Le invasioni barbariche

Le invasioni barbariche

“Dov’è ora lo splendore, la dignità degli antichi Romani? Essi erano potentissimi, noi siamo senza forze. Erano temuti: ora siamo noi che temiamo. I barbari pagavano loro tributi; ora siamo noi i tributari dei barbari. I nostri nemici ci fanno pagare perfino la luce del giorno e dobbiamo comprare il diritto alla vita. Oh, le nostre sofferenze! Come siamo caduti in basso! Dobbiamo addirittura ringraziare i barbari per il diritto di riscattarci! Cosa c’è di più miserevole e umiliante!”

Salviano di Marsiglia, V secolo d.C.

Molto è stato scritto sulle cause della caduta dell’Impero romano d’Occidente e nell’immaginario collettivo le invasioni barbariche ebbero un ruolo determinante. Lo stesso termine “vandalo”, sovente utilizzato come sinonimo di distruttore, deriva per l’appunto dai Vandali che saccheggiarono Roma nel 455 d.C. sotto la guida del loro re Genserico. Al contempo, la storiografia mette in rilievo fattori endogeni, tra i quali Edward Gibbon, autore dell’opera monumentale “Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano”, annovera il cristianesimo e la diffusione capillare del monachesimo.

A tal proposito, egli scrive: “Una gran parte della ricchezza pubblica e privata fu consacrata alle speciose esigenze della carità e della devozione e la paga dei soldati fu prodigata alle inutili moltitudini di ambo i sessi, che non potevano vantare che i meriti dell’astinenza e della castità”.

Tuttavia, Gibbon era un illuminista e un razionalista, per cui è ragionevole ipotizzare che il suo fosse un giudizio piuttosto partigiano e, del resto, se il culto di Cristo aveva contribuito a causare la caduta di Roma, come mai ciò accadde solo nella parte occidentale e non anche in quella orientale che anzi continuò ad esistere per un altro millennio fino all’infausta presa turca di Costantinopoli nel 1453?

È indubbio che a partire dal IV secolo, salvo la breve parentesi del regno di Giuliano l’Apostata, il clero cominciò a ricevere dagli imperatori una serie di privilegi tra i quali il foro ecclesiastico per il contenzioso giudiziario, la fruizione gratuita del cursus publicus e l’esenzione dai munera publica, nonché cospicui finanziamenti per la costruzione di chiese, mentre i templi pagani giacevano in uno stato di abbandono e incuria nel migliore dei casi e, invece, nei peggiori subivano impunemente spoliazioni e saccheggi. Ciononostante, non si può ritenere che tali privilegi ed esenzioni abbiano squassato le fondamenta di un Impero ancora potentissimo che, invero, aveva ben altri problemi interni quali la decadenza dei costumi, un’instabilità politica endemica e una corruzione sistematica che ormai prevedeva come regola la compravendita delle cariche pubbliche. Ergo, le invasioni barbariche del V secolo non fecero altro che assestare il colpo ferale ad un sistema certamente moribondo, ma che forse poteva essere salvato.

Negli ambienti accademici nordeuropei si tende a parlare di “migrazioni” piuttosto che di “invasioni” barbariche grazie alle quali sarebbero state gettate le basi di una nuova Europa. La verità è che Roma per secoli riuscì a fare dell’immigrazione ben gestita una delle chiavi del suo successo e, a testimonianza di ciò, dopo la morte di Commodo e la fine dell’illuminata dinastia degli Antonini, a fondare la nuova stirpe che sarebbe rimasta sul trono fino alla crisi del III secolo fu il berbero Settimio Severo, nato a Leptis Magna nell’odierna Libia.

Però, è bene precisare che i Romani avevano tanti pregi, ma tra questi non figurava il senso di umanità e, difatti, la gestione dei confini avveniva sulla base di meri calcoli utilitaristici. Se ad esempio vi era la necessità di ripopolare una zona di frontiera, l’Impero era ben lieto di accogliere tribù barbare che chiedessero di esservi stanziate, altre volte, invece, se occorreva garantire la sicurezza del limes mantenendo al di là dello stesso una “terra di nessuno” sgombra da insediamenti, i Romani non si facevano scrupolo di cacciare con la forza chiunque osasse occuparla.

L’accoglienza avveniva a condizioni che dovevano andare sempre a vantaggio di Roma la quale stipulava un foedus o patto con i barbari che così diventavano foederati entro i confini dell’Impero, potendo godere dei benefici che la civiltà latina offriva loro. Orbene, proprio nel V secolo il meccanismo si incrinò quando i barbari iniziarono ad avanzare pretese territoriali che esulavano dai trattati stipulati e, se ottenevano un diniego, estorcevano con le armi ciò che desideravano. Emblematico è il patto che nel 419 stanziò in Aquitania i Visigoti che alla fine del secolo, in spregio dell’accordo, erano ormai padroni della Gallia sudoccidentale fino ai Pirenei, della Provenza incluse le città di Marsiglia e Arles, di Clermont, dell’Alvernia e di quasi tutta la penisola iberica.

Solo pochi anni prima l’opinione pubblica era stata sconvolta da due eventi funesti quali l’attraversamento del Reno il 31 dicembre 406 da parte dei barbari in forze e, soprattutto, il sacco di Roma ad opera di Alarico nel 410, esattamente otto secoli dopo quello perpetrato dai Galli di Brenno e dopo il quale l’Urbe era rimasta sempre inviolata. Come se non bastasse, i Vandali approdarono in Nordafrica nel 429 e un decennio dopo espugnarono Cartagine, così privando Roma del grano e delle tasse provenienti dalla sua più ricca provincia, fino a quel momento rimasta indenne da invasioni. Il porto cartaginese fu il trampolino di lancio che consentì ai Vandali di attaccare la Sicilia per poi risalire fino a Roma, nuovamente saccheggiata nel 455 e da cui i barbari fecero ritorno con tesori inestimabili fra i quali la vedova e due figlie del defunto imperatore d’Occidente Valentiniano III.

Questa catena di disgrazie incise negativamente sul morale della popolazione, ancora più smarrita, dato che l’Impero si stava sgretolando dopo aver rinnegato i falsi dei pagani ed abbracciato il nuovo e unico Dio cristiano che, però, sembrava non voler proteggere i suoi figli sulla terra. Alla luce delle predette considerazioni, è pacifico che nel V secolo i Romani non avessero più la forza, come in passato, di concludere con i barbari trattati a vantaggio dell’Impero.

Giova rammentare comunque che l’Impero stesso si era ritrovato sull’orlo del baratro già due volte, nel III e nel IV secolo, subendo la secessione di intere province e ripetute invasioni ad opera di Parti e Germani. A evitare la catastrofe furono rispettivamente Aureliano, che non a caso ricevette l’appellativo di restitutor orbis, e Giuliano, Cesare d’Occidente, artefice della mirabile vittoria di Strasburgo nel 357 contro gli Alamanni. Ammiano Marcellino riferisce che Giuliano disponeva di appena 13.000 uomini contro 35.000 barbari, a testimonianza che alla metà del IV secolo la supremazia militare e tecnologica dei Romani era intatta e lo era ancora persino nel 378 all’indomani della disfatta di Adrianopoli, tenendo conto che i Goti furono tenuti lontani da Costantinopoli e, comunque, non avrebbero avuto i mezzi per cingerla d’assedio e conquistarla. Pertanto, le incursioni del 406 e quelle successive non erano fatalmente destinate a distruggere Roma e, addirittura, l’ultima grande battaglia di quell’epoca fu quella dei Campi Catalaunici nel 451, vinta da Ezio contro Attila, sia pure con l’aiuto dei Visigoti.

Ma allora cosa andò storto nel V secolo?

Una prima risposta riguarda l’economia giacché una provincia, nel momento in cui veniva invasa, non poteva più pagare tributi e, se questi ultimi mancavano, non vi erano neppure risorse sufficienti a mantenere l’esercito per difendere i confini. Basti pensare che nel 413 il governo imperiale dovette concedere alle province dell’Italia centrale e meridionale uno sgravio fiscale pari a quattro quinti delle tasse dovute e nel 418 fu disposta addirittura una proroga dello sgravio stesso. Ergo, agli albori del V secolo vennero a mancare i fondi per addestrare ed equipaggiare i legionari di cui vi era un disperato bisogno per contrastare le scorrerie di Vandali, Svevi, Alani e Goti e, per di più, Costantino III interruppe il flusso di denaro dalla Britannia, appropriandosene. Da ultimo, come ricordato in precedenza, il colpo mortale per l’Erario fu la perdita del Nordafrica che non poté più pagare tasse né fornire approvvigionamenti alimentari.

Un ulteriore aspetto concerne le lotte civili, e la vicenda di Costantino III ne è un esempio calzante, giacché soldati e risorse materiali che avrebbero potuto e dovuto essere impiegati contro i nemici esterni, furono, invece, dirottati contro gli usurpatori che dall’interno minavano la stabilità dell’Impero con frequenti colpi di Stato. D’altra parte, le vicende appena esposte, ovverosia incursioni barbariche e guerre civili, non erano mancate nel III e nel IV secolo, ciononostante l’Impero non era crollato.

Perciò, forse vi è da considerare anche quello che fu il discrimen tra la parte occidentale e quella orientale dell’Impero: il buon governo. Dopo la sconfitta di Adrianopoli dove aveva trovato la morte lo stesso imperatore Valente, nel 379 Teodosio divenne Augusto d’Oriente e ne avrebbe retto le sorti fino alla morte nel 395, quando l’Impero fu diviso per sempre in due parti, governate dai due mediocri figli di Teodosio stesso, Onorio e Arcadio. Orbene, Teodosio dimostrò di essere un valente capo politico, padre dell’Editto di Tessalonica che nel 380 mise al bando il paganesimo, nonché un guerriero risoluto contro gli usurpatori Eugenio e Arbogaste, da lui sconfitti nella battaglia del Frigido nel 394. Quindi, l’Oriente fu risparmiato dai flagelli che colpirono l’Occidente anzitutto per l’assenza di guerre intestine e per la buona amministrazione degli imperatori che si avvicendarono sul trono. Inoltre vi fu per buona parte del V secolo una pace stabile ai confini con l’Impero partico e non mancò, peraltro, pure una buona dose di fortuna, vista la posizione strategica di Costantinopoli su un esiguo braccio di mare lungo appena 700 metri (il Bosforo, il mar di Marmara e i Dardanelli), abilmente fortificato dai Romani e presidiato da una flotta che precludeva ogni accesso al nemico. Al contrario, in Occidente nessuna flotta e nessun bastione poterono impedire ai Vandali di spadroneggiare in Sicilia e nel Mediterraneo, dopo che tra il 411 e il 421 il generale Costanzo era persino riuscito a pacificare l’Italia e a riprendere il controllo di parte della Gallia e della Spagna.

Negli anni 441, 460 e 468, anche con l’aiuto dell’Oriente, furono progettate tre grandi spedizioni militari per riconquistare il Nordafrica, ma fallirono tutte e tre, non consentendo ai Romani d’Occidente di recuperare territori le cui ricchezze forse avrebbero consentito una riscossa e la riconquista delle altre province perdute. Si dovrà attendere il 533, quando la campagna di Giustiniano e del suo magister militum Belisario riuscirà a riportare sotto l’orbita imperiale il Nordafrica, la Spagna meridionale e l’Italia. In ogni caso, i risultati raggiunti si rivelarono effimeri, vista l’invasione longobarda dell’Italia nel 568 e, più tardi, l’affacciarsi degli Arabi, i quali, distrutto l’agonizzante Impero persiano, rivolsero le loro mire espansionistiche ad ovest, riversandosi in Nordafrica, dunque in territori la cui cultura greco-romana e cristiana venne sostituita da quella islamica.

Qui è ravvisabile una differenza fondamentale rispetto agli invasori germanici che, privi di una tradizione letteraria di riferimento e pagani per giunta, si mostrarono molto accomodanti, rivendicando per sé nei regni romano-barbarici il predominio militare, lasciando, invece, ai notabili romani i posti apicali nell’amministrazione e, da ultimo, convertendosi al cristianesimo. Paradossalmente gli invasori finirono con l’adottare la lingua e la religione degli invasi.

In definitiva, come Bryan Ward-Perkins sottolinea con tono sarcastico nella sua opera “La caduta di Roma e la fine della civiltà”, l’arrivo dei barbari nell’Impero romano, per taluni, fu come l’essere invitati a prendere un tè nella canonica della parrocchia, con un piccolo dettaglio, ossia che il nuovo venuto non era stato invitato e, per di più, si era portato con sé l’intera famiglia, avventandosi sulle torte.

Al netto di ogni amenità, la fine dell’Impero d’Occidente per Perkins fu senza dubbio violenta e determinò il crollo della civiltà romana intesa non come superiorità morale rispetto ai barbari, bensì come “complessità” e ciò si evince dallo spopolamento dei maggiori centri urbani a cominciare dalla stessa Roma, dall’incuria nella manutenzione della rete stradale, dal venire meno della sapienza architettonica e ingegneristica caduta nell’oblio, dallo scemare progressivo del livello di alfabetizzazione eccezion fatta per il clero e, più in generale, dalla scomparsa del benessere.

 

Dr. Jacopo Bracciale

Bibliografia
  • “La caduta di Roma e la fine della civilità” di Bryan Ward-Perkins, Editori Laterza, 2011.

 

L’autore

Jacopo Bracciale ha conseguito una laurea cum laude in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo con una Tesi in Teoria generale del Diritto sul problema dei principi generali del diritto nella filosofia giuridica italiana. Dal 2020 collabora con la rivista telematica Salvis Juribus come autore di articoli di diritto civile, penale ed amministrativo. Nel tempo libero si è sempre dedicato all’assidua lettura di saggi storici e grazie a Renovatio Imperii ha scoperto un fortissimo interesse per le vicende legate all’antica Roma.