Il Ducato di Benevento tra saraceni e Sacro Romano Impero

Il Ducato di Benevento tra saraceni e Sacro Romano Impero

La divisione del Ducato di Benevento tra Saraceni e disputazioni intorno alla legittimità del Sacro Romano Impero

Annus Domini 860, Mezzogiorno d’Italia, città di Benevento. Il Principe Adelchi è irrequieto: salito al trono da soli 5 anni, si ritrova ad amministrare – in condizioni di precaria stabilità interna ed esterna – un principato pressoché neonato, in quanto figlio della scissione del Ducato di Benevento – di cui suo padre Radelchi era unico sovrano – in due principati autonomi, il già citato beneventano e quello salernitano. A tediare Adelchi erano i Saraceni, insediatisi frammentariamente qua e là all’interno di quei territori che sentiva gli appartenessero de iure, poiché da più di tre secoli governati dai sovrani longobardi.

 

Per ben intendere di quale portata fosse il Ducato su cui ha per ultimo regnato Radelchi, questo comprendeva l’intera porzione meridionale della penisola italiana, eccettuati i territori calabri al di sotto di Catanzaro, il Salento, il ducato autonomo napoletano (retto da una tradizione episcopale) e la repubblica amalfitana, a fasi alterne poste sotto la diretta o indiretta egida dell’Impero bizantino, altresì detto dei Romani (in accordo al nome che essi stessi si davano) o dei Greci (con il quale, in tono dispregiativo, l’occidente latino si rivolgeva ad esso).

Le istanze separatiste della pars salernitana all’interno del Ducato si ebbero da molto prima che Radelchi salisse al trono, principalmente come conseguenza di soprusi che alcuni suoi predecessori avevano tirannescamente perpetrato ai danni di molte contee e città dell’area salernitana.

La frattura tra Salerno e Benevento fu così insanabile e mossa da così profondi livori che ambedue le fazioni non ebbero scrupolo alcuno a far ricorso addirittura all’aiuto degli Agareni, ovvero dei Saraceni che provenienti dalla conquistata Sicilia avevano iniziato ad insediarsi nei territori bizantini del thema di Kalavrìa, ovvero la porzione calabra al di sotto di Catanzaro.

 

Gli Agareni dal canto loro approfittarono non poco di queste gentili chiamate per poter saggiare, tra una battaglia e l’altra, non solo la debolezza delle forze in campo di cui disponevano i Longobardi in bisticcio tra loro, bensì anche per studiare la logistica del territorio dell’Italia meridionale (oltre che a rimpinguarsi d’oro e metalli preziosi offerti come pagamento): ben presto gli scaltri saraceni occuparono, sfruttando vuoti di potere, varie città della Puglia longobarda ed alcune roccaforti nella Calabria settentrionale, espandendosi a macchia di leopardo lentamente per tutta la prima metà del IX secolo.

I Longobardi si accorsero certamente in più occasioni del doppiogioco degli Agareni, ma furono così impegnati a combattersi tra loro che scelsero di non badar troppo alle usurpazioni di quelle parti di territorio, anzi talvolta quando scarseggiarono oro e denari scelsero addirittura di ripagarli con baronie e gastaldati all’interno delle contee giudicate più periferiche.

Quando poi, come già accennato, Radelchi (che pur aveva fatto ricorso agli arabi tanto quanto i suoi avversari salernitani) fu costretto alla resa definitiva e si impegnò a riconoscere la divisione del Ducato, i Saraceni si ritrovarono ad essere ormai di casa nel mezzogiorno d’Italia.

 

Con la secessione, i rapporti tra i due principati si distesero sin a divenire di già amichevoli quando a governare Benevento fu Adelchi ed a governare Salerno fu Guaiferio: e fu proprio la calma e la lucidità che portò con sé la nuova pace che forse fece aprire gli occhi ai Longobardi, i quali realizzarono di non essere più padroni in casa propria giacché dilaniati, dimezzati ed afflitti da più di mezzo secolo di conflitti fratricidi e di ricorso ai mercenari saraceni.

Adelchi e Guaiferio, congiuntisi in una solida alleanza, marciarono a capo dei rispettivi eserciti contro la più prestigiosa delle città cadute in mano nemica, ovvero Bari, cingendola d’assedio: la spedizione si risolse in un clamoroso insuccesso ed i due furono costretti a divenire tributari degli Agareni (come se i Longobardi non avessero già dato loro abbastanza oro nel mezzo secolo precedente!)

Non sapendo più come venire a capo della situazione, i due di comune accordo decisero di inviare un’ambasceria nientemeno che a Ludovico II detto “il Giovane”, Re d’Italia ed incoronato dal Papa Imperatore dei Romani (cioè sovrano dell’impero carolingio).

Ma nello stesso tempo a preoccuparsi dell’accresciuto potere dei saraceni nel mezzogiorno d’Italia fu anche un’altra illustre persona, vale a dire Basilio I soprannominato “Il Macedone”, imperatore bizantino. Anch’egli, parimenti ai due Prìncipi longobardi, aveva esortato l’intervento di Ludovico II inviando presso la corte dell’imperatore carolingio moltissimi doni.

 

Ludovico II si decise così a mobilitare l’esercito imperiale ed a marciare alla volta della Campania, dove fu accolto in pompa magna dapprima Guaiferio nella città di Sarno, indi insieme ed a capo dei rispettivi eserciti si congiunsero con Adelchi, il quale li accolse presso Benevento.

A questo punto tutti e tre proseguirono per la Puglia, trucidando quanti Agareni trovassero per strada man mano che liberavano dal loro dominio i vari villaggi ed i vari paesini, quindi cinsero d’assedio Bari con numerosi strumenti d’assedio. Un piccolo distaccamento fu inviato invece a liberare villaggi e baronie nella Calabria longobarda.

Nel frattempo, i saraceni riusciti a sfuggire alla “reconquista” longobarda-carolingia della Puglia e della Calabria trovarono un’insolita accoglienza presso la città di Napoli.

La città di Bari, vera e propria “capitale” dei domini saraceni nel Mezzogiorno continentale (il virgolettato è d’obbligo in quanto il dominio arabo nel Sud continentale non fu mai veramente organico e territoriale sì d’aver individuato una capitale e provveduto ad una riorganizzazione amministrativa, si trattò tuttalpiù di un impossessarsi “a macchia di leopardo” di territori spesso tra di loro non collegati, tra la Puglia e la Calabria settentrionale), si dimostrò così oltremodo tenace nel resistere all’assedio dei carolingi che Ludovico II dovette pensare quale unico modo per prendere la città l’ausilio della possente flotta bizantina: inviò così una delegazione a Basilio I, il quale si disse felice di partecipare alla battaglia ed inviò prontamente la flotta bizantina, ponendola al capo del patrikios Georgios.

 

Ma mentre l’assedio proseguiva, settimane dopo settimane, per terra e per mare, Basilio I inviò un’ulteriore ambasceria destinata a Ludovico II presso l’accampamento dei Longobardi e dei Carolingi: l’ambasciatore era il patrikios Ioannes, uno dei più influenti diplomatici della corte bizantina, mandato da Basilio I clamorosamente a lamentarsi con l’imperatore dei carolingi.

Le ragioni per cui sorsero dei malumori in seno al senato costantinopolitano ed alla corte imperiale di Basilio I erano duplici: in primis, accusavano le forze terrestri messe in campo dai Carolingi di essere la causa del prolungarsi dell’assedio in quanto – a loro dire – davvero irrisorie; in secundis, ammonivano Ludovico II dal desistere di firmarsi nelle future missive quale “imperatore augusto”, come aveva sinora fatto, giacché non aveva diritto alcuno a fregiarsi di quel titolo essendo il regnante di Costantinopoli l’unico vero discendente dei Cesari.

A questo punto Ludovico II decise di render pan per focaccia a Basilio I inviando a Costantinopoli Autprando, suo fedele e familiare, con una chiarissima (e lunghissima) lettera di cui vi riporto le parti più salienti (ed anche più divertenti per quel che fu un vero e proprio “dissing” ante litteram) :

 

“Nel nome del signore nostro Gesù Cristo, Dio eterno.

Ludovico, per disposizione della provvidenza divina, imperatore augusto dei Romani, al dilettissimo nostro fratello nello spirito, Basilio, parimenti imperatore gloriosissimo della nuova Roma.

Si sa che è accettabile e lodevole illuminare qualcuno dei fratelli col fuoco della carità, mediante esortazioni a guisa d’incoraggiamenti; è, però, più accettabile e senza prezzo illuminarli a tal fine con sentimenti di generoso affetto. […]

In base a questa regola, il nostro impero, sorto per disposizione divina, non mancò di produrre molteplici frutti dal giorno in cui iniziò a mettere nel proprio cuore la radice di un affetto verso la Tua fraternità, procurando e proteggendo ciò che è vostro non meno di quanto è nostro.

Ti vanti di quanto, con benignità e familiarità, hai fatto verso i nostri legati: ma è noto che già prima l’avevamo fatto noi verso Giovanni, patrizio illustrissimo, che abbiamo ricevuto ed amato, in verità, non come amico e familiare di un fratello, cioè del tuo impero, ma quasi come un nostro parente e come figlio della tua maestà. […]

Notiamo, però, che la tua spirituale fraternità aggiunge molta ambiguità di parole, molto in contrasto con l’Apostolo, che dice: “Se a qualcuno piace suscitare contese, noi non abbiamo tale abitudine e neppure la Chiesa di Dio” […]

E poiché hai scritto molte cose circa il titolo d’imperatore, siamo anche noi costretti a rispondere a certe tue affermazioni, perché, tacendone, non sembri agli stolti che abbiamo taciuto non già per aver voluto evitare contrasti, ma per essere stati convinti della tua ragionevolezza. […]

Da noi molte cose sono lette e molte altre sono ripetutamente rilette e mai abbiamo trovato i termini da te proposti o i modelli che tanto proclami: da nessuna parte abbiamo letto che nessuno sia chiamato basileo tranne colui al quale è toccato reggere il governo di Costantinopoli. Le sacre storie, invece, ci dicono abbondantemente che già in tempi remoti molti furono chiamati basilei e confermano che ce ne furono non solo tra gli eletti, come Melchisedec e Davide, ma anche tra i pagani, come tra i capi degli Assiri, degli Egiziani, dei Moabiti, e di tante altre nazioni che sarebbe lungo citare.

Dunque stando così le cose la tua prudenza inutilmente avanza proteste che altri, oltre te stesso, possa chiamarsi basileo a meno che tu non decidessi di distruggere i codici di tutto il mondo, nei quali dai tempi antichi in poi i capi di tutti i popoli o quasi sono riportati scritti come basilei.

E, per tacere dei codici latini, se si aprono i codici greci, anche recentemente pubblicati, troverai senza dubbio moltissimi chiamati con questo nome e non solo i capi dei Greci: furono chiamati basilei anche i capi dei Persiani, degli Epiroti, Indi, Bitini, Parti, Armeni, Saraceni, Etiopi, Vandali e Goti.

Vedi, dunque, e considera, fratello, che sono molti coloro, che in tempi diversi ed in località e nazioni diverse, son stati chiamati basilei. E non aver astio verso di noi, quasi che, essendoci chiamati imperatori, avessimo usurpato a te quanto possiedi con noi e con molti altri governanti di altri popoli. […]

Dici poi che le quattro sedi patriarcali hanno avuto tramandato che fino ad oggi, tra i segreti divini, è ricordato dagli apostoli di Dio che uno ed uno solo è l’impero e ci esorti a dissuaderci dal definirci tali. […]

Se i patriarchi, tra i sacri segni sacramentali, ricordano che v’è un unico impero, essi sono da lodare, in quanto uno, ed uno solo, infatti, è l’impero del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, parte del quale è la Chiesa costituita sulla terra e tuttavia Dio ha disposto che sia protetta non da te solo, né soltanto da me, ma da entrambi, in quanto siamo uniti con tanto reciproco affetto da sembrare che fossimo non distinti, ma una cosa sola. […]

Ciò che poi ci fa ridere è che hai detto come il titolo di imperatore non è ereditario e non è favorevole al popolo. Come mai non è ereditario quando invece fu ereditato per nostro nonno? Come mai non è favorevole al popolo quando sappiamo che furono eletti imperatori romani tra le genti degl’Ispani, degli Isauri e dei Cazari? […]

Circa quanto dici che noi non comandiamo tutta la Francia ricevi, fratello, questa breve risposta: comandiamo tutta la Francia perché con certezza crediamo quanti essi credono, con essi siamo un solo spirito nel Signore.

Inoltre la tua amabile fraternità dice di meravigliarsi che noi ci chiamiamo imperatore dei Romani e non dei Franchi: è opportuno, però, che tu sappia che se non fossimo imperatori dei Romani non lo saremmo neppure dei Franchi. Abbiamo infatti ricevuto nome ed autorità dai Romani presso i quali tanta grandezza e dignità di nome rifulse per la prima volta. Per disposizione divina abbiamo ricevuto di governare il popolo e la città. Anche Carlo Magno, nostro bisavolo, essendo grande in lui la fede, unto con questa unzione dal Sommo Pontefice, primo della nostra gente e del nostro casato fu proclamato imperatore e unto dal Signore.

Se poi rimproveri il romano Pontefice per quello che ha fatto dovresti rimproverare anche Samuele, il quale non ricusò di consacrare Davide, abbandonandolo Saul, che gli stesso aveva unto. […]

Ma, nel frattempo, se apri i tuoi stessi annali dei Greci e indaghi sui pericoli che i romani pontefici hanno sfidato, mai difesi né da altri per contro vostro, né per conto del vostro popolo, scoprirai perché non puoi rimproverarli. […]

E se è così, perché vuoi biasimare che noi, nati dai Franchi, reggiamo le redini dell’impero romano, se, tra tutti i popoli, chi teme Dio gli è accetto? E, certo, Teodosio il Grande e i suoi figli, Arcadio ed Onorio, e Teodosio II, furono levati ai fasti dell’impero tra gli Ispani, né per altro abbiamo trovato qualcuno che abbia gridato e protestato che non fossero stati romani. […]

Così noi per la vera fede, l’ortodossia, abbiamo avuto il governo dell’impero romano e i Greci, per la kakodossia, cioè la falsa fede, cessarono di essere imperatori dei Romani, avendo anche abbandonato non solo la città e la sede dell’Impero, ma altresì il popolo romano e avendo dimenticato perfino la lingua essendo passati in tutto a un’altra città, sede, popolo. […]

Fatto così cenno a queste cose ci meravigliamo in quanto la tua serenità prosegue dicendo ai tuoi, cioè ai Greci, che i nostri non abbiano dato alcun aiuto, che combattevano per proprio conto o che cercavano di distruggere Bari. I vostri, invece, che erano apparsi come bruchi per il gran numero, dando il primo assalto come locuste, sopraffatti dalla paura poi si svigorirono e come locuste repentinamente si dileguarono.

Dunque fratello, non voler ridere dei Franchi, perché, pur tra i pericoli di morte, cercano di avere accanto le vettovaglie e non si allontanano dal proprio dovere.

E perché ti meravigli del numero se grandi furono i successi? Già prima avevamo spiegato alla tua amabilità per quale ragione i nostri siano stati pochi, ma, giacché insisti, lo diremo di nuovo.

Ritardando a lungo l’esercito della Tua fraternità non ne aspettavamo più l’arrivo e, ritenendo per quest’anno nulla da farsi per l’assedio di Bari, consentimmo che tutti ritornassero nelle proprie terre, trattenendo solo quanti ritenessimo indispensabili per la difesa del deposito dei viveri. Perciò quando l’insperato stuolo greco apparve non trovò che pochi dei nostri.

E questi pochi, prim’ancora di assediare Bari, già avevano saccheggiato l’intera Calabria e mietuto una moltitudine di Saraceni […]

Infine, la Tua fraternità in Cristo scrive di Napoli come se avessimo mandato i nostri uomini a tagliare gli alberi o a bruciare le messi per sottometterla in nostro potere. Mentre noi, in verità, benché fu già nostra e pagò i tributi ai nostri genitori, pii imperatori, niente altro chiedemmo dagli abitanti di esse, oltre i soliti impegni, se non il loro bene: che, cioè, avessero lasciata l’alleanza dei perfidi e avessero smesso di perseguitare il popolo cristiano. Infatti, col dare armi, vettovaglie e altri aiuti agl’infedeli, li accompagnano sulle spiagge di tutto il nostro impero e con loro cercano di saccheggiare di nascosto i confini di tutto il territorio del beato Pietro, principe degli Apostoli, così che Napoli sembra diventata Palermo (si ricorda che la Sicilia era in mano ai saraceni da più di mezzo secolo) o Africa. Quando i nostri inseguono i saraceni costoro per poter fuggire riparano a Napoli e non è necessario raggiungere Palermo. A causa loro li abbiamo spesso ammoniti, ma dopo l’ammonizione sono diventati peggiori fino a scacciare dalla città il proprio vescovo che li esortava a evitare la combutta coi saraceni.

Pertanto se non troncano l’alleanza con gl’infedeli li dovremo considerare a stregua loro. […]

Non ci sia dunque, fratello carissimo, nessun ritardo, nessuna proroga nel mandare le truppe, perché a nulla servirebbero i nostri successi per terra se la Tua fraternità non continuasse col buon lavoro per mare. Solo un’ulteriore flotta della tua potestà può mettere fine ai vettovagliamenti che partono da Palermo per Napoli e compiono piraterie nel Mar Tirreno. […]

Infine abbiamo mandato alla tua desiderabilissima amicizia Autprando. Accoglilo benignamente nella tua amabile fraternità in Cristo.”

 

Per la gioia di Ludovico II alla fine saranno le truppe carolinge e vincere l’assedio a Bari, probabilmente proprio mentre tra i due imperatori avveniva il carteggio: a questo punto Sagdan, capo degli Agareni, si arrese chiedendo che gli venisse risparmiata la vita, offrendo in cambio il riscatto della figlia di Adelchi che aveva fatto prigioniera ma sulla quale non aveva fatto violenza, comportamento inaspettato per un infedele e che gli valse di tener salva la vita.

Sagdan si sottomise poi ad Adelchi e divenne un suo fidato cortigiano: la Puglia e la Calabria longobarda furono così liberate dagli arabi.

Prima che ripartissero, Ludovico II e sua moglie fecero sosta a Benevento: qui, laddove la storiografia crede più verosimile che l’imperatore stesse avanzando pretese sul principato beneventano per tentare di annetterlo ai propri diretti domini, voglio invece riportarvi – per continuità di lavoro – la versione dell’anonimo longobardo autore del Chronicon Salernitanum cui mi sono sinora rifatto, secondo il quale, invece, la causa che portò Adelchi ad imprigionare nientemeno che l’imperatore fu che sua moglie offese le donne dei Beneventani ed i Beneventani stessi, tacciandoli di non essere in grado di difendersi nemmeno con gli scudi.

Alla fine Adelchi liberò i coniugi imperiali dopo poche settimane di prigionia, su suggerimento proprio di Sagdan, ed a patto che non entrasse mai più in città in testa ad un esercito e che non cercasse vendetta per l’imprigionamento.

Ma le minacce per i due principati sono a questo punto ben lungi dall’essere concluse: una nuova, grande spedizione navale, proveniente addirittura delle coste africane, si apprestava a minacciare il principato salernitano. Ma questa, è un’altra storia.

Michele Zabatta