Elicotteri d’attacco: verso l’obsolescenza?

Elicotteri d’attacco: verso l’obsolescenza?

All´interno della nostra serie di dossier di analisi militare, abbiamo già discusso dell’impatto dei velivoli senza pilota (comunemente detti droni). In particolare, abbiamo discusso del loro rivoluzionario utilizzo negli scontri fra Azerbaigian e Armenia; abbiamo anche analizzato alcuni sviluppi nel mercato di droni militari a basso costo. Qui vogliamo aggiungere qualche osservazione sul loro recente utilizzo in Ucraina, che sta portando all’evoluzione dei droni militari non solo a livello tecnico, ma anche a livello di dottrina, ovvero del modo in cui si pensa e si pianifica il loro utilizzo. Nello specifico, è interessante notare come i droni si stiano velocemente andando a sovrapporre ad una nicchia di impiego tradizionalmente lasciata agli elicotteri d’attacco.

Gli elicotteri d’attacco, divenuti ormai da decenni una delle componenti più familiari e diffuse per il supporto aereo ravvicinato, sono concettualmente figli di un’epoca ben precisa (come d’altra parte quasi tutte le tecnologie militari). Gli elicotteri cominciarono ad essere impiegati in via sperimentale già nella seconda guerra mondiale, e in seguito furono adottati soprattutto per esigenze di trasporto; tuttavia, fu solo con il massiccio impiego di truppe statunitensi durante la guerra del Vietnam che l’importanza del supporto aereo ravvicinato divenne evidente1. A partire dagli anni ’70, con l’introduzione dei primi modelli di Mil Mi-24 da parte degli eserciti del Patto di Varsavia2, gli elicotteri d’attacco cominciarono a diffondersi negli inventari di tutte le maggiori forze armate del pianeta.

L’utilizzo di questi velivoli si è sempre basato sul tattiche “mordi e fuggi” contro obbiettivi localizzati o altrimenti in aree poco estese, con ingaggi “entro il raggio visivo” (within visual range), anche data la relativamente scarsa altitudine di crociera. Tutto ciò nel quadro di tecnologie antiaeree a corto raggio spesso ancora basate su armi cinetiche (ovvero proiettili solidi) e impiegate più per deterennza che per effettiva capacità di abbattere velivoli nemici – solo per citarne alcuni, i sistemi su affusto ZPU e KS-19, o i semoventi ZU-23-4 Shilka e ZSU-57-2. Allo stesso tempo, le difese missilistiche a corto raggio rimanevano rudimentali, come i MANPAD di prima generazione ad aggancio a infrarossi, o gli 9K33 Osa, a guida ottica e dai lunghi tempi di preparazione al lancio. Da allora gli elicotteri d’attacco non sono riusciti a tenere il passo con lo sviluppo delle armi antiaeree. Già i primi modelli di FIM-82 Stinger si rivelarono essere un flagello devastante per gli aeromezzi sovietici in Afghanistan, nonostante il loro impatto nella guerra sia spesso esagerato (i primi Stinger furono sparati solo a partire dal 1986, appena tre anni prima del ritiro sovietico)3 e l’efficacia delle contromisure sovietiche sia spesso minimizzata.

Da allora, tuttavia, queste armi sono state continuamente affinate; tutti gli ultimi modelli hanno portata verticale massima fra i 3 e gli 8 km e un raggio verticale fra i 3 e i 5 km (Stinger C, 9K333 Verba, Mistral 3, Starstreak 2). In aggiunta a ciò, i radar di acquisizione sono diventati così economici che quasi ogni piattaforma di lancio ne è ormai dotata, mentre le tecnologie a puntamento laser rendono assai arduo ingannare o evadere i missili in volo. Viceversa, non ci sono stati progressi significativi nella riduzione della traccia radar degli elicotteri, e gli armamenti terra-aria più comuni (come i missili Hellfire o TOW), hanno gittate massime fra i 3 e gli 8 km.

Vi sono inoltre dei dilemmi operativi che sembrano irrisolvibili; aumentare la portata delle armi aria-terra oltre il raggio visuale significherebbe aumentare necessariamente la quota operativa, peraltro esponendo il velivolo ad un agganciamento più facile di sistemi SAM (surface-to-air, terra-aria) da distanze ancora più vantaggiose; inoltre, andrebbe perduto il senso stesso dell’elicottero come mezzo per il supporto ravvicinato e a bassa quota.

Esistono anche questioni di carattere economico. Nel luglio del 2016, le forze armate britanniche siglarono un contratto di fornitura per 50 elicotteri d’attacco AH-64E Apache, per un totale di 2,3 miliardi di dollari (circa 55 milioni per mezzo, al cambio odierno)4, includendo manutenzione iniziale e pezzi di ricambio. Le cifre per altri velivoli dello stesso tipo possono variare; un contratto del 2018 per la fornitura di 30 ATAK 129 di produzione italo-turca è stato stimato valere attorno ai 500 milioni di euro5, circa 16 milioni di euro per esemplare.

Ciononostante, a testimonianza della concorrenza che i droni rappresentano per gli elicotteri d’attacco, è bene notare che nel 2021, il Regno del Marocco ha ordinato 13 droni Bayraktar turchi (il drone militare più di successo del pianeta)6 assieme al relativo equipaggiamento per circa 74 milioni di dollari, ovvero neanche 5,5 milioni al pezzo7.

Si tratta in ogni caso di sistemi non completamente sovrapponibili, nella misura in cui i velivoli senza pilota eseguono normalmente missioni di osservazione anche prolungata del campo di battaglia, tenendosi distanti dai bersagli. Inoltre essi hanno solitamente una capacità di carico (payload) inferiore a quella degli elicotteri, e hanno tempi di ingaggio più lunghi. I vantaggi sono la loro maggior capacità di rimanere inosservati, oltre a poter volare molto più a lungo. Sono più semplici da operare, il costo per ora di volo è decisamente minore8, e ipso facto non mettono a rischio la vita dei piloti (risparmiandone non solo la vita, ma anche il prezioso patrimonio di esperienza e conoscenze).

Risulta inoltre significativa l’alta operabilità interarma dei droni, che sono ormai in grado di designare accuratamente bersagli, scambiando le coordinate con piattaforme terra-terra, aggiungendo quindi una componente “intelligente” all’uso di elementi di artiglieria tradizionali. Questo è già possibile con missili guidati come lo Spike NLOS, che permette il trasferimento del controllo sulla traiettoria dopo il lancio9, avendo un raggio di oltre 30 km.

La questione fondamentale rimane quindi il senso dell’elicottero d’attacco come concezione tattico-teorica; da una parte, la piattaforma in sè non detiene più il monopolio per quanto riguarda un certo tipo di supporto di fuoco a corto raggio, visto l’avvento di droni a basso costo e a capacità crescenti. Dall’altra il tentativo di “riciclare” la piattaforma aumentandone raggio e portata rischierebbe di portarlo fuori ruolo, facendo con più costi e rischi quello che artiglieria e droni osservatori possono fare meglio e più tranquillamente. Bisogna peraltro notare che all’uopo anche dei semplici elicotteri da trasporto possono essere adattati allo stesso ruolo, con una maggiore configurabilità, minori costi, e mantenendo quasi intatte le proprie capacità di carico10.

A livello di dottrina, il “mordi e fuggi” resta una soluzione solo parziale, troppo dipendente dalla topografia e dalla orografia di ogni teatro operativo; anche riducendo l’esposizione a sistemi antiaerei a medio raggio, l’elicottero d’attacco sembra non avere risposta contro missili spalleggiabili (MANPAD), che si presume siano fra i maggiori responsabili delle gravi perdite fra gli elicotteri subite dai russi in Ucraina11.

Orlando Miceli

L’autore, Orlando Miceli – Fiorentino, classe ’95. Baccalaureato in Politikwissenschaft all’universitá di Vienna, studia a Trento per divenire consulente politico, con focus su economia politica, geoeconomia e geopolitica. Privatamente si interessa di storia, filosofia politica, strategia e sistemi d’arma.

Note:

1 Cfr. Ference, E. W. Case Study of the Development of the Apache Attack Helicopter (AH-64). In: Theses and Dissertations, Naval Postgraduate School, 2002. Pp. 10-11.

2 Cfr. Culhane, K. V. The Soviet Attack Helicopter. In: Student Research Report, US Armz Institute for Advanced Russian and East European Studies. 1977. Pp. 5.

8 Cfr. Denevan, T. J. Cost-Based Analzsis of Unmanned Aerial Vehicles/Unmanned Aerial Systems in filling the role of Logistical Support. In: Theses, Naval Postgraduate School, Monterey, 2014, pp. 43-44.