolo

 

Ad ogni modo, dopo la deposizione di Romolo Augustolo non sarebbe mai più stato eletto un nuovo Imperatore in Occidente. È questa la ragione per cui, ancorché convenzionalmente, la storiografia ha segnato il 4 settembre come il dies nefastus per eccellenza. Il giorno della Caduta di Roma. Ma è possibile parlare di una caduta? Quali sono gli aspetti storiografici e interpretativi realmente “diagnostici” del collasso della più longeva superpotenza della storia?

Sulla “Caduta di Roma”

L’Impero romano, scriveva Santo Mazzarino, “lungi dall’essere la roccaforte della conservazione, è piuttosto l’immagine della disgregazione di un mondo, la storia della classicità che si disfa e muore: il fatto sociologico più importante nella Storia della nostra cultura”.

Non è semplice parlare del finis Romae. Nel tentativo di spiegare il collasso della più longeva superpotenza della storia, autori di tutte le epoche si sono specchiati nella romanità, vedendo nelle cause del suo tramonto gli stessi mali che affliggevano il loro presente. E così, durante l’età medievale, impregnata di religiosità e riverenza per il sacro, tali da giustificare la massima “timor domini initium sapientiae”, la caduta di Roma generò una vera e propria “letteratura del collasso”. Al contrario, nell’età dell’illuminismo, la quale fu connotata da una forte repulsione per la religiosità, e parimenti per il sacro, la caduta di Roma venne associata all’ascesa del Cristianesimo, dipinto come un tumore dapprima isolato e poi, legittimato da Costantino e Teodosio, andato in metastasi. Con l’esito ultimo dell’annientamento dello Stato romano.

Con l’ascesa del marxismo emersero un gran numero di teorie economiche sulla caduta di Roma. Sarebbe stata la deflagrazione del conflitto fra le classi della società romana, secondo alcuni esponenti di questa corrente, a determinare la disarticolazione del sistema imperiale. Il Novecento, straziato da due conflitti mondiali, avrebbe ricondotto la caduta di Roma alla violenta irruzione della barbarie germanica nell’Impero[7]. La letteratura francese, ispirata da due guerre mondiali che avevano visto Francia e Germania contendersi il predominio sulla Mitteleuropa, fu non a caso particolarmente prolifica. Molti i panegirici raffiguranti il soldato tedesco, sozzo e assetato di sangue, essere affrontato dal soldato francese, civilizzato e, soprattutto, romano. La contemporaneità, che non è riuscita nell’impresa di sfuggire a quella pulsione di voltarsi, e spiegarsi “in Roma”, ha prodotto correnti letterarie che spiegano il declino della Civiltà romana con i cambiamenti climatici, le pandemie, il tracollo del tasso di crescita demografica.

Quanto segue non pretende di risolvere una volta per tutte il “giallo” del declino e della caduta di Roma. Intende però aiutare a capire se, e da quale prospettiva, possa essere accettabile parlare storicamente di una “caduta”. In tal senso, il seguace di Renovatio Imperii scuserà l’autore se alla fine di questo articolo i dubbi sollevati supereranno per numero quelli chiariti.

La fine, ma di che cosa?

Al momento della deposizione di Romolo Augustolo in Occidente, la pars orientalis continuava a prosperare. Addirittura, nel VI secolo, nel contesto della Renovatio Imperii voluta da Giustiniano, Costantinopoli avrebbe ripristinato il proprio controllo sul Nord Africa, spazzando via il Regnum Vandalorum, sulla Spagna meridionale, a discapito del Regnum Visigothum, e su tutta la penisola italiana, al termine di un conflitto ventennale conclusosi con la vittoria sugli Ostrogoti. E questi romani d’Oriente, arrivati in Africa, Italia e Spagna trovarono altri che erano romani quanto loro, per lingua, usi, costumi e tradizioni.

Costantinopoli, peraltro, a differenza di quanto spesso appare scritto in taluni manuali di storia (soprattutto in Europa occidentale e Stati Uniti) non stava affatto conquistando territori che considerava “altrui”, ma semplicemente stava riprendendosi il controllo di quelle terre, romane, di cui non vi era mai stata un’effettiva cessione di sovranità, né da parte di Costantinopoli né da parte della defunta pars occidentalis. Non a caso, i regni di Odoacre e Teodorico sull’Italia avevano tratto legittimità dalla “delega costantinopolitana”, in virtù della quale i due barbari avevano governato.

Nessuno mette in dubbio che Zenone, prima, e Giustiniano, poi, comprendessero perfettamente di aver perduto il dominio sulla metà occidentale dell’Impero, ma, almeno giuridicamente, il “fatto compiuto” era stato controbilanciato dalla sottomissione dei due barbari a Costantinopoli.

Il successo della Renovatio Imperii giustinianea, seppur per breve tempo, riportò Italia, Africa e parte della Spagna sotto l'autorità dello Stato romano.
Il successo della Renovatio Imperii giustinianea, seppur per breve tempo, riportò Italia, Africa e parte della Spagna sotto l’autorità dello Stato romano.

 

Benché l’esperimento giustinianeo durasse poco, è indubbio che anche dopo la calata longobarda in Italia e la perdita dei territori spagnoli si continuasse a parlare di “romani”, intesi come gruppo etnico-sociale distinto, in buona parte dei territori dell’ex pars occidentalis. Anche lo storico anglosassone Peter Heather concorda con questa lettura dei fatti, scrivendo che “dopo il 476, abbiamo ancora veri romani sia a occidente che a oriente”[8]. E allora, se di fine della romanitas non è lecito parlare (e l’autore si permette di aggiungere che, probabilmente, non è lecito parlarne ancora oggi) deve ricercarsi altrove il “certificato di decesso” dello Stato romano, almeno in Occidente.

La letteratura che pone l’accento sul 476 come anno di chiusura dell’epoca imperiale nella pars occidentalis si sofferma soprattutto sulla dimensione statuale/istituzionale del collasso. Se abbiamo visto che non può essere la romanità a “finire” nel V secolo, il problema della finis Romae, che rimane comunque tutt’altro che retorico, deve essere spostato su un altro piano.

Ciò che viene interrotto nel momento della deposizione di Romolo Augustolo da parte di Odoacre il 4 settembre del 476 è quindi “il tentativo di tenere in vita l’impero romano d’occidente come struttura politica onnicomprensiva e sovraregionale”[9]. Si tratta della morte di uno Stato, non certo di una civiltà, il quale consisteva di un’autorità centrale (l’Imperatore), di un entourage (la corte) e soprattutto di una burocrazia articolata che ne rappresentava l’auctoritas regionalmente e localmente (l’amministrazione). Di pari rilievo, la scomparsa del “mordente legale” che legava l’autorità centrale ai cittadini, e soprattutto alla classe possidente (i proprietari terrieri) attraverso la burocrazia\amministrazione. Non ultimo, i concetti di esercito professionale stipendiato dallo Stato e di burocrazia fiscale finirono per perdere di significato. Si tratta, in questo caso, di un processo lungo, dunque sfumato, di cui non può darsi una data precisa.

In Occidente, le genti germaniche che erano state fatte entrare entro i territori romani, o che avevano aperto con la forza la propria via verso di essi, avevano (anche con lo status di foederati) corroso progressivamente la sovranità di Roma\Ravenna sulle regioni alle sue dipendenze, consumando la base fiscale imponibile, impoverendo lo Stato e staccando la spina alle risorse economiche, territoriali e strategiche che ne garantivano la sopravvivenza.

Questo insieme di fenomeni sottesi al declino dell’Impero d’Occidente nel V secolo ebbero quindi manifestazione nella decisione, da parte di Odoacre, di non impadronirsi di uno Stato che, semplicemente, già non esisteva più. In assenza di un’autorità riconosciuta che emanasse leggi valide per tutti, in assenza di un sistema fiscale funzionante che garantisse il finanziamento dell’esercito, la classe sociale dominante dell’epoca, quella dei proprietari terrieri, pur rimanendo composta da individui che si dicevano, e pensavano, romani, finì col rivolgersi agli occupanti germanici per garantire la propria sicurezza, e tutelare il proprio benessere.

Ovviamente, il decesso dello Stato romano si manifestò diversamente, e in tempi diversi, nelle regioni occidentali. In Britannia, il valore (e il significato) dell’autorità romana diventa evanescente, e sparisce progressivamente, già intorno al 410. In Nord Africa, Roma (come corpo statale) viene spazzata via insieme alla resistenza di Ippona e Cartagine, nel periodo post-439. Le genti germaniche in fuga dalla pressione unna, riversatesi in massa oltre il limes renano/pannonico/danubiano nelle due fasi 376/378 e 405/406, si stanziarono come alleati dentro l’Impero, ma finirono per svuotarne progressivamente le funzioni e la sovranità. Anche questo processo è di “lunga durata”.

Quando Antemio viene inviato da Costantinopoli in Occidente (465) le regioni di Gallia e Spagna rispondono ancora in buona parte a Roma. Quando questi viene eliminato da Ricimero e Gundobado (472) la situazione è radicalmente diversa. Sconquassata strutturalmente dal fallimento della spedizione africana (468) e preda di conflitti intestini, alcuni sovrani barbarici cominciano a capire che i “privilegi” legati alla posizione di foederati non valgono più la candela (la sottomissione a Roma).

Ciò è evidente nel comportamento di Eurico, fattosi Re dei Visigoti dopo aver eliminato suo fratello Teodorico, e che, compresa la debolezza di Roma, ne approfitta per lanciare una spedizione militare che termina con l’annessione della Provenza (regione che sarà poi barattata per l’Alvernia al tempo di Giulio Nepote). È questo forse il momento di transizione dei Visigoti da popolo “alleato dentro l’Impero” allo status di principale, per estensione, regno successore dell’Impero romano d’Occidente, esteso fra Gallia e Spagna.

Si tratta evidentemente di una lettura piuttosto cruenta del fallimento dello Stato romano, ma che non per questo suffraga l’idea di una caduta di Roma. Le fonti antiche, in massima parte, hanno per tratto comune quello di ignorare quasi completamente la deposizione di Augustolo nel processo, che pure esse riconoscevano, della scomparsa dell’autorità imperiale in Occidente.

Una caduta senza rumore

L’enigma della caduta di Roma trae la sua ragion d’essere dalla differenza, netta, fra il collasso della pars occidentalis imperii romani e quello di molte altre formazioni politiche, antiche e moderne. Come scrive Arnaldo Momigliano nel suo celebre “La Caduta senza rumore di un Impero” (1973) “nell’antichità accaddero rotture rapide, riconosciute come tali, senza attenuazioni e spesso senza pietà, dai contemporanei”[10]. E infatti nel II secolo a.C. Daniele di Giudea ed Emilio Sura già potevano permettersi di codificare la nozione di “successione degli imperi”. Fu semplice per entrambi gli autori riconoscere le fasi di ascesa, declino e scomparsa di attori come Assiria, Babilonia, Persia, Macedonia, così come Atene, Sparta e Tebe. Anche se furono molti gli storici romani a trattare del tema della “senilità dello Stato romano”, non poté parlarsi di “finis” in relazione al 4 settembre 476. Mancando il dramma (l’uccisione di un Imperatore, una battaglia decisiva, una devastazione di particolare rilevanza) mancarono gli elementi per poter parlare di un crollo propriamente detto.

Come si è scritto in precedenza, Augustolo stesso era un usurpatore, e il legittimo Augusto d’Occidente, Nepote, se ne stava confinato in Dalmazia. Per di più, in caso di vuoto di potere, la sovranità sull’Occidente sarebbe tornata naturalmente a Costantinopoli, cosa che avvenne quando Odoacre restituì le insegne imperiali a Zenone. Paradossalmente, il gesto di Odoacre acquisisce particolare rilevanza proprio perché nel 476 un Imperatore legittimo, Giulio Nepote, esisteva ancora, ancorché questi non ricevesse più le attenzioni di Costantinopoli. Da questo punto di vista, a mancare non sarebbe quindi l’Imperatore (come suggerirebbe la deposizione di Augustolo). Al contrario, giacchè Giulio Nepote era ancora vivo, era quindi l’Impero che non esisteva più.

Per tornare alla prospettiva degli autori antichi, gli unici a fare menzione del gesto di Odoacre sono Giordane e il Comes Marcellino, funzionario della pars orientalis all’inizio del VI secolo. Di questi, il secondo scrive, infatti, che “l’Impero Romano d’Occidente perì con questo Romolo Augustolo”. D’altro canto, Flavio Cassiodoro, il letterato attivo presso la corte romano-ostrogota di Teodorico, ne tace completamente. In questo caso, però, la ragione del silenzio è riconducibile allo scopo dei suoi scritti, celebrativi di Teodorico, che definisce successore degli Augusti d’Occidente. Cassiodoro, quindi, sorvolando la questione della deposizione, serve gli interessi di Teodorico e del suo progetto di sincretismo goto-romano[11]. Altri storici operanti presso la corte dell’Impero romano d’Oriente, come Zosimo e Procopio, ne tacciono però completamente.

Lo stesso dicasi per lo storico e vescovo della pars orientalis Vittore di Tunnuna, autore di una Cronaca della Storia del Mondo dalla Creazione al 566. Dal silenzio della maggior parte degli autori antichi sull’annosa questione della deposizione di Romolo Augustolo si può dedurre che, seppur per ragioni diverse, l’evento possa non essere stato considerato “conclusivo” dai contemporanei. Per parafrasare Arnaldo , sembra che i funerali dello Stato romano si siano verificati nel silenzio più assordante.

Conclusione

Come scrive lo storico di tardoantico Bertrand Lancon, “se non possiamo negare che l’Impero romano abbia conosciuto una fine, possiamo però negare che si sia trattato di una caduta brutale o di un crollo”[12]. In altre parole, la mancanza di una cesura storica che permetta di identificare con precisione un “prima” e un “dopo” lo Stato romano, specialmente in Occidente, non impedisce di riconoscerne le fasi declinanti, ma non ci consente di fissarne una data conclusiva suffragata dalle fonti storiografiche (antiche e moderne) o dall’indagine archeologica.

È forse questa la ragione per cui Roma può vantare il primato del maggior numero di attori statali che ne abbiano rivendicato, se non l’eredità, addirittura l’identità. Oltre al caso di Costantinopoli, diretta continuatrice dello Stato romano almeno fino al 29 maggio 1453, l’Urbe, intesa come “auctoritas imperiale” è stata rivendicata da Papato, Sacro romano Impero, Impero asburgico, Francia napoleonica, Impero britannico, Impero ottomano, Impero spagnolo, Impero zarista (per non parlare del regime fascista). Lungi dal contendersene le spoglie, molti di questi figli illegittimi della romanità credettero fermamente nella vitalità storica dello Stato romano, se non come “fatto”, come “tensione storico-istituzionale”.

Come premesso inizialmente, questa Cronologia del Collasso ha passato in rassegna gli eventi chiave che hanno segnato la permanenza all’ufficio imperiale degli ultimi Augusti d’Occidente, da Valentiniano III a Romolo Augustolo. Benché necessariamente selettiva, la scelta delle fonti e degli episodi ricordati in questa “piccola storia della finis Romae” ha cercato di rispettare gli obiettivi dell’articolo, prettamente divulgativi.

Dell’importanza di questo tema si deve anche dire che dalla posizione adottata da parte (o parti) del mondo accademico dipende un tratto considerevole della periodizzazione storica antica e medievale. L’abbandono progressivo delle teorie cadutiste, tra cui spicca l’opera di Andrè Piganiol e il suo “la Civiltà romana fu assassinata”, ha condotto alla rivalutazione del periodo primo-medievale nei termini di tardo-antico, dove quest’ultima denominazione definisce uno sfumare fra antichità e medioevo privo di cesure.

Ancora oggi il dibattito rimane vivacissimo. Lo dimostra il guanto di sfida lanciato a Peter Brown, uno dei massimi esponenti della corrente del tardo-antico, da parte di Ward Perkins, allievo della corrente cadutista-gibboniana, con il suo “La Caduta di Roma e la Fine della Civiltà”, pubblicato nel 2010. In ultimo, anche Renovatio Imperii, come associazione storica, spiegandosi “in Roma”, partecipa a mantenere vivo il dibattito, oltre che su questo tema, sul significato di Roma “per noi”. Dove quel noi sta per tutta la Civiltà occidentale.

 

L’autore: Vicepresidente di Renovatio Imperii, si occupa della direzione dell’associazione, dell’organizzazione di eventi, conferenze, e della stesura di articoli, con un focus sull’età tardo imperiale, bizantina, islamico-califfale e ottomana. In ambito professionale lavora come analista di relazioni internazionali. Si dedica specialmente allo studio dell’area MENA (Medioriente e Nord Africa) e dello spazio post-sovietico. Al momento, è analista geopolitico presso IARI (Istituto Analisi Relazioni Internazionali), ISG (Italia Strategic Governance) e Analytica for Intelligence & Security Studies.

 

Dello stesso autore leggi anche Storia della riforma graccana, La Fondazione di Costantinopoli, L’Impero romano ai tempi di Teodosio, Ascesa e declino dell’Impero ottomano, The US withdrawal from Afghanistan, Geopolitics of the Crusades.

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[1] Lo faceva comunque nelle vesti di foederatus, i.e. alleato dentro l’Impero in condizione di subalternità

[2] Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell’Impero romano, capitolo xxxvi, s.a. 457

[3] Procopio di Cesarea, Bellum vandalicum

[4] Ibidem

[5] Ivi, I, 6

[6] Giordane, De origine actibusque Getarum, 242

[7] Si notino i contributi storiografici sulle “Cause della Caduta dell’Impero romano” di Andrè Piganiol

[8] Peter Heather, La Caduta dell’Impero romano, Garzanti, 2015, p. 518

[9] ibidem

[10] Arnaldo Momigliano, La caduta senza rumore di un Impero, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, 1973, Serie III, Vol. 3, No. 2 (1973), pp. 397-418

[11] Parentesi Storiche, https://parentesistoriche.altervista.org/476-caduta-impero/#:~:text=Poche%20date%20hanno%20avuto%20un,arrivo%20dei%20secoli%20bui%20medievali

[12] Bertrand Lancon, La Caduta dell’Impero romano: una storia infinita, 21Editore, 2017

Fonti:

  1. Edward Gibbon, Storia del declino e della caduta dell’Impero romano
  2. Arnaldo Momigliano, La caduta senza rumore di un Impero, Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa. Classe di Lettere e Filosofia, 1973, Serie III, Vol. 3, No. 2 (1973), pp. 397-418
  3. Peter Heather, La Caduta dell’Impero romano, Garzanti, 2015
  4. Bertrand Lancon, La Caduta dell’Impero romano: una storia infinita, 21Editore, 2017
  5. Arnaldo Marcone,, L’Ultimo Anno dell’Impero: 476, Salerno editrice, 2021
  6. Santo Mazzarino, L’Impero romano, Editore Laterza, 2022
  7.  Giovanni Alberto Cecconi, La Città e l’Impero, Carocci Editore, 2009
  8. Livio Zerbini, Gli Imperatori romani, Odoya, 2017
  9. Christophe Badel, L’Impero romano in 200 mappe, èStoria, 2018
  10. Manuale di Storia romana, Anraldo Momigliano, UTET, 2015
  11. Manuale di Storia medievale, Andrea Zorzi, UTET, 2016
  12. Procopio di Cesarea, Bellum vandalicum
  13. Giordane, De origine actibusque Getarum
  14. M. Rostovtzeff, Historia: Zeitschrift für Alte Geschichte , 2nd Qtr., 1999, Bd. 48, H. 2 (2nd Qtr.,
    1999), pp. 254-256
  15. Andrea Giardina, TARDOANTICO: APPUNTI SUL DIBATTITO ATTUALE, 2004