Il primato nucleare italiano

Il primato nucleare italiano

Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi, alcuni dibattiti internazionali rispetto al futuro assetto energetico dei paesi occidentali hanno ravvivato l’interesse per l’energia nucleare anche in Italia. Le questioni relative alle importazioni energetiche del Vecchio Continente anche relativamente agli obbiettivi di decarbonizzazione e di transizione energetica sono poi nuovamente tornate all’attenzione di media e dei cittadini in occasione dell’inclusione di gas e atomo come fonti energetiche “verdi” nella cosiddetta “tassonomia” della Commissione UE1.

Come noto, L’Italia ebbe un promettente programma nucleare civile, che fra gli anni ’60 e ’80 portò il nostro paese ad avere diverse centrali nucleari. Con Chernobyl, le quattro centrali nucleari italiane ancora attive vennero avviate allo smantellamento e il programma nucleare civile italiano, fattosi ormai politicamente insostenibile, venne terminato.

Fra la fine degli anni 2000 e il 2011, venne poi tentato un nuovo avvio di un programma nucleare italiano, anch’esso poi terminato dopo l’esito del relativo referendum abrogativo.

Eppure, l’energia atomica continua a rappresentare una grande incognita per l’Italia, anche per l’obiettivo mutare dei tempi, delle sensibilità politiche e delle potenzialità tecnologiche2. Come anche viene a volte rammentato, il nucleare di oggi ha in verità poco a che vedere con le traumatiche immagini di Chernobyl che tutti conosciamo: i reattori RBMK del tipo coinvolto nel disastro si basavano su tecnologia degli anni ’50, già considerata antiquata al momento dell’apertura della centrale3.
Alcuni sondaggi hanno recentemente registrato come, peraltro, una parte considerevole della cittadinanza (fra cui parecchi giovani) sia disposta a dare fiducia al nucleare4 in ottica di decarbonizzazione.

É questo nuovo interesse verso l’energia nucleare che potrebbe porre le basi per una nuova prospettiva energetica italiana.
Sono inoltre pochi a sapere che l’Italia ad oggi, tramite alcune aziende e alcuni enti di ricerca, detiene nonostante tutto un primato tecnologico nella ricerca nucleare d’avanguardia, soprattutto per quelle che sono le tecnologie più promettenti come i reattori SMR (piccoli reattori modulari) e i reattori con raffreddamento a piombo, entrambi tipi appartenenti alla cosiddetta IV generazione di reattori.

Dal 2013 è difatti operativo il Consorzio FALCON5, costituito da ENEA (l’agenzia per lo sviluppo energetico nazionale), Ansaldo Nucleare e RATEN-ICN (ente di ricerca rumeno), che continua a fare ricerca per i reattori di tipo ALFRED a raffreddamento a piombo, una delle tipologie più promettenti e sicure6.
Ansaldo Nucleare è poi partner dell’Accademia Cinese delle Scienze nel mantenimento e nelle operazioni del CLEAR-I, progetto cinese anch’esso basato sul raffreddamento a piombo.7
Il CIRTEN, iniziativa inter-ateneo che coinvolge alcune delle più prestigiose università d’Italia, continua ad operare con lo scopo dichiarato di mantenere le competenze e le conoscenze italiane in ambito nucleare8.

Appena due anni fa, Fincantieri si aggiudicava un appalto da 100 milioni di euro per la costruzione di ITER (International Thermonuclear Esperimental Reactor), mentre le aziende italiane coinvolte nel progetto avevano già percepito più di metà dei 2,4 miliardi di euro del progetto9.
Questo ritmo di appalti e partecipazioni non si è assolutamente fermato negli anni della pandemia. É notizia di pochi giorni fa la partecipazione di Ansaldo Nucleare al progetto DTT (Divertor Tokamak Test)10, un progetto parallelo a DEMO, che verrà avviato a Frascati e da solo avrà una ricaduta di circa 2 miliardi sul PIL italiano, a fronte di 500 milioni di investimenti11.

Per quanto, come noto, l’avvio di un programma nucleare comporti tempistiche decennali, l’Italia può e deve cominciare a concepire una politica energetica di lungo termine, senza considerazioni ideologiche sul nucleare12. Nel frattempo, vi sono altre soluzioni più rapide e duttili per l’approvvigionamento energetico nazionale; le salde relazioni energetiche fra Italia e alcuni dei maggiori produttori ed esportatori di gas (come Russia e Azerbaigian)13 saranno invero la bussola energetica di questi anni d’incertezza e di fluttuazioni dei prezzi.

Fondamentalmente, è necessario un approccio al nucleare come parte di un dibattito limpido e ragionato; l’atomo rappresenta ad oggi uno strumento certamente impegnativo, ma comunque impiegabile in varia misura.
Si può puntare sui grandi impianti nucleari, standardizzati e collaudati ma comunque impegnativi da gestire (la via “francese” al nucleare), oppure investire sugli SMR, piccoli reattori di pronto impiego che in varie forme sono già disponibili, con economie di scala ridotte e che comunque presentano grandi margini di miglioramento grazie alla ricerca14. Oppure, si potrebbe sviluppare un programma misto che impieghi ambedue gli approcci.
L’Italia continua ad essere un attore (seppur in forma indiretta) nello sviluppo delle tecnologie nucleari. Abbiamo ancora le competenze e le risorse necessarie nella misura in cui le nostre aziende continuano a partecipare con successo a progetti di sviluppo nucleare, sia convenzionale che d’avanguardia .

La via Italiana al nucleare resta comunque aperta. Spetta a politica e cittadini confermare o cambiare le scelte del passato, in un panorama energetico e sociale che è ormai lontano da Fukushima e lontanissimo da Chernobyl.

Orlando Miceli

 

Note:

6 Cfr. A. Alemberti et al., ALFRED reactor coolant system design. In: Nuclear Engineering and Design, Volume 370, 2020, 110884, ISSN 0029-5493, https://doi.org/10.1016/j.nucengdes.2020.110884.

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