Ascesa e declino dell’Impero Ottomano

Ascesa e declino dell’Impero Ottomano

 

“Vide che una luna sorgeva dal petto del sant’uomo e veniva ad affondare nel suo. Un albero poi germogliava dal suo torso e la sua ombra circondava il mondo. Sotto questa ombra c’erano montagne e ruscelli che scorrevano dai piedi di ogni montagna. Alcune persone bevevano da queste acque correnti, altre annaffiavano i giardini, mentre altre ancora facevano scorrere le fontane. Quando Osman si svegliò raccontò la storia al sant’uomo, che disse ‘Osman, figlio mio, congratulazioni, perché Dio ha dato l’ufficio imperiale a te e ai tuoi discendenti’”.

Nato intorno alla metà del XIII secolo, si tramanda che Osman, fondatore dell’Impero Ottomano, ricevette in sogno la profezia che gli annunciò il glorioso futuro dei suoi discendenti, destinati a controllare i territori attraversati dai fiumi Tigri, Eufrate, Nilo e Danubio, simboleggiati – nella visione onirica – dalle profonde radici di un albero, simbolo di forza, saggezza e prosperità.

L'Impero Ottomano: Osman

Se de “Il Sogno di Osman” si debba parlare come di una reale premonizione, oppure come di un artificio retorico volto a legittimare il nascente imperium dei Turchi in Anatolia, non può dirsi con certezza. Nondimeno, guardando alla storia dell’Impero ottomano, si deve riconoscere che la vocazione imperialista di Osman trovò conferma nei fatti. A partire dai primi decenni dei XIV secolo le campagne di conquista promosse dai turchi ottomani proseguirono quasi ininterrottamente, giungendo all’annessione di buona parte dell’Anatolia e alla penetrazione nei Balcani, occupati fra 1320 e 1390. Le politiche espansionistiche dei maomettani furono, per di più, facilitate da uno scenario geopolitico estremamente favorevole, connotato dalla presenza di una pluralità di attori disuniti e ostili fra loro. Di questi, i più degni di nota erano il Regno di Serbia nei Balcani occidentali, l’Impero bulgaro in Tracia e l’Impero romano d’Oriente, ormai fortemente indebolito dalla parentesi di dominio europeo inaugurata dal sacco di Costantinopoli del 1204 e dalla creazione dell’Impero latino, pur interrotto dalla reconquista bizantina del Basileus Michele VIII nel 1261. Avendo quasi interamente perduto la penisola anatolica dopo la disfatta di Manzicerta (1071) e le campagne di conquista di Osman, prima, e Murad I, poi, l’Impero Bizantino mancava a quel tempo di tutti gli elementi che ne avevano permesso la sopravvivenza nei secoli precedenti, in primis la profondità geostrategica dell’Anatolia, facilmente difendibile viaterra e via mare, grazie, rispettivamente, alla catena del Monte Tauro e all’impiego della celebre marina imperiale romana, utile a impedire iniziative di attacco su più fronti sin dall’epoca di Eraclio.

Quello che si palesava agli occhi dei cristiani d’oriente nel XIV secolo doveva dunque essere uno scenario pressappoco apocalittico, in cui la debolezza dell’Impero Bizantino nello scacchiere geopolitico balcanico aveva creato un grave vuoto di potere fra Asia ed Europa e spalancato le porte al dilagare degli eserciti ottomani in Europa orientale. Fu così, dunque, che i turchi ebbero buon gioco a spazzare via qualsiasi tentativo di resistenza da parte dei serbi, piegati nella battaglia di Kosovo Polje del 1389, dei bulgari, sconfitti nel 1393, e dei francesi, tedeschi e polacchi accorsi in aiuto di Costantinopoli, sbaragliati a Nicopoli sul Danubio nel 1396. L’assedio della capitale bizantina, la cui conquista avrebbesignificato la ricongiunzione dei possedimenti turchi in Asia e in Europa, tuttavia, fu rimandato di qualche tempo a causa del contemporaneo conflitto turco-mongolo, culminato con la sconfitta ottomana nella battaglia di Ankara nel 1402. Solo dopo un ventennio i turchi poterono rivolgere nuovamente lo sguardo sulla “Regina delle Città”, assediandola nel 1422. Nonostante fosse dotato dei primi prototipi di cannoni, l’esercito dell’allora Sultano Murad II non riuscì nell’impresa di far capitolare la città o di espugnarne le mura, considerate inviolabili, volute dall’Imperatore Teodosio II e ultimate intorno al primo decennio del V secolo dopo Cristo. Il “Sogno di Osman” si compì solamente un trentennio più tardi, sotto il sultanato di Maometto II che, contro il consiglio della nobiltà ottomana, tentò nuovamente la via della conquista. A nulla servirono la spedizione ungherese del 1448, fermata nella stessa Piana di Kosovo in cui i turchi ebbero ragione dei serbi, e i commoventi appelli di Costantinopoli, ultimo baluardo della Roma dei Cesari e capitale indiscussa della Cristianità. Di tutta la civiltà europea – sorta dalle ceneri della più longeva ed elevata esperienza istituzionale della storia, l’Impero romano – soltanto 10.000 uomini, mercenari genovesi, accorsero in aiuto della Capitale per organizzarne le difese.

Lo storico francese Fernand Braudel scrisse di Costantinopoli che essa è “una città isolata, un cuore, rimasto miracolosamente vivo, di un corpo enorme da lungo tempo cadavere”.

Quel cuore che, già all’epoca di Costantino XI Paleologo, aveva battuto per oltre mille anni, si spense il 29 maggio del 1453 quando i cannoni di Maometto II, ben diversi da quelli impiegati nel 1422, abbatterono la cinta muraria teodosiana. La caduta di Costantinopoli non sancì solamente la definitiva affermazione dell’Impero ottomano come potenza egemone fra Asia ed Europa orientale, ma anche uno dei più traumatici eventi nella storia del mondo: Roma era caduta, fosse anche solo nominalmente, una seconda volta.

Citando Santo Mazzarino, forse il più celebre storico della romanità a noi contemporaneo, “l’Impero romano, lungi dall’essere la roccaforte della conservazione, è piuttosto l’immagine della disgregazione di un mondo, la storia della classicità che si disfa e muore: il fatto sociologico più rilevante nella storia della nostra cultura”.

Altrettanto importante deve essere stata la scomparsa dell’autorità imperiale in oriente, dove essa aveva per oltre un millennio fecondato le civiltà con cui intratteneva rapporti diplomatici, culturali e commerciali, guadagnandosi di diritto un posto nell’eternità.

Affresco bizantino

La civiltà bizantina, frutto dell’incontro fra l’oriente ellenistico e l’occidente romano, aveva assolto – usando un lessico hegeliano – alla sua funzione storica fondamentale: custodire i segreti della classicità, tramandandone il testimone, e operare una sintesi fra il pensiero politico romano e la tradizione filosofica greca.

Riassumendo una postura più pratica, la caduta di Costantinopoli diede la possibilità a Maometto II di inaugurare un nuovo capitolo nella storia dell’Impero ottomano, segnato dalla necessità di confrontarsi con l’amministrazione di un territorio estesosi rapidamente e perciò non semplice da gestire. Fra le osservazioni più propriamente strategiche si deve anche ricordare l’importanza dello spostamento della Capitale turca a Costantinopoli, avente un duplice significato: in primis uno ideologico, legato alla necessità di affermare la vittoria sul nemico sconfitto e reclamare per Maometto II il titolo di Imperatore dei romani, in secundis uno più pratico, ovvero dichiarare il definitivo spostamento dell’heartland ottomano dall’Anatolia centrale all’Europa, anticipando l’intento di fare di quello ottomano un Impero europeo. Gli anni successivi al 1453, con buona pace delle necessità di stabilizzare i territori recentemente occupati, non videro mancare ulteriori conquiste, al contrario. Sotto i sultanati di Selim I (1512-1520) e di suo figlio Solimano il Magnifico (1520-1566) l’Impero ottomano si dedicò al raggiungimento della necessaria profondità strategica lungo i territori di confine, confermando il monopolio sull’Europa orientale con la conquista della Romania e sottomettendo Siria, Palestina, Egitto, Hijaz e Algeria. La seconda fase di espansione ottomana, culminata nell’occupazione dei dominii islamici sopracitati, deve essere analizzata in senso trasversale e multidisciplinare per essere propriamente compresa. L’annessione di Balcani, Egitto, Siria, Palestina, Anatolia, Mesopotamia e parte del Nord Africa da parte turca provano ancora una volta che la conformazione geografica del Medioriente, a cui seguono importanti considerazioni strategiche, permetta – e richieda – la presenza di uno e un solo Impero solamente, con heartland (epicentro) geografico fra Balcani e Asia minore, cioè a Costantinopoli. L’incontro fra la disciplina degli studi strategici e la geopolitica – qui intesa nel suo senso più tradizionale possibile, cioè l’incontro di politica e geografia – dimostra ampiamente che la sostituzione storica e geostrategica dell’Impero Ottomano all’Impero romano d’oriente sia un fatto necessario, più che voluto, edettato dall’esigenza di ottenere il dominio del mediterraneo, da una parte, e i territori cuscinetto in Asia centrale, dall’altra, in funzione quasi esclusivamente difensiva.

L’età d’oro dell’Impero ottomano – come si usa definire il XVI secolo, cui pietra miliare fu il sultanato di Solimano – vide la nascita di una civiltà nuova, originata dall’incontro fra gli elementi religiosi dell’Islam sunnita, la cultura diplomatica del “fu” Impero bizantino e gli usi e i costumi propri delle genti turciche, capaci di costruire ex nihilo una delle formazioni politiche più longeve e rilevanti della storia. Durante i 46 anni di governo di Solimano i territori dell’Impero, che si estendevano dalle coste nordafricane ai Balcani, dall’Egitto alla Siria e al Mar Nero, ricevettero un grande impulso nel campo delle scienze, della letteratura, dell’architettura e della ricerca in generale, legittimando culturalmente la potenza turca agli occhi degli stessi pensatori europei, i quali, sovente, ne descrissero i fasti e le ricchezze.

Superata la fase embrionale dell’affermazione turca in Asia, Africa e Europa – dove assai spesso i nuovi occupanti erano guardati con malcelato disprezzo – l’incontro con le culture soggette al dominio ottomano portò alla rielaborazione di “nuovi” modi di intendere il sapere, mediandolo attraverso le particolarità culturali dei quattro angoli dell’Impero. Fu quindi così che Solimano, Sultano ottomano e nemico dell’occidente, fu chiamato “Il Magnifico” dai letterati europei, estasiati dalle opere d’arte di cui si rese mecenate, e “Il Legislatore” dai letterati residenti nei dominii turchi, riconoscendogli il merito di aver svecchiato l’amministrazione dell’Impero con l’introduzione dei kanuns (dal greco Kanon), ovvero un insieme di regole e precetti che integrassero la Sharia in tutti i campi in cui non fosse sufficiente. Il sultanato di Solimano, tuttavia, non rispose ad esigenze solo giuridiche o culturali ma – coerentemente alle esigenze di un Impero in piena espansione – si confrontò anche con la dimensione realista dell’amministrazione del suo impero, intraprendendo campagne militari lungo le direttrici occidentale e orientale. La carriera di Solimano come guida dell’Impero fu costellata da tanti, e tanto importanti, successi sul campo di battaglia, primo fra tutti la messa in sicurezza del cuore dell’Europa orientale, l’Ungheria, sottomessa nel 1526 a seguito della battaglia di Mohacs. Se Solimano avesse già intuito l’importanza geostrategica del dominio dell’Europa centrorientale per ottenere l’egemonia del continente eurasiatico – anticipando gli scritti di Halford Mackinder, padre della geopolitica moderna – non può dirsi con certezza. Con relativa tranquillità, al contrario, si può sostenere che l’Impero ottomano del XVI secolo avesse una visione chiara e matura del mondo, riuscendo spesso a vincere i propri avversari più dal divano (entourage di consiglieri del Sultano) che sul campo di battaglia.

In ultimo, l’età d’oro dell’Impero ottomano si distinse per l’ottenimento della talassocrazia – il dominio dei mari – a seguito del trionfo sulle flotte cristiane nella battaglia navale di Prevesa (1538), a largo dell’omonima cittadina greca, e per la penetrazione in Iraq e Iran, seguita alla vittoria ottomana sull’Impero persiano\safavide di fede sciita.

Sull’epoca di più grande splendore dell’Impero ottomano bisogna fare poi un’ultima precisazione: essa fu il compimento di un processo lungo quasi mille anni di riassestamento geopolitico, che vide lo sfaldarsi dell’autorità romana in occidente, prima, e il “sopravvivenzialismo” di Costantinopoli in oriente, poi, privata assai presto dei suoi domini a sud dell’Anatolia e costantemente minacciata da altre potenze, principalmente quella persiana, araba e, in ultimo, ottomana. L’accostamento fra gli strumenti di analisi della geopolitica contemporanea e quelli, più tradizionali, della narrazione storica, possono offrire nuove prospettive utili alla comprensione dei fenomeni di ascesa e declino delle grandi potenze, specie nel contesto mediorientale. Si può avanzare l’ipotesi, quindi, che fra la fine dell’unità politica in seno al mediterraneo nel 476 d.C, il declino della parte orientale nel VII secolo, la contemporanea ascesa del Califfato dei Rashidun (Abu Bakr, Uthman, Umar e Alì), la fase di unificazione sotto la dinastia umayyade, la fase di decentramento sotto la dinastia abbaside, la fase di rinnovata disgregazione dopo la calata mongola nella metà del XIIIsecolo e, in ultimo, la rinnovata unità sotto il vessillo turco-ottomano, vi sia un fil rouge di sostanziale continuità, dato dal tentativo – spesso fallimentare – di ripristinare la stabilità geografica e politica perduta mille anni addietro. L’ipotesi avanzata troverebbe riscontro nell’evento fondamentale che rese possibile – dopo mille anni dallo sfaldamento dell’autorità romana – l’affermazione di un nuovo impero unitario fra Africa e Medioriente: la conquista della penisola anatolica da parte dei turchi, che, accompagnandosi alla presa di Costantinopoli, riportò l’epicentro\heartland del Medioriente nel suo unico punto di equilibrio, fra Asia ed Europa, là dove persiani, slavi, arabi e bulgari avevano precedentemente fallito.

Impero Ottomano nel XVI secolo

Accade spesso, analizzando l’ascesa e il declino delle grandi potenze, che il confine fra il loro apogeo e l’inizio del successivo declino sia labile, poroso, sfuggevole e difficile da cogliere. Così accadde anche nella storia dell’Impero ottomano, la cui magistrale impalcatura sociopolitica diede i primi segni di cedimento durante i sultanati subito successivi a quello di Solimano il Magnifico. Come sempre, le cause del declino di una entità politica sono molteplici e la ricerca di storici, scienziati politici e analisti di relazioni internazionali riesce solo parzialmente a carpirne i dettagli, molto spesso presenti nelle zone d’ombra delle fonti d’indagine storica, e pertanto difficilmente consultabili. I fattori che minarono maggiormente le solide basi dell’Impero ottomano furono, comunque, sostanzialmente tre, a cui bisogna aggiungere le contingenze politiche, amministrative e militari che ne determinarono il collasso – o comunque il ridimensionamento – nei secoli successivi.

L’Impero ottomano soffrì innanzitutto, come tutti gli imperi della storia, del fenomeno dell’overstretching, e cioè l’eccessivo allargamento delle frontiere, dovuto, paradossalmente,alla ricerca della profondità strategica necessaria per difenderne gli interessi. Le “esternalità negative” dell’espansionismo ottomano fra XV e XVI secolo vennero inoltre amplificate dal genere di governo che i Sultani esercitavano su larga parte dei loro dominii, ovvero un controllo spesso e volentieri invisibile, indiretto, e che lasciavagrandi discrezionalità ai wali, i governatori dei distretti (vilayet) in cui erano suddivisi i territori sotto la sovranità di Istanbul. Il decentramento burocratico fu un fattore distintivo del modo turco di intendere il potere, specie in relazione alle “provincie” più lontane dell’Impero, condannate – o autorizzate, se vogliamo – ad un esercizio del potere di molto differente da quello del cuore dell’Impero. L’assenza di un’amministrazione centralizzata dello “Stato” tra Istanbul, Damasco, Il Cairo, Tripoli e Algeri dette comunque anche risultati positivi, donando una parziale, ma virtuosa, semi-autonomia regionale.

Lo stesso modello amministrativo, tuttavia, non poté che accelerare lo sfaldamento dell’Impero, esacerbandone i trend negativi. Quando l’intellighenzia ottomana si rese conto della necessità di ammodernare l’amministrazione dell’Impero– specie in relazione al sistema di esazione delle tasse, rimasto di impronta feudale fino al 1856 – era comunque troppo tardi. In effetti, il tema dell’ammodernamento è uno fondamentale nella storia del basso Impero ottomano, che più volte dovette affrontare i propri competitors in condizioni di inferiorità tecnologica.

Il primo dei tre fattori che contribuirono al progressivo declino ottomano risulta quindi dal connubio fra il fenomeno di sovraespansione e il mancato ammodernamento tecnologico, con particolare riferimento al ritardo nell’adozione delle armi da fuoco rispetto alle potenze europee. Il secondo fattore che concorse al ridimensionamento dell’Impero ottomano è invece economico. Qualche anno dopo la fortunata spedizione di Colombo nel 1492, al comando delle celebri Nina, Pinta e Santa Maria, venne a sapersi che quelle scoperte non erano appendici delle terre dell’Asia – e menchemeno le Indie – bensì terre di un altro continente. La scoperta delle Americhe segna convenzionalmente il passaggio fra Medioevo e Modernità, e non casualmente: apertesi improvvisamente nuove e fruttuosissime rotte commerciali il baricentro economico del mondo sispostò dal Mediterraneo all’Oceano Atlantico, inaugurando l’ascesa di quelle potenze che vi avevano accesso e condannando al declino le altre. Come se non bastasse l’umiliazione di non poter partecipare alle imprese nel Nuovo Mondo, l’economia dell’Impero ottomano fu letteralmente affondata dallo shock inflazionistico dovuto all’importazione di tonnellate di oro e argento a basso costo da parte di Spagna e Portogallo, penalizzando fortemente il mercato ottomano.

Il terzo fattore di declino dell’Impero ottomano fu invece del tutto endogeno, legato com’era alle dinamiche di transizione del potere e di ascesa al sultanato presso la Sublime Porta.

Al contrario di quanto avveniva in Europa sin dalla promulgazione della Lex Salica – corpus di norme emanato da Clodoveo I (503 d.C) che stabiliva la trasmissione del potere ai soli figli primogeniti maschi – la successione al trono nell’Impero ottomano era alquanto più confusa. Secondo il costume turco tutti i figli di sesso maschile godevano di pari dignità e avevano, quindi, parimenti diritto di ascendere al sultanato. L’assenza di una legge dinastica codificata – che risolvesse giuridicamente i garbugli della linea di successione – ebbe molti spiacevoli risultati, uno su tutti ilfrequente assassinio dei figli reputati deboli, oppure scomodi, da parte dei fratelli o dei funzionari coinvolti negli intrighi di palazzo. Un altro effetto collaterale del vuoto di potere che accompagnava la morte dei sultani era l’esplodere di vere e proprie guerre civili su larga scala, come nel caso del conflitto protrattosi fra 1509 e 1513, che vide l’opposizione del figlio maggiore di Bayezid II, Ahmed, al minore Selim, e la vittoria di quest’ultimo. La presente digressione sul declino dell’Impero ottomano vuole dimostrare che esso fu dovuto parimenti a cause esterne ed interne, in cui le contingenze di ogni tempo, come la perdita del controllo dei mari a seguito di Lepanto (1571) o la sconfitta a Vienna nel 1683, hanno giocato un ruolo di semplice manifestazione delle debolezze croniche e endogene dell’Impero, determinandone nel lungo termine prima il ridimensionamento geopolitico e poi il collasso. In armonia con le ipotesi proposte al lettore nella prima parte di questo scritto, dedicato all’ascesa dell’astro ottomano, bisogna considerare le cause del suo declino come il semplice “negativo strategico” di quegli stessi fattori che ne garantirono, in principio, il successo.

Esempio di quanto sopra fu l’importanza dei Balcani nella strategia ottomana per il mantenimento dell’egemonia in Europa orientale, che Istanbul riuscì a controllare per lungo tempo, assorbendo finanche i territori del Regno d’Ungheria negli anni d’oro di Solimano il Magnifico. La sconfitta durante la guerra austro-turca – cominciata con la disfatta ottomana alle porte di Vienna nel 1683, e poi proseguita con la penetrazione asburgica in Ungheria – si risolse in una tragedia per il suo valore tattico, più che bellico.

La Pace di Carlowitz, firmata il 26 gennaio 1699 nell’omonima città serba, impose durissime condizioni di resa all’Impero ottomano da parte di Impero Asburgico, Repubblica di Venezia, Russia e Polonia, riunite nella Lega Santa, capolavoro diplomatico di Papa Innocenzo XI.

Il trattato stabilì la cessione di Ungheria e Transilvania all’Austria e la cessione della Dalmazia e della Morea alla Serenissima, decretando la fine dell’egemonia turca nei Balcani che, seppur ancora quasi totalmente in mano a Istambul, sarebbero di lì a poco diventati il trampolino di lancio della potenza asburgica. Il ridimensionamento strategico dell’Impero ottomano nei Balcani, soprattutto considerando che una parte di essi passò alla sfera d’influenza veneziana e austriaca, fu un colpo gravissimo al cuore dell’Impero ottomano. Perché i problemi strutturali di Istanbul si manifestassero in maniera più grossolana si sarebbe dovuto ancora attendere molto, ma si avvicinava ormai un periodo di grandi sconvolgimenti.

Nel XVIII secolo l’Impero ottomano dovette confrontarsi con un quasi perpetuo stato di guerra con Austria e Russia per il dominio sui Balcani, mentre le istanze per una società più giusta e le proteste per l’iniquità della societè avrebbero di lì a poco portato a uno dei mutamenti sociopolitici più rilevanti della storia: la Rivoluzione francese.

Eletto Primo Console nel 1798, il futuro Empereur Napoleone Bonaparte assaltò l’Egitto e, il 21 luglio dello stesso anno, sconfisse le forze turco-mammelucche nella celebre battaglia delle Piramidi. Le operazioni militari francesi in Egitto, pur sventate dall’intervento del futuro tutore dell’Impero ottomano, l’Impero britannico, privarono comunque per sempre Istanbul dell’antico granaio dell’Impero romano, che sarebbe stato governato fino al 1953 dalla dinastia inaugurata da Mehmet Alì Pascià.

Alla perdita dell’Egitto sarebbe poi seguito un lunghissimo periodo di rivolte interne segnate da spinte autonomistiche e rivendicazioni nazionali mai destinate a sopirsi.

Ormai ridotta a fantoccio dell’Impero britannico, Istanbul avrebbe visto sgretolarsi i propri possedimenti nei Balcani negli anni successivi, specie a seguito della guerra turco-russa scoppiata nel 1877 e conclusasi col trionfo di Mosca.

L’iniquo trattato di pace di Santo Stefano (1878), benché poi corretto dal Congresso di Berlino dello stesso anno, sancì la perdita quasi totale dei territori europei dell’Impero ottomano, innescando un effetto domino che avrebbe portato, trentaquattro anni più tardi, all’avvento delle guerre balcaniche (1912), premessa fondamentale per il verificarsi della Grande Guerra. Nel frattempo, fuori dai Balcani, l’Impero ottomano si era già visto privare dei suoi dominii in nord Africa da parte di Francia, a cui aveva ceduto Marocco, Mauretania e Algeria, Gran Bretagna, a cui aveva riconosciuto ilprimato sull’Egitto, e Regno d’Italia, che si era accaparrata Libia e Dodecaneso (1911).

Il “malato d’Europa” si avviava allo scoppiare della Grande Guerra – che ne avrebbe causato la definitiva dissoluzione – con il solo controllo, fuori dall’Anatolia, di Hijaz, Siria e Palestina. Nel 1922, Ataturk, il vincitore del “sistema Sevres”, dichiarò l’abolizione del Califfato e, poco dopo, si fece primo Presidente della Repubblica di Turchia.

Impero Ottomano nei primi del '900

 

Ancora una volta, il fil rouge della storia del Medioriente conduceva ad un’altra, ennesima, fase di disgregazione geopolitica, dovuta alla scomparsa del suo attore principale: l’Impero ottomano.

 

 

 

Samuele Vasapollo