Imago Iuliani: la testimonianza di Ammiano

Imago Iuliani: la testimonianza di Ammiano

Libri. Parole. Lettere unite fra loro, sillabe concatenate, elenchi ripetitivi di punteggiatura. Eppure, oltre all’inchiostro, vi è sempre un contenuto, un’emozione recondita che scaturisce da quell’accozzaglia di grafemi per colpire direttamente al cuore del lettore. Quando lo scritto è specchio diretto dei sentimenti, delle idee dell’autore, le sue parole sono lame affilatissime: penetrano nel corpo del lettore, lacerano i suoi organi e si aggrappano ad ogni briciolo di spirito critico, di ingenium. Il messaggio è chiaro, anche qualora l’autore non volesse esprimerlo, qualora preferisse rimanere imparziale. Similmente ad un fiume in piena, le cui acque scorrono inarrestabili, inondando la terra, travolgendo ogni creatura incontrino lungo il loro cammino, anche le parole sono inarrestabili, messaggere ineluttabili del contenuto recondito. Veicolano emozioni, le fanno nascere o perire.

Le parole sono la componente essenziale della storia: senza di esse, senza la loro testimonianza, non conosceremmo ciò che ci ha preceduto, non potremmo usufruire degli exempla maiorum. Non avremmo memoria delle atrocità succedutesi nei secoli, delle inestimabili virtù, delle imprese dei nostri avi. Senza le parole, tutto ciò che è stato sarebbe vano.

L’epos di Omero ha donato la gloria eterna alle gesta di Achille. Il verbum di Cicerone ha canonizzato la sua ars oratoria. Ammiano Marcellino ha scolpito nella pietra le virtutes dell’imperatore Flavio Giuliano.

“Giuliano fu senza dubbio un personaggio da annoverarsi fra gl’ingegni eroici; illustre per la chiarezza delle imprese e per la abituale sua maestà. Perché quattro sono – come i sapienti dimostrano – le virtù principali, Temperanza, Prudenza, Giustizia e Fortezza, alle quali poi se ne aggiungono altre, dal di fuori la scienza delle cose militari, l’autorità, la buona fortuna e la liberalità, ed egli con sollecito studio le coltivò tutte come fossero una sola”.[1]

Il ritratto riportato da Ammiano descrive un optimus princeps, fautore di grandi imprese, detentore delle più nobili virtù anche nell’estremo momento della sua vita terrena.

Sinistri presagi avevano annunciato all’imperatore una futura disgrazia. Nella notte fra il 25 e il 26 giugno 363, mentre Giuliano era intento a scrivere nella sua tenda, gli apparve l’immagine del Genio pubblico. Esso, triste nell’atteggiamento e nel volto, si allontanava dalla tenda, con il capo e la cornucopia avvolti da un velo[2]. Giuliano, turbato, pregò gli dèi: in quell’istante un raggio luminoso attraversò il cielo, illuminando l’oscurità.

All’alba, vennero convocati gli aruspici, ma i presagi erano inequivocabili: ogni azione o impresa doveva essere evitata. Tuttavia, Giuliano decise di non ritardare la partenza, ordinando ai propri soldati di levare le tende e mettersi in marcia.

Giunti nella pianura di Maranda, l’esercito persiano tese loro un’imboscata. Giuliano, avvertito che la retroguardia era stata attaccata e volendo sostenere personalmente con parole e gesta i suoi soldati, nella fretta dimenticò di indossare la corazza: con la protezione del solo scudo, si gettò in battaglia. Lo scontro si inasprì: anche la parte centrale dello schieramento romano venne attaccata dalla cavalleria persiana e dagli elefanti da guerra.

Improvvisamente, una lancia colpì l’imperatore al fianco destro, facendolo cadere da cavallo. Fu soccorso e trasportato nella sua tenda, lontano dal campo di battaglia. Giuliano chiese il nome della località. Frigia. Immediatamente lo investì il ricordo di un sogno non lontano: un uomo dalla chioma dorata gli aveva rivolto parola, predicendo la sua dipartita in un luogo chiamato Frigia.

Diminuito il dolore, chiese nuovamente le armi per soccorrere i suoi soldati. La gravità della ferita non glielo permise.

La morte del magister officiorum Anatolio, suo caro amico, fu l’estremo dolore. Lasso nel corpo e nell’animo, Giuliano disse a coloro che lo circondavano:

«È giunto, o compagni, il tempo più adatto per allontanarsi dalla vita, che è reclamata dalla natura. Esulto, come colui che sta per restituire un debito in buona fede. Non sono afflitto e addolorato, come alcuni pensano. Sono guidato dalla opinione generale dei filosofi che l’anima sia più felice del corpo. E osservo che, ogni volta che una condizione migliore sia separata da una peggiore, occorre rallegrarsi piuttosto che dolersi. Noto anche che gli dèi celesti donarono ad alcuni molto religiosi la morte come sommo premio. Ma so bene che quel compito mi è stato affidato non per soccombere nelle ardue difficoltà, né per avvilirmi, né per umiliarmi.

Ho imparato a conoscere per esperienza che tutti i dolori colpiscono chi è senza energia, ma cedono di fronte a coloro che persistono. Non ho da pentirmi di quanto ho fatto, né mi tormenta il ricordo di qualche grave delitto. Sia nel periodo in cui ero relegato in ombra e in povertà, sia dopo aver assunto il principato, ho conservato immacolata – o almeno così penso – la mia anima, che discende dagli dèi celesti per parentela.

Ho gestito con moderazione gli affari civili e, con motivate ragioni, ho fatto e allontanato la guerra. Tuttavia il successo e l’utilità delle decisioni non sempre concordano, poiché gli dèi superni rivendicano a sé i risultati delle azioni. Reputo che scopo di un giusto impero siano il benessere e la sicurezza dei sudditi. Fui sempre propenso, come sapete, alla pace. Ho allontanato dalle mie azioni ogni arbitrio, corruttore degli atti e dei costumi. […]

Non sarà vergognoso riconoscere che da lungo tempo ho appreso da una predizione profetica che sarei morto mediante un ferro. Perciò venero il sempiterno nume, perché non muoio per clandestine insidie, o tra i dolori delle malattie, né subisco la fine dei condannati, ma in mezzo a splendide glorie, ho meritato una illustre dipartita dal mondo.

È giudicato pusillanime ed ignavo colui che desidera morire quando non è il momento opportuno e colui che tenta di sfuggire alla morte quando è il momento giusto. Il parlare è stato sufficiente, ora il vigore delle forze mi sta abbandonando.»[3]

Tutti i presenti piangevano la morte dell’imperatore, ma egli li rimproverò: è atteggiamento vile piangere un sovrano la cui anima sarà presto nel cielo a confondersi con il fuoco delle stelle. Avendo accettato l’ormai inevitabile destino, Giuliano trascorse i suoi ultimi istanti conversando sulla nobiltà dell’animo con i filosofi Massimo e Prisco, cercando di allietare le pene corporee con la nobile pratica della filosofia.

Flavio Giuliano spirò nel cuore della notte del 26 giugno 363 d.C., alla giovane età di 32 anni. Il suo corpo fu trasportato fino a Tarso, sepolto in un piccolo mausoleo nella periferia della città, rispettando le volontà che l’imperatore stesso aveva manifestato quando era ancora in vita. La sua lapide recitava le seguenti parole:

“Dalle rive del Tigri impetuoso, Giuliano è giunto a riposare qui, al tempo stesso buon re e coraggioso guerriero.”

Proprio in quel luogo riposò l’imperatore Giuliano, fin quando la sua tomba non venne trasportata a Costantinopoli, dove ancora è conservata nel Museo archeologico della città.

Libri. Parole. Questi hanno reso eterno Flavio Giuliano. Questi hanno reso imperiture le sue gesta. Si può veramente sostenere che egli abbia abbandonato la nostra Terra? Il suo corpo si è ormai disgregato negli elementi costitutivi terreni. La sua anima, figlia della filosofia neoplatonica, si è ricongiunta alle stelle. Egli vive nelle parole di Ammiano: fin quando esse verranno lette, il suo ricordo vivrà.

 

Sabina Petroni

 

[1] Ammiano, Historiae, XXV, IV, 1.

[2] Ammiano, Historiae, XXV, II, 3.

[3] Ammiano, Historiae, XXV, III, 15-20.