Giappone e Cina Contro: Geostrategia in Oriente
Reparti dell'Esercito imperiale giapponese prima di un'azione nel 1939 durante la guerra cino-giapponese

Giappone e Cina Contro: Geostrategia in Oriente

Geopolitica Imperii aveva già analizzato, fra le altre cose, l’impatto dello RCEP, un accordo liberoscambista siglato dalla Cina e dalla maggior parte dei paesi dell’area, e che potrebbe in futuro rivelarsi decisivo per la definitiva solidificazione della potenza cinese.

Il tema è tornato in primo piano ultimamente, con la visita ad agosto della presidente della camera americana, Nancy Pelosi, a Taiwan. La forte e decisa reazione della Repubblica Popolare Cinese contro qualsiasi tentativo di legittimazione dell’autogoverno di Taiwan (visto come entità separatista sotto la dottrina de “Un’unica Cina”), che si è concretizzata nella dichiarazione di esercitazioni militari aeronavali attorno a Formosa (altro nome dell’isola) in vasti tratti marini, ha portato diversi osservatori e commentatori a definirla ormai la “quarta crisi dello Stretto”[1], seguendo alle precedenti tre del 1954, del 1958 e del 1995.

Qui vogliamo quindi portare l’attenzione sugli aspetti geostrategici e di rilevanza militare dell’area del Mar Cinese Meridionale, proponendo un confronto fra l’attuale postura della Cina popolare e l’esperienza storica dell’unica altra potenza asiatica che tentò di affermare il proprio primato nella regione – il Giappone.

A tal fine, proporremo una breve disamina delle contingenze economico-politiche che portarono il Giappone a combattere una sfavorevole guerra totale contro gli Stati Uniti d’America, per poi confrontarle con la via che la Cina pare aver scelto per sè e per la regione.


Geostrategia nipponica 1919-1945

Perchè il Giappone scelse la guerra per risolvere i propri dilemma strategici? E perchè proprio contro gli Stati Uniti? A questi e ad altri quesiti gli storici riservano risposte tutt’altro che univoche.
Nei fatti, però, l’Impero Giapponese si trovò davanti una serie di opportunità, ma di fronte a limiti di natura strutturale e politica, esso si trovò infine a combattere in una condizione di inferiorità su distanze enormi.

Alla fine della Grande Guerra, alla quale il paese aveva partecipato a fianco degli Alleati, il Giappone si ritrovò in una condizione particolarmente favorevole: tre dei suoi grandi avversari erano collassati (Germania, Cina, Russia), e le potenze occidentali erano esauste. In aggiunta a ciò, il Giappone aveva guadagnato profondità strategica, sia attraverso il Mandato del Pacifico Meridionale[2], sia attraverso l’intervento anticomunista in Siberia orientale.

La Grande Guerra avevamo mostrato che financo una indiscussa potenza militare come la Germania, poteva essere ridotta alla miseria attraverso l’embargo.

Nelle forza armate giapponesi si crearono diverse scuole di pensiero, che proponevano diverse teorie volte a garantire al Giappone una potenza militare sufficiente a vincere una guerra nonostante le limitatissime condizioni economiche e industriali del paese[3]; in seno all’esercito, e facente riferimento a Ugaki Kazushige (Ministro dell’Esercito dal 1924), nacque la fazione dei Tōseiha, che propugnava il rafforzamento dell’economia nazionale come la migliore garanzia per una potenza militare in caso di conflitto; ai Tōseiha si opponeva la fazione della “Via Imperiale” (Kōdōha), capeggiata da Araki Sadao (Ministro della Guerra dal 1931), che invece sosteneva la costruzione di un forte apparato militare in tempo di pace, in modo da poter vincere un futuro conflitto rapidamente, secondo la dottrina della guerra limitata[4].

Questi ultimi adducevano come esempio la Guerra Russo-Giapponese, che garantì al Giappone la vittoria attraverso la conquista di obiettivi strategici e la distruzione dei contrattacchi nemici[5].

Parallelamente, anche in seno alla Marina Imperiale si erano sviluppate riflessioni in merito alla natura di un futuro conflitto; rispetto all’Esercito, più rivolto verso le minacce sovietiche e cinesi, nella Marina regnava un generale consenso sull’identificazione degli Stati Uniti come principale (futuro) nemico[6]. Si concepiva altresì la necessità di preparare il paese ad una guerra totale, presupponendo l’impiego di tutto il potenziale economico-militare nazionale (e non solo) per lo scontro con gli anglo-americani[7]

Le tensioni internazionali dei primi anni ’30 aumentarono le pressioni all’interno degli ambienti militari nipponici: il crescente nazionalismo cinese appariva sempre più capace di unificare il paese e la potenza sovietica era in piena ascesa[8] spinta dai piani quinquennali. Si credeva quindi che vi fossero delle minacce imminenti agli “interessi speciali” del Giappone in Cina settentrionale e in Manciuria, proprio mentre i trattati e gli accordi che li avevano tutelati nel primo periodo postbellico sembravano sempre più fragili[9], e le limitazioni alle forze navali giapponesi meno tollerabili[10].

Con queste premesse, e nonostante i dissidi interni sia all’Esercito sia alla Marina Imperiali, le truppe dell’Esercito Imperiale stazionate in Manciuria scatenarono l’incidente di Mukden nel 1931, un attacco false flag che fu usato come pretesto per la conquista di territorio manciuriano e la creazione dello stato-fantoccio del Manchukuo; tuttavia, l’inganno dei giapponesi fu presto rivelato da osservatori occidentali inviati dalla Società delle Nazioni, e portò il Giappone ad abbandonare la Società.

L’isolamento internazionale dell’Impero crebbe considerevolmente, e portò i fautori della “Via Imperiale” all’interno dell’Esercito a prevalere sugli avversari, che contando sulle preziose risorse acquisite con il controllo della Mancuria, spinsero per riforme interne in senso autarchico[11].
La Seconda Guerra Sino-Giapponese, a partire dal 1937, dimostrò inoltre che ogni speranza di condurre una guerra limitata era mal riposta, e che le risorse a disposizione del Giappone erano completamente insufficienti per produrre i risultati bellici ritenuti desiderabili senza mobilitare completamente l’Impero[12].

Ci si aspettava ormai che una guerra totale avrebbe presto coinvolto il Giappone – l’Esercito si aspettava che fosse contro l’URSS, la Marina contro gli USA.


La disfatta del Giappone

L’inesorabile avanzata del Giappone verso una guerra totale fu inficiata da subito dall’assoluta mancanza di coordinazione fra Esercito e Marina, e dalla totale indipendenza di ambedue dal gabinetto di governo. Contemporaneamente, all’interno di Esercito, Marina e governo civile vi erano diverse fazioni, ognuna delle quali, come già visto, cercava di imporre una propria strategia per la guerra all’orizzonte.g

La decisione di implementare riforme autarchiche (note come “Stato di difesa nazionale”) che potenziassero l’economia, paradossalmente, ne accrebbero fragilità e dipendenza dalle importazioni (specialmente dagli Stati Uniti per quanto riguarda metalli, petrolio, gomma e altri materiali di rilevanza strategica)[13].

Dopo la Seconda Guerra Sino-Giapponese, il rateo di riarmo degli USA allarmava gli ambienti della Marina, che facevano vieppiù pressione per un attacco preventivo; l’embargo statunitense impose il razionamento di qualsiasi tipo di bene per mantenere l’economia di guerra[14], mentre il progetto della “Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale” rimase poco più che un piano di occupazione militare senza alcuna prospettiva di mobilitazione economica[15] o sociale[16].
Infine, la discordia fra le varie forze militari e politiche impose una soluzione di compromesso, ovvero sfruttare il fattore sorpresa contro gli USA e usare il vantaggio acquisito per stabilire un perimetro difensivo nel Mar Cinese Meridionale.

La mancanza di resilienza economica dell’Impero costrinse la Marina Imperiale ad attaccare con operazioni al limite dell’azzardo, prima che le scorte di carburante e altri materiali si esaurissero; a Pearl Harbor, quattro corazzate statunitensi furono affondate e altrettante danneggiate o messe fuori uso, oltre a incrociatori, naviglio minore, e oltre 200 aeromobili fra cui diversi bombardieri B-17[17]; ma ambo le portaerei di stanza alle Hawai sfuggirono all’attacco.
Nella battaglia delle Midway, il tentativo di adescare e distruggere la flotta statunitense si risolse in un disastro per i nipponici, con la perdita di quattro portaerei[18].

La massiccia fortificazione delle isole più importanti nelle Filippine e nelle Salomone si rivelò via via fallimentare, visto che gli Alleati si limitarono a isolare i capisaldi e a porli sotto assedio, senza ingaggiare direttamente le guarnigioni fin da subito.

Dopo due anni di schermaglie attorno alle Isole Salomone, nel giugno del 1944 la Marina Imperiale tentò nuovamente di ingaggiare apertamente la flotta statunitense; nonostante i due anni trascorsi dalla battaglia delle Midway e il conseguente recupero delle forze, la battaglia di Saipan fu una nuova disfatta, con la perdita di parecchi velivoli, 2 portaerei di linea e 1 portaerei leggera[19].

La Marina Imperiale, inoltre, non riuscì a comprendere il valore strategico di un impiego dei sommergibili contro il naviglio da trasporto; dei 38 disponibili per le operazioni a Guadalcanal, solo 3 furono impegnati in operazioni offensive (peraltro riuscendo ad affondare la portaerei Wasp), mentre gli altri vascelli erano impiegati per il trasporto di materiali e vettovagliamento[20]. Nondimeno una ventina furono affondati.

Nell’ottobre del ’44, nel Golfo di Leyte, infine, si ebbe la fine della Marina Imperiale come forza combattente dopo una battaglia impari durata diversi giorni[21].

I ripetuti tentativi del Giappone di segnare una vittoria schiacciante in uno scontro aperto con la flotta statunitense si risolsero sempre in un disastro; l’ambizione che portò a elaborare lo “Stato di difesa nazionale” e la “Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale” come progetti che creassero la profondità strategica che il Giappone autarchico anelava portarono ad una estensione eccessiva delle linee di rifornimento, oltre all’impiego di forze preziose per le guarnigioni isolane in una strategia di difesa inelastica e rigida. Il tentativo di stabilizzare il fronte marittimo sulla cosiddetta “seconda catena di isole” (Marianne – Guam – Micronesia – Palau) fallì.

Geostrategia cinese e sviluppi militari nel Mar Cinese Meridionale

Delle peculiari concezioni strategiche insite nella cultura militare e civile cinese abbiamo già discusso altrove, e allo stesso modo abbiamo analizzato l’offensiva economica della Cina Popolare nel Mar Cinese Meridionale.

Vogliamo indi concentrarci sugli aspetti strategico-militari del Mar Cinese Meridionale.
La burocrazia militare cinese si confronta da tempo con le questioni relative allo spazio e alle dimensioni del Mar Cinese Meridionale non solo per la sua rilevanza militare, ma anche strategica, economica, e financo culturale[22].

Questo spazio, delimitato dalle coste cinesi sul lato continentale e dall’arcipelago giapponese, Formosa, le Filippine e le Grandi Isole della Sonda sul lateo marittimo[23], è dove le dispute territoriali fra Cina e paesi vicini si concentrano, oltre ad essere uno dei più importanti canali di transito per le merci cinesi[24].

Per quanto gli analisti occidentali si concentrino sulla Cina come una potenza essenzialmente continentale, gli analisti cinesi vedono il proprio paese come una potenza ibrida talassico-tellurica[25]; da questa natura ibrida, difatti, deriverebbero i dibattiti interni agli ambienti di analisi cinesi riguardo il giusto equilibrio fra la dimensione continentale e quella marittima della geostrategia cinese[26].

Formosa/Taiwan sarebbe quindi il punto focale per solidificare la sicurezza nazionale cinese nella regione, pena l’effettiva incapacità di agire in mutuo supporto delle flotte cinesi settentrionale, orientale e meridionale, a causa dello scudo aereo-missilistico eventualmente installabile a Taiwan[27]. Inoltre, l’unico accesso diretto verso l’oceano è possibile proprio a partire dalla costa orientale taiwanese[28].

Le isole Ryukyu, inoltre, rappresentano un punto focale di un ipotetico conflitto sino-giapponese, e la loro rilevanza viene quindi inclusa nella discussione attorno alla “prima catena di isole”[29].
É, inoltre, rilevante l’interpretazione data alle zone economiche esclusive (ZEE) in merito alle operazioni militari, giacchè alcuni paesi (come il Brasile) proibiscono qualsiasi tipo di attività militare straniera nella propria ZEE, mentre altri (come gli USA) la permettono[30].

In questo senso, una asserzione di sovranità su un’isola acquista anche un valore non indifferente per quello che riguarda l’interdizione al traffico militare in zone litoranee[31].

Come anche dimostrò nel secondo conflitto mondiale la battaglia del Mare di Giava, durante la quale i sofisticati siluri a lungo raggio “tipo 91” schierati dalle forze giapponesi inflissero pesanti perdite agli anglo-olandesi, la rilevanza dell’attività sottomarina fra la prima e la seconda delle “catene di isole” rimane preponderante; la notevole flotta sottomarina cinese, che consiste di oltre 60 vascelli di vario tipo (con un aumento previsto fino a oltre 90 unità entro il 2030[32], è verosimilmente una delle componenti chiavi per operazioni di tipo A2/AA (anti-access/area-denial); se così fosse, vorrebbe dire che la Marina Popolare di Liberazione ha studiato e fa tesoro dei fallimenti giapponesi occorsi durante la ricerca di un singolo scontro decisivo in superficie, ma anche della tradizione sovietica che istituì la preponderanza delle operazioni sottomarine rispetto a quelle di superficie o a forze combinate[33].

Dal 1991, nelle Filippine non è più presente alcuna base militare statunitense, e il trattato di mutua difesa e collaborazione fra i due paesi è da allora considerato “inattivo”[34], limitando pesantemente la sostenibilità delle operazioni navali statunitensi nel Mar Cinese Meridionale, che fa affidamento sulle base logistica di Singapore e (molto più lontano) di Guam o Okinawa[35].

Le altre basi, collocated in Corea o in Giappone, hanno un futuro incerto, viste le crescenti pressioni politiche per la riduzione della presenza statunitense[36], mentre lo stazionamento delle nuove “navi da combattimento costiero” (littoral combat ship), peraltro inteso proprio per la base di Singapore[37], pare essere ormai stato abbandonato completamente visti i gravi problemi tecnici che hanno caratterizzato questi vascelli fin dal varo[38].

Il confronto fra dislocamento totale e numero di vascelli rende in ogni caso evidente la vocazione a flotta oceanica della marina statunitense: il dislocamento complessivo statunitense è più del doppio di quello cinese[39], ma i cinesi sono in grado di schierare più di 350 vascelli contro i 300 degli americani[40].

Dimensioni maggiori significano maggiore proiezione di potenza a livello globale, ma anche maggiore vulnerabilità ad assetti antinave balistici e sottomarini – fatto che viene apertamente discusso in riferimento alle tecnologie ipersoniche russe e cinesi[41].

Viceversa, la continua crescita della Marina Popolare di Liberazione, fondata su numerosi, piccoli e agili vascelli (si vuole portare il totale delle unità a 460 entro il 2030)[42] e pochi assetti strategici risulta in contrasto con l’impostazione statunitense, fondata sulle portaerei e sulle operazioni aeronavali (carrier strike group) per la supremazia strategica[43]; tuttavia, quest’ultima impostazione si basa sull’assunto a priori della sopravvivenza delle portaerei al contatto con il nemico[44], mentre lo sviluppo di nuove armi a lungo e lunghissimo raggio sta rendendo più fragile questo assunto e contemporaneamente riducendo il vantaggio asimmetrico statunitense[45].

Conclusione

Le esperienze della Marina Imperiale Giapponese nella guerra del Pacifico dimostrarono che il concetto di battaglia decisiva di superficie era ormai impraticabile, pena rischi e costi altissimi; il tentativo di sostenere un conflitto esteso all’oceano oltre le proprie possibilità porto alla disfatta del Giappone.

Allo stesso tempo, la Cina popolare si trova in un simile dilemma strategico, ma in un altro contesto economico-politico; l’accesso al mare non le è vitale per le risorse, ma per il commercio, che costituisce la base delle relazioni internazionali del paese.

Se le esperienze giapponesi fossero applicate, la Cina si dovrebbe concentrare sullo spazio contenuto nella “prima catena di isole” per asserire la propria potenza navale – come effettivamente sembra, con lo sviluppo di tecnologie A2/AA e la concentrazione degli sforzi sulle operazioni sottomarinee e litoranee, che peraltro sono coerenti con una politica estera incentrata sui rapporti commerciali.

Molti fattori restano comunque determinanti, anche se la forza navale cinese continuasse a crescere e quella statunitense continuasse a ristagnare; in primis, il ruolo del Giappone è tutt’altro che secondario. La seconda marina militare della regione per dislocamento e capacità potrebbe creare non pochi problemi alla Cina, se impiegata in azioni belliche o anche solo di minamento o A2/AA[46].

Le forze taiwanese potrebbero accrescere a loro volta la loro flotta di motoscafi antinave, schierando in effetti una milizia marittima composta di mezzi adatti a rapidi attacchi mordi-e-fuggi[47].

In effetti, il fattore strategico-militare è solo uno dei tanti che formano le geometrie di potere nel mondo, e a maggior ragione nel Mar Cinese Meridionale. La nota riservatezza e imperscrutabilità degli ambienti politico-militari cinesi rendono particolarmente difficile capire in che misura stia venendo studiata l’esperienza giapponese nella guerra del Pacifico; alcune cose lasciano però supporre che la Cina abbia scelta un’altra strada non solo per quel che riguarda lo sviluppo militare, ma anche nella postura assertiva ma graduale nell’affermazione dei propri interessi nella regione.

 

Orlando Miceli

 

 

L’autore, Orlando Miceli – Fiorentino, classe ’95. Baccalaureato in Politikwissenschaft all’universitá di Vienna, studia a Trento per divenire consulente politico, con focus su economia politica, geoeconomia e geopolitica. Privatamente si interessa di storia, filosofia politica, strategia e sistemi d’arma.

 

Note:

[1] https://www.csis.org/analysis/military-dimensions-fourth-taiwan-strait-crisis

[2] Mandato della Società delle Nazioni per l’amministrazione delle ex-colonie tedesche, fra cui Palau, Isole Marshall, Micronesia, e Isole Marianne Settentrionali.

[3] Cfr. Aizawa K. ‘The Shock of the First World War’, 2nd International Symposium on Security Affairs, Mar 1999.

[4] Cfr. Aizawa K. cit.

[5] Cfr. Drea E. Japan’s Imperial Army, University Press of Kansas, 2016

[6] Cfr. Aiyawa K. Cit.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Cfr. Nish I. Japan’s Struggle with Internationalism, Routledge, 2000

[10] Cfr. Aiyawa K, cit.

[11] Cfr. Farley, Miriam S. Japan Moves toward Wartime Economy. Far Eastern Survey 6, no. 16 (1937): 183–85. https://doi.org/10.2307/3023318.

[12] Idem.

[13] Cfr. Barnhart, Michael A. Japan Prepares for Total War: The Search for Economic Security, 1919–1941. Cornell University Press, 1987.

[14] Idem.

[15] Cfr..Swan, William L. Japan’s Intentions for Its Greater East Asia Co-Prosperity Sphere as Indicated in Its Policy Plans for Thailand. Journal of Southeast Asian Studies 27, no. 1, 1996. 139–49.

[16] Cfr. Giles, Nathaniel W., The Greater East Asia Co-Prosperity Sphere: The Failure of Japan’s “Monroe Doctrine” for Asia. .Undergraduate Honors Theses. Paper 295. 2015.

[17] Cfr. Ito, M. & Pineau, R. La Marina Imperiale Giapponese. Longanesi eds. 1970. Pp. 62-63.

[18] Idem.

[19] Ibidem, pp. 190-193.

[20] Cfr. Ito & Pineau, cit. Pp. 146-148.

[21] Ibidem, pp. 202-203.

[22] Cfr. Yoshihara, T., China’s Vision of Its Seascape: The First Island Chain and Chinese Seapower. Asian Politics & Policy, 4, 2012. Pp. 297-299. https://doi.org/10.1111/j.1943-0787.2012.01349.x

[23] Idem.

[24] Idem.

[25] Ibidem, pp. 300.

[26] Ibidem, pp. 301-302.

[27] Ibidem, pp. 302-303.

[28] Idem.

[29] Ibidem, pp. 303-305

[30] Cfr. Akimoto, K. The Strategic Value of Territorial Islands from the Perspective of National Security. OPRI Center of Island Studies. 2013. Disponibile a: https://www.spf.org/islandstudies/research/a00008.html (31/08/2022)

[31] Idem.

[32] https://www.globalsecurity.org/military/world/china/navy.htm

[33] Cfr. Watts, R. B. Poor history and failed paradigms: flawed naval strategy and learning the wrong lessons from a century of conflict. Modern War Institute, 2022. Disponibile a:  https://mwi.usma.edu/poor-history-and-failed-paradigms-flawed-naval-strategy-and-learning-the-wrong-lessons-from-a-century-of-conflict/

[34] Cfr. Chang, F. K. Sideways: America’s Pivot and its Military Bases in the Asia-Pacific. E-Notes, Foreign Policz Research Institute, 2013. Disponibile a: https://www.fpri.org/article/2013/04/sideways-americas-pivot-and-its-military-bases-in-the-asia-pacific/

[35] Idem.

[36] Idem.

[37] Idem.

[38] https://taskandpurpose.com/news/navy-decommission-new-littoral-combat-ships/

[39] Cfr. Patton, K. Battle Force Missiles: The measure of a fleet. Center for International Maritime Security. 2019. Disponibile a: https://cimsec.org/battle-force-missiles-the-measure-of-a-fleet/

[40] Cfr. AA.VV. 2020 China Military Power Report. Annual Report to Congress. Disponibile a: https://media.defense.gov/2020/Sep/01/2002488689/-1/-1/1/2020-DOD-CHINA-MILITARY-POWER-REPORT-FINAL.PDF

[41] https://news.usni.org/2021/06/14/mda-u-s-aircraft-carriers-now-at-risk-from-hypersonic-missiles

[42] https://taskandpurpose.com/news/chinese-navy-dangerous-us-military/

[43] Cfr. Cummings, A. A Thousand Splendid Guns: Chinese ASCMs in Competitive Control. Naval War College Review. 69, 4-8, 2016. pp. 89.

[44] Idem.

[45] Idem.

[46] Cfr. Yoshihara, op. Cit.

[47] Idem.