BEDRIACUM, vita di un tranquillo villaggio padano da cui un giorno passò la Storia

BEDRIACUM, vita di un tranquillo villaggio padano da cui un giorno passò la Storia

“Rotto lo schieramento al centro, gli Otoniani fuggirono da ogni parte in direzione di Bedriaco. La distanza era grande e le strade ostruite dai cadaveri, dove più vasta era stata la carneficina. Nelle guerre civili infatti i prigionieri non costituiscono una preda. […] L’esercito di Vitellio, però, fece sosta a cinque miglia da Bedriaco, perché i capi non osarono tentare nello stesso giorno l’espugnazione del campo, sperando anche in una resa volontaria. […] Il giorno seguente […] fu mandata una legazione ai capi vitelliani, che non ebbero la minima esitazione a concedere la pace. […] Appena tornata la legazione, si aprì il vallo. Allora, vinti e vincitori, scoppiando in lacrime, in una triste gioia, maledicevano il destino delle guerre civili e, dentro le stesse tende, curavano le ferite dei fratelli e degli amici. I premi e le speranze erano incerte, ma certe erano le morti e i pianti e non vi era nessuno così privo di disgrazie da non dover piangere la morte di qualcuno. […] Pochi vennero sepolti dai propri parenti, la folla degli altri rimase abbandonata sul terreno.”[1]

Con queste parole Tacito, nelle sue Storie, descrive la drammatica conclusione della prima battaglia di Bedriaco, “località sita – sempre secondo lo storico – fra Verona e Cremona, oramai nota ed infausta per due stragi romane”[2]. Il 14 aprile del 69 d.C., nei pressi di questo insediamento, le truppe dell’imperatore Otone, salito al potere con l’assassinio di Galba, a sua volta subentrato a Nerone, si scontrano con quelle del pretendente Vitellio e risultano sconfitte. Otone, pur non essendo ancora tutto perduto, si toglie la vita, sperando con questo gesto di evitare lo spargimento di altro sangue: con questa nobile morte, come spesso i personaggi tacitiani, ottiene un certo riscatto dalla propria vita infame. Ma lo stesso Vitellio, sempre ubriaco e più interessato ai banchetti che a governare, subito riconosciuto servilmente dal Senato, non si godrà il potere a lungo: già in Oriente le truppe hanno acclamato come imperatore Flavio Vespasiano. Lo scontro decisivo fu di nuovo a Bedriaco, iniziato il 24 ottobre dello stesso anno e proseguito di notte. L’esercito flaviano, favorito anche dalla luna che sorge alle sue spalle, illuminando gli avversari, risulta vittorioso. Il culmine della battaglia è descritto da Tacito in termini ancora più tragici della precedente:

“E intanto i vincitori dilagavano sui bordi della strada[3] per affrettare l’inseguimento. Quella strage fu particolarmente notevole, per il fatto che un figlio uccise il proprio padre: […] Giulio Mansueto, nato in Ispagna ed arruolato nella legione Rapace, aveva lasciato a casa un figlio ancora bambino. Questi, diventato adulto, era stato arruolato da Galba nella settima legione. Messo dal caso di fronte al proprio padre, lo aveva steso a terra con una ferita. Mentre guarda il moribondo, riconosciuto, lo riconosce; allora, abbracciando il corpo esangue, supplica con voce flebile i mani del padre di placarsi, di non considerarlo nemico e parricida: ché quello era delitto di tutti: cosa conta un soldato nelle guerre civili? Sollevato quindi il corpo, scava la fossa e rende al padre gli onori supremi. Se ne accorgono dapprima quelli che gli erano vicini, poi molti altri, e quindi in tutto l’esercito ne deriva uno stupore, un rimpianto ed un esecrare quella crudelissima guerra. Ma non per questo uccidono meno alacremente i parenti, gli affini e i fratelli: dicono che è un delitto, ma lo commettono.”[4]

Alla fine delle turbolente vicende dell’anno dei quattro imperatori il potere si trovò saldamente in mano a una nuova famiglia, quella dei Flavi, non imparentata con la precedente dinastia giulio-claudia; una famiglia oscura, dice Svetonio, ma – aggiunge – “lo stato non ebbe a pentirsene”[5].

Bedriaco, piccolo vicus sulla via Postumia, ci è noto ed è ricordato dalle fonti storiche essenzialmente per questi avvenimenti. Compare però anche nella Tabula Peutingeriana, copia medievale tratta da una mappa antica del mondo conosciuto.[6]

Bedriacum - Tabula Peutingeriana
Fig. 1: Porzione della Tabula Peutingeriana in cui viene citata Bedriacum (nella variante Beloriaco). Fonte immagine: PALMIERI 2017 b, p. 3.

 

Basandosi sulle fonti e su ritrovamenti sporadici, fin dalla prima metà dell’Ottocento eruditi locali sono riusciti a individuare il sito dell’antica Bedriacum nel territorio di Calvatone, comune oggi in provincia di Cremona al confine con la provincia di Mantova. In realtà il centro abitato moderno si è sviluppato a qualche km di distanza da quello antico, oggi in piena campagna, e questa condizione fortunata permette di compiere scavi sistematici. La scelta della posizione non è casuale, come in genere non lo è mai nei siti romani, anche di modeste dimensioni; né è certo casuale che proprio nei pressi, e non altrove, si siano combattute ben due battaglie[7]. Innanzitutto occupa una posizione all’incirca centrale lungo la via Postumia, la strada consolare costruita nel 148 a.C. per collegare Genova e Aquileia, passando per la Pianura Padana. In particolare, come dice Tacito, si trova tra due importanti città sempre attraversate dalla via, Cremona e Verona, ma più vicina alla prima, che fu la più antica colonia latina al di là del Po (fondata nel 218 a.C.). Sempre per Bedriaco passava una via che collegava Cremona a Mantova. Inoltre il vicus occupava un’ansa del fiume Oglio, uno dei principali affluenti di sinistra del Po, anch’esso non lontano. Il fiume navigabile lo metteva in contatto da una parte con l’Adriatico, dall’altra, passando per il lago d’Iseo e la Val Camonica, con i valichi alpini verso l’Europa continentale; inoltre, tramite l’affluente Mella, vi era un collegamento con Brescia. È possibile che vi fosse un porto fluviale sull’Oglio, come Cremona lo aveva sul Po. Anzi, poteva essere uno scalo di Cremona stessa, dove dirottare i carichi troppo ingombranti per entrare in città: in maniera analoga funzionava il porto di Ostia rispetto a Roma[8]. La posizione appare quindi strategica, un punto di snodo da sud a nord e da est a ovest, e fa pensare a una vocazione dell’insediamento soprattutto commerciale. Gli scavi hanno confermato questa ipotesi e precisato, tramite la grandissima quantità di materiali, specie ceramici, le direttrici di questi traffici.

Bedriacum - Mappa 1
Fig. 2: Posizione di Calvatone/Bedriacum rispetto al sistema fluviale. Fonte immagine: Bedriacum 1996, p. 57.

 

Bedriacum - Mappa 2
Fig. 3: Posizione di Calvatone/Bedriacum rispetto alla via Postumia. Fonte immagine: Labirinto 2013, p. 15.

 

La storia della ricerca sul campo comincia con degli scavi – o meglio, sterri – ottocenteschi[9]. Il ritrovamento più clamoroso, determinante per accendere l’entusiasmo degli studiosi, fu nel 1836 quello della “Vittoria di Calvatone”. La statua, in bronzo dorato, rappresenta una Vittoria su un globo, simbolo di dominio sul mondo. Commissionata da un notabile locale, era dedicata agli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero, come si legge dall’iscrizione sul globo, in occasione dunque della vittoriosa campagna partica di Lucio Vero. La statua fu poi venduta al museo di Berlino, che la restaurò aggiungendovi anche le ali, non presenti nell’originale. Dopo l’ingresso a Berlino dell’esercito sovietico, nel 1945, la statua era andata perduta, anche se si presumeva fosse divenuta bottino di guerra. Alcuni ipotizzavano che l’originale fosse da riconoscere in una copia al Puskin di Mosca. Nel 2016 è stata invece annunciata ufficialmente la clamorosa riscoperta all’Ermitage di San Pietroburgo. L’opera era rimasta per tutto il tempo nel deposito, erroneamente classificata come scultura francese del secolo XVII, finché non è stato lo stesso museo russo ad accorgersene e a renderlo noto, avviando lavori di restauro conservativo in vista della riesposizione[10].

 

Vittoria calvatone (copia)
Fig. 4: Copia della Vittoria di Calvatone al Museo Archeologico di San Lorenzo, Cremona. Foto dell’autore.

Vittoria calvatone
Fig. 5: Originale della Vittoria di Calvatone conservato all’Ermitage di San Pietroburgo. Fonte immagine: PALMIERI 2017 a, p. 13.

Dopo la fase ottocentesca, nella prima metà del ‘900 vi furono solo rinvenimenti sporadici e brevi pubblicazioni. La ripresa degli scavi fra il 1957 e il 1961 si deve a Mario Mirabella Roberti, allora soprintendente alle Antichità della Lombardia. Le indagini si concentrarono in diversi saggi nella località Costa di S. Andrea, un modesto dosso alluvionale rialzato di qualche metro rispetto alla pianura. La maggior parte dell’abitato si sviluppava qui, e il dislivello lo metteva al riparo dalle esondazioni dell’Oglio e di altri corsi d’acqua minori. Lo scavo, seppur non sempre condotto con una metodologia stratigrafica rigorosa, è stato fondamentale per comprendere la topografia e alcune delle strutture dell’abitato. Il ritrovamento più rilevante fu quello della “Domus del Labirinto”, la casa meglio nota fra quelle finora rinvenute, ma non certo l’unico esempio di residenza lussuosa di Bedriaco. Essa prende il nome dal mosaico che decorava uno dei due triclini: la maggior parte della superficie era costituita di tessere bianche e nere rappresentanti un labirinto, mentre al centro vi era la scena policroma con l’uccisione del Minotauro da parte di Teseo. Datato dal Mirabella Roberti alla fine del I sec. a.C., gli studiosi ne hanno poi proposto su base stilistica datazioni oscillanti fra la metà del I a.C. e la fine del I d.C.[11]

Un altro merito di Mario Mirabella Roberti è aver fatto in modo che, nel 1964, l’intera area dove erano stati condotti gli scavi fosse acquistata dalla Provincia di Cremona, cui appartiene tuttora, salvaguardandola dalle attività agricole e, al tempo stesso, rendendovi possibile per il futuro un’indagine sistematica e continuativa.

Bedriacum - Mosaico del labirinto
Fig. 6: Mosaico del Labirinto. Fonte immagine: https://www.progettocalvatone.unimi.it/images/labirinto.jpg

Nel 1986 sono ricominciate le ricerche, riprendendo dapprima lo studio di vecchi materiali e pubblicazioni, poi, dal 1988, avviando scavi stratigrafici nell’area di proprietà provinciale. Le Università degli Studi di Milano e di Pavia hanno ripreso e ampliato l’area già scavata da Mirabella Roberti; la Soprintendenza Archeologica della Lombardia invece ha aperto dei saggi nelle aree circostanti.[12]

Bedriacum - Pianta scavi
Fig. 7: Pianta degli scavi universitari nell’area di proprietà provinciale (archivio UniMi).

Fra i saggi della Soprintendenza particolare interesse rivestì il saggio 6, nel cosiddetto “Campo del Generale”, a est dell’area scavata dalle Università.[13] Sono stati individuati 2 edifici di più ambienti, di un periodo compreso fra la fine del II secolo a.C. e l’inizio dell’età augustea. Essi avevano pavimenti in terra battuta e tetti coperti di paglia o giunchi. Gli alzati erano in opus craticium, tecnica molto presente nel mondo romano e ampiamente attestata a Calvatone, anche nelle altre aree di scavo e per periodi successivi. Essa consiste in un graticcio ligneo o in canne, su cui veniva pressato del fango, lisciato sulla superficie, che poi poteva anche essere intonacato, come negli altri tipi di parete. Anche Vitruvio menziona questo tipo di struttura, ma non in maniera entusiastica:

“In verità vorrei che i graticci non fossero stati inventati; quanto più infatti sono utili per la rapidità di costruzione e per allargare lo spazio, tanto più sono causa di un danno maggiore del vantaggio e generale, poiché sono predisposti ad incendiarsi come fiaccole. E così sembra preferibile spendere nell’acquisto di mattoni, piuttosto che essere in pericolo risparmiando coi graticci. E anche nell’intonacare le pareti creano in esse delle fenditure secondo la disposizione dei travicelli diritti e di quelli di traverso. Quando infatti questi vengono ricoperti, assorbendo il liquido si gonfiano, poi seccandosi si contraggono e, così assottigliati, disgregano la compattezza degli intonaci.”[14]

Opus craticium
Fig. 8: Ipotesi ricostruttiva della tecnica in opus craticium. Fonte immagine: SENA CHIESA 1998, p. 353.

A seguito di un incendio intorno al 30 a.C. uno dei due edifici fu completamente ricostruito, mentre l’altro venne solo parzialmente modificato. In età tiberiana gli edifici furono distrutti, in tutto o in parte, da un nuovo incendio, non sorprendente se ricordiamo il passo citato sopra da Vitruvio. L’area di entrambi venne occupata da un nuovo edificio, che permane anche nei secoli seguenti. Gli alzati non erano in questo caso in opus craticium ma in mattoni crudi, con le pareti in molti casi intonacate e dipinte. Il tetto invece doveva essere vegetale come negli edifici precedenti, a giudicare dall’assenza di tegole e coppi. Gli ambienti affacciati sulla strada dovevano essere botteghe/laboratori, coi pavimenti in terra battuta e probabili serramenti lignei a saracinesca, come quelli di Pompei. Quelli sul retro avevano invece pavimenti in cocciopesto decorato da tessere e dovevano avere una funzione residenziale.

Gli scavi universitari invece si sono svolti nell’area di proprietà provinciale, in località Costa di S. Andrea. Le campagne di scavo 1988-2000 hanno riguardato la parte meridionale del dosso (“scavo sud”).[15] Per la prima fase tardo-repubblicana si sono rinvenute modeste costruzioni con funzioni artigianali. Gli alzati erano sempre in opus craticium.  L’aspetto più interessante è che gli edifici presentano tutti lo stesso orientamento N-E/S-O, solo leggermente diverso da quello degli edifici del saggio 6. Ciò significa che, pur essendo un piccolo vicus, dev’essere stato pianificato da subito dall’autorità pubblica. Lo studio dei materiali rinvenuti rivela un ruolo importante nel transito e nei commerci, orientati soprattutto verso l’area veneto-adriatica.

L’età augustea vede un rimodellamento dell’abitato, in vista di una crescita e di un’occupazione più intensiva. Non cambia però l’orientamento generale, dato dal tratto urbano della via Postumia. Gli edifici della fase precedente vengono sostituiti da domus, ancora dagli alzati in opus craticium ma dai tetti in tegole e dagli eleganti pavimenti cementizi decorati con tessere litiche negli ambienti di rappresentanza. Proprio dalla vecchia denominazione di questo tipo di pavimentazione (opus signinum) prende il nome la meglio nota delle case, la “Domus dei signini”.

Vi è dunque un passaggio, in quest’area, da funzione artigianale a residenziale, e anche di un certo livello, come testimoniato da alcuni arredi rinvenuti in passato nel sito (vedi foto dello sgabello). Più a nord delle case, nella parte centrale del dosso, viene realizzata un’ampia area aperta acciottolata e porticata sul lato sud.

Sgabello Bronzeo
Fig. 9: Sgabello bronzeo (più probabilmente, date le dimensioni, poggiapiedi) di età augustea. Museo archeologico San Lorenzo, Cremona. Foto dell’autore.

Nell’età flavia, a nord e a est delle domus vengono realizzati dei nuovi ambienti, forse ad uso commerciale, che si affacciavano sul portico di età augustea. A nord dello spazio aperto acciottolato viene costruito un altro grande edificio, la “Domus degli intonaci”. Le pareti degli edifici di questa fase erano intonacate e dipinte in III stile semplificato.

Nel II e III secolo non ci sono grandi modifiche e ciò potrebbe far pensare a una qualche stagnazione o contrazione delle attività economiche, fenomeno peraltro generalizzato in quest’area. In realtà si tratta piuttosto di continuità nell’uso delle strutture, infatti i materiali di questa fase mostrano come siano proseguiti fiorenti i commerci. Del resto si data ad età antonina anche la già ricordata Vittoria bronzea.

La contrazione dell’abitato si verifica invece nella fase tardo-antica e alto-medievale. I materiali, fra cui molta sigillata africana, fossile-guida del periodo, indicano che i commerci proseguivano; ma certamente ridimensionati. Ancora al principio dell’alto medioevo il sito è frequentato e vi si costruiscono piccoli edifici lignei. La fine totale dei traffici commerciali, e dunque di Bedriacum stessa, sembra avvenire in epoca longobarda.

Bedriacum - Pianta scavo sud
Fig. 10: Pianta dello “scavo sud”. Fonte immagine: https://www.progettocalvatone.unimi.it/images/scavosud.jpg

Dal 2001 viene ripreso lo scavo della “Domus del Labirinto” e della sua area, al centro del “settore nord”.[16] Nell’area si sono trovate delle modeste strutture della prima fase di vita dell’insediamento. Già col canonico orientamento N-E/S-O, dovevano essere a funzione produttiva e in parte residenziale. Intorno alla metà del I sec. a.C. vennero invece costruite due domus, una delle quali presenta un cortile con pozzo e focolare (ed è per questo detta “Domus del Focolare”). Vi è dunque la comparsa nel “settore nord” di una destinazione residenziale più precoce rispetto allo “scavo sud”, che rimase ad uso artigianale fino all’età augustea. Dopo circa mezzo secolo le due domus furono distrutte da un incendio, vi fu un livellamento del terreno e la costruzione di nuovi edifici, che in parte ricalcavano i precedenti.

In epoca tiberiano-claudia l’intero settore venne ristrutturato sostituendone le costruzioni con due nuove domus. Una è quella del Labirinto, eponima dell’area. Come detto in precedenza, essa era già stata in parte scavata da Mirabella Roberti. La ripresa negli scavi universitari ha consentito innanzitutto di dare una diversa datazione, stratigrafica e non basata solo sull’analisi stilistica, del mosaico. Inoltre si è compresa meglio la planimetria, che riprende in generale quella della precedente “Domus del Focolare”, modificandone però l’articolazione interna. Si trattava di una residenza lussuosa nel panorama dell’Italia Cisalpina. Presentava anche due triclini affiancati, probabilmente ad uso stagionale: da uno dei due triclini (quello orientale) proviene il mosaico che ha dato il nome alla residenza.

L’altra domus era invece quella “delle Esagonelle”, a nord della Domus del Labirinto e separata da un vicolo transitabile; prende il nome dai piccoli laterizi di forma esagonale impiegati per la copertura pavimentale. Più a sud invece è stata scoperta, nella campagna di scavo del 2008, un’altra domus chiamata “Domus del Kantharos”, da un mosaico in bianco e nero che presenta appunto la raffigurazione di questo tipo di coppa, all’interno di un ornato geometrico. L’area della Domus del Kantharos è stata interessata dalle campagne di scavo 2008-2009, 2014 e 2016. A sud-ovest del “settore nord” si è poi scoperto il “Quartiere degli Artigiani”, un complesso produttivo coevo a queste case e forse legato alla trasformazione dei prodotti agricoli (cereali).[17] I proprietari delle attività produttive potrebbero essere gli stessi delle domus e questa associazione fra case e botteghe avverrebbe con un leggero anticipo rispetto allo “scavo sud”.

Pare non vi siano in questo settore, come nemmeno negli altri, tracce di incendio o distruzione generalizzati legati agli eventi del 69 d.C.; del resto Tacito non parla di una distruzione o saccheggio di Bedriacum, al contrario della sventurata Cremona distrutta dai flaviani. Qualche distruzione potrebbe invece esserci stata durante le guerre triumvirali, ma occorre essere sempre molto cauti nell’associare segni archeologici di questo tipo a grandi eventi storici, noti dalle fonti.

Bedriacum - Mosaico Kantharos
Fig. 11: Mosaico del Kantharos. Fonte immagine: https://www.progettocalvatone.unimi.it/images/kantharos.jpg

Verso la fine del I sec. d.C. la Domus del Labirinto venne abbandonata, almeno per quanto riguarda la sua destinazione residenziale. Più tardi, intorno alla metà del II sec. d.C., a ovest della domus venne realizzato l’“ambiente C”, con una funzione principalmente produttivo-artigianale, ma forse anche abitativa di livello modesto. Vi si sono trovati strumenti produttivi, come le macine in pietra, che peraltro indicano come, in questo vicus certamente a vocazione commerciale, anche l’attività agricola e di trasformazione dei prodotti (che abbiamo già menzionato) non debba essere sottovalutata. Lasciano invece perplessi i numerosi orli quivi rinvenuti ritagliati intenzionalmente, soprattutto dalle c.d. “olle tipo Calvatone”, ma anche da altri vasi in ceramica comune; non è chiaro a cosa servissero e nemmeno se, e come, si collegassero alle macine e agli altri strumenti[18]. Fra le ipotesi formulate in passato vi è quella di un uso come tessere pavimentali, ma al momento non si sono rinvenuti pavimenti di questo tipo. La mia ipotesi personale è che servissero come una sorta di gettoni, in qualche operazione di conteggio legata alle attività stesse dei luoghi di rinvenimento.

Strutture analoghe e coeve all’“ambiente C” (150-250 d.C. ca.) si sono trovate anche nel “Quartiere degli Artigiani”, abbandonato alla fine del I sec. d.C. ma ristrutturato fra metà II e metà III sec. d.C. Anche in esse si è riscontrata l’associazione fra macine e orli ritagliati. In questo quartiere si trovano anche, per questa fase, fosse di scarico con macerie provenienti dallo smantellamento delle domus, compresi frammenti di intonaco dipinto. Da questi smantellamenti derivava l’idea che nel “settore nord” non vi fossero più in questo periodo edifici lussuosi ma solo modeste strutture utilitarie, in un contesto di crisi generalizzata. Ciò è stato in parte smentito dal rinvenimento nel 2014 di una parte di pavimento a mosaico con cornice a treccia policroma, nel settore ovest dell’“area della Domus del Labirinto”[19] . Esso è databile in base ai confronti fra la fine del II e la metà del III secolo d.C. e doveva decorare il pavimento di una grande stanza, forse una domus o anche un edificio pubblico. Presenta un fondo bianco, con le tessere disposte obliquamente, in cui si colloca l’angolo di una cornice; la cornice si compone, dall’esterno all’interno, di una fascia bianca, una fascia nera, un’altra fascia bianca, una treccia policroma su fondo nero, una fascia bianca, una nera, una bianca e una fascia rosa con all’interno quadrati non contigui; di ciò che si trovava dentro la cornice resta molto poco, ma si vede un riquadro triangolare, o a quarto di cerchio, con all’interno un uccello (probabilmente una colomba) poggiato su un rametto di ulivo. La parte di treccia con orientamento N-E/S-O è più stretta e con le curvature più sinuose, mentre la parte ad essa perpendicolare è più larga e con una resa più spigolosa; le due parti sono anche raccordate in modo maldestro: in generale la qualità esecutiva del mosaico non è eccelsa.

Bedriacum - Treccia Policroma
Fig. 12: mosaico della treccia policroma. Fonte immagine: PALMIERI 2017 b, p. 11

 

Un’altra scoperta sorprendente è avvenuta nella campagna di scavo 2018, durante le operazioni preliminari di riapertura dello scavo mediante i mezzi meccanici: si tratta di un ripostiglio di monete, precisamente antoniniani, databili tra il 253 e il 268 d.C. (impero di Galliano), che furono occultate dal proprietario in un momento di grave crisi  e poi, evidentemente, non furono più recuperate. Fortunatamente vano è stato il successivo tentativo di rinvenire ulteriori tesori da parte degli immancabili scavatori abusivi.

 

Questo articolo è tratto dalla mia tesi di laurea, uno studio su un gruppo di reperti di Bedriacum con approfondimento sui menzionati orli ritagliati, e ne costituisce l’inquadramento storico-archeologico (qui in parte tagliato). Per visionare la tesi completa e i riferimenti bibliografici, chi è interessato può scaricare il documento da questo link.

Filippo Molteni

  • [1] Tac., Hist II, 44-45.
  • [2] Tac., Hist II, 23.
  • [3] La via Postumia, vedi infra.
  • [4] Tac., Hist. III, 25.
  • [5] Suet., Vesp. I.
  • [6] Per le fonti vd CORSANO 1991.
  • [7] Sulla posizione di Bedriacum vd.: SENA CHIESA 1998, pp. 362-364; GRASSI 2013, pp. 13-16.
  • [8] SENA CHIESA 1998, p. 364.
  • [9] Sulla storia delle ricerche vd. GRASSI 2013, SENA CHIESA 2007.
  • [10] PALMIERI 2017 a.
  • [11] GRASSI 2013, p. 23.
  • [12] GRASSI 2013, p. 18-19.
  • [13] Per l’analisi delle fasi, di seguito riportata, vd. BISHOP, PASSI PITCHER 1996.
  • [14] Vitr. II, 8,20 (traduzione dell’autore).
  • [15] Sullo “scavo sud” vd. SENA CHIESA 1998; EADEM 2007.
  • [16] Sul “settore nord” vd. GRASSI 2013; EADEM 2016.
  • [17] Campagne 2005-2007, 2011-2013. Vd. GRASSI 2013; EADEM 2016.
  • [18] Sugli orli ritagliati e sull'”olla tipo Calvatone” vd. ORSENIGO 2013.
  • [19] Sul mosaico della treccia policroma vd. ROSSI, ZENONI 2016.

 

Questo articolo ha un commento

Lascia un commento