STORIA DELLA RIFORMA GRACCANA
I fratelli Tiberio e Gaio Sempronio Gracco

STORIA DELLA RIFORMA GRACCANA

 

È noto che, in Roma, il II secolo avanti Cristo fu un periodo di grandi trasformazioni di ordine economico, sociale e politico. Tra il 264 e il 202 si era vista concludersi, in buona parte[1] quantomeno, la stagione delle conosciutissime guerre puniche, le quali non solamente avevano determinato il trionfo di Roma su Cartagine, ma, storicamente parlando, anche l’ascesa della prima alla posizione di potenza egemone del mediterraneo occidentale, da potenza regionale quale era stata prima di vincere la stirpe di Didone[2]. Per meglio comprendere le agitazioni sociali che caratterizzarono la seconda metà del II secolo avanti Cristo, e che poi si tradussero in guerra civile (92 -88) al tempo di Gaio Mario e Lucio Cornelio Silla, bisogna sottolineare l’impatto economico della seconda guerra punica.

Iniziata nel 218 a.C con l’assedio di Sagunto (Hispania Citerior) da parte di Annibale, e terminata nel 202 a.C con il trionfo del giovane Scipione l’Africano presso Zama, essa aveva causato importantissimi stravolgimenti sociali: la guerra aveva falciato generazioni di giovani italici e romani, lasciando incolti i campi (ricordiamo che in questo momento i legionari romani sono ancora contadini-soldati), aveva determinato la confisca di vastissimi terreni alle città italiche insorte in favore di Annibale e, in ultimo, aveva creato le premesse per l’assegnazione di questi stessi terreni a grandi latifondisti, col risultato di creare una grande massa di “disoccupati”, privi di ogni bene se non i propri figli (proletari), e pronti a protestare per una più equa ripartizione dei benefici della guerra.

Da sottolinearsi, è che questo stesso fenomeno di spossessamento della classe agricola avrebbe determinato, più avanti nel tempo, il confluire del proletariato in eserciti professionali, in assenza di altri modi per sostentarsi, e quindi la comparsa del fenomeno di “multiple loyalties[3] sia verso le istituzioni che, in misura ancor più forte, verso i propri stessi comandanti.

In questo stanno le ragioni dell’ascesa di personaggi come Mario, Silla e Cesare, i quali, ex nihilo, inaugurarono una gestione più o meno personale del potere, a spese dell’oligarchia senatoriale, che fece da tramite fra Repubblica e Impero. Fatte queste premesse, è ora possibile comprendere i perché politici ed economici dietro il successo di chi si erse in difesa della classe agricola, osteggiando quella possidente, marcatamente legata agli interessi dell’elite senatoriale.

Fu dunque una errata gestione dell’agro pubblico romano a determinare lo scoppiare di focolai di proteste dentro e fuori Roma, dove per essa intendiamo ancora il solo perimetro cittadino, e non già l’intera Repubblica, giacché i socii italici ancora non godevano della cittadinanza romana.

I possidenti, sotto pagamenti ed accordi di diverso genere, riuscivano peraltro anche nell’intento di superare i 500 iugeri massimi di terreno a loro assegnati, assoldando prestanome o ricorrendo ad altri mezzi illegali. Fu in questa situazione di grande difficoltà e disparità socioeconomica che ebbero principio i moti agrari, cui difensore si fece un Tribuno della Plebe, Tiberio Sempronio Gracco. Il proposito di Tiberio era di far approvare una legge, presso il Senato, che determinasse una più democratica redistribuzione delle terre.

Un proposito simile, così esplicitamente inviso e sconveniente all’oligarchia corrotta della Roma tardo repubblicana, non poteva che essere rigettato; precisamente, la proposta fu bloccata con l’opposizione del veto da parte del collega Tribuno della Plebe Marco Ottavio, vicino agli interessi dei latifondisti e da questi sostenuto.

La vita politica romana fu d’improvviso paralizzata dai veti incrociati dei due Tribuni della Plebe, impossibilitando lo svolgersi delle mansioni del Senato e determinando, in parole moderne, una vera e propria crisi di governo. Lo stallo fu superato, e con esso si dette il via al diffondersi delle prime violenze fra i sostenitori di una parte e dell’altra, con la destituzione ultra vires del Tribuno Marco Ottavio per mezzo di una rivolta popolare che ne domandò la deposizione.

Tramite l’infrazione della norma che voleva ogni Tribuno della Plebe non destituibile, e dunque con il forzamento delle stesse istituzioni repubblicane, la legge fu approvata e applicata da Tiberio, suo fratello Gaio e il suocero Appio Claudio. Nel farsi principe di una nobile causa, tuttavia, il maggiore dei fratelli Gracchi aveva probabilmente fatto troppo affidamento sulla propria legittimazione popolare e sottovalutato la miseria della storia. Dopo aver forzatamente richiesto il rinnovo della carica di Tribuno in suo favore, nel cui termine temeva avrebbe coinciso quello delle riforme, egli cadde assassinato da partigiani del Senato. Nonostante la sua morte, nessuno osò abrogare la legge per timore di tumulti popolari. Era il 132 a.C.

Nonostante l’approvazione della legge, per evitare ulteriori episodi come quello di cui si è appena detto, il fratello minore di Tiberio, Gaio per l’appunto, decise per un cambiamento nella retorica politica del suo movimento. Fulvio Flacco, console vicino ai graccani nell’anno 125 a.C, avanzò una proposta di legge che vedeva assegnata la cittadinanza romana a tutti gli alleati italici che la desiderassero e, a chi non la volesse, il riconoscimento del diritto politico più caro ai romani: il diritto di appello ai comizi per ricorrere contro i magistrati.

La proposta di legge fu seccamente respinta durante una concitata, confusa e a tratti caotica seduta del Senato. Si ebbero i primi tumulti con la rivolta della colonia di Fregelle, sedata nel sangue. Dopo decine di anni spesi in conflitti con potenze straniere, in primis i cartaginesi e poi i macedoni, i seleucidi e i greci (tra 168 e 133 Macedonia, Grecia e Anatolia occidentale divengono provinciae), i nemici tornavano a trovarsi in Italia.

Eletto Tribuno della Plebe nel 123 a.C, Gaio Gracco riprese le redini del movimento inaugurato dal fratello intraprendendo politiche ancor più democratiche e antioligarchiche. Tra i disegni di legge e i progetti politici della seconda parte dei moti agrari ricordiamo, principalmente, il calmieramento dei prezzi del grano in favore dei meno abbienti, la creazione di nuove colonie in nord africa per dare respiro alla classe agraria e, non ultimo, l’inaugurazione di diverse opere pubbliche per combattere la disoccupazione.

A questi disegni di legge iniziali, non contento, Gaio Gracco fece seguire la proposta della concessione della cittadinanza romana a tutti i latini e del diritto latino a tutti gli italici, in un sistema graduale che avrebbe riavvicinato tutti i popoli d’Italia in un comune sistema legale. La proposta di Gaio Gracco cadde però nel vuoto, e ad essa, soprattutto in termini di risonanza, si sostituì quella del suo collega Livio Druso.

Questi, conscio dello scarso realismo dietro la proposta dei graccani, proponeva invece di fondare nuove colonie in cui far insediare il proletariato e di riconoscere la parità di diritti nella sola disciplina militare a tutti i latini. Con il fallimento del disegno di legge che voleva l’allargamento della cittadinanza, si ha il decadere della fama di Gaio Gracco, a cui nel 121 nemmeno riuscì la rielezione alla carica di Tribuno della Plebe.

Il sogno dei Gracchi stava svanendo, pur destinato a proseguire in moti e movimenti di protesta nei decenni successivi. Gli avversari politici annullarono diversi dei provvedimenti di Gaio Gracco, fra cui la fondazione di una colonia presso l’antica Cartagine, e organizzarono bande armate capaci di sopraffare quelle che un tempo erano valse la destituzione del Tribuno Marco Ottavio. Il fratello minore di Tiberio moriva facendosi uccidere da un suo schiavo.  Era il 121 a.C.

Le proteste da parte delle classi più svantaggiate della società romana ed italica non erano destinate a spegnersi con la morte dei due Gracchi, giacchè, come si suol dire, “le idee sopravvivono a coloro che le hanno custodite”. Nel 91 a.C un certo Livio Druso, figlio dell’avversario di Gracco, tentò una nuova riforma di ordine politico e sociale, promettendo ai proletari la fondazione di nuove colonie, e, alla classe degli equites, l’allargamento del Senato di ben 300 seggi, per dar loro rappresentanza. Le proposte risultarono azzardate e, nel tentativo di essere gradite a tutte le forze politiche, risultarono scomode alla classe conservatrice, già avversa a Tiberio e Gaio Gracco.

Le proposte furono respinte dal Senato di Roma e, poco dopo, lo stesso Druso venne assassinato. L’Italia intera insorse: Marsi, Sanniti, Piceni, Apuli e molti altri popoli del centro-sud Italia ruppero la precaria concordia con Roma e le rivolsero contro le armi. Era la più grande guerra civile che Roma avesse mai conosciuto fino a quel momento. Il conflitto si sarebbe risolto solo nell’anno 88 a.C con la garanzia di riconoscere la cittadinanza di diritto romano a tutti coloro che avrebbero cessato le ostilità*. Con il riconoscimento della cittadinanza a tutti gli alleati italici nasceva l’Italia, non più solo come estensione territoriale ma come comunione di popoli.

 

Samuele Vasapollo

 

 

L’autore: Vicepresidente di Renovatio Imperii, si occupa della direzione dell’associazione, dell’organizzazione di eventi, conferenze, e della stesura di articoli, con un focus sull’età tardo imperiale, bizantina, islamico-califfale e ottomana. In ambito professionale lavora come analista di relazioni internazionali. Si dedica specialmente allo studio dell’area MENA (Medioriente e Nord Africa) e dello spazio post-sovietico. Al momento, è analista geopolitico presso IARI (Istituto Analisi Relazioni Internazionali), ISG (Italia Strategic Governance) e Analytica for Intelligence & Security Studies.

 

 

* La cittadinanza romana fu riconosciuta soltanto agli alleati italici a sud dell’Italia cis-padana, escludendo Sicilia, Corsica e Sardegna. Giulio Cesare avrebbe esteso il plenum ius all’Italia settentrionale Transpadana nel 49 a.C., tramite la Lex Roscia.

[1] L’ultimo conflitto si ebbe tra il 149 e il 146 a.C, con l’assedio e la distruzione totale di Cartagine.

[2] Secondo la tradizione, la città di Cartagine sarebbe stata fondata da Didone, precedentemente Regina del Regno fenicio. Fondata Cartagine, secondo l’Eneide, qui avrebbe sostato Enea, di cui ella s’innamorò. Al rifiuto del suo amore da parte dell’eroe troiano, secondo il mito, Didone sarebbe andata su tutte le furie e avrebbe pronunciato la celebre frase <<Nùllus amòr populìs nec foèdera sùnto>> (Non vi sia mai amore né pattofra questi due popoli), spiegando così l’inimicizia fra i due popoli.

[3] Lealtà a più attori di uno stesso Stato che mina il monopolio della forza legittima delle istituzioni.

Dello stesso autore puoi leggere “L’Impero romano ai tempi di Teodosio”La Fondazione di Costantinopoli – Dies Natalis Novae RomaeAscesa e declino dell’Impero OttomanoFlavio Ezio trionfa su Attila: la battaglia dei Campi CatalauniciGEOPOLITICS OF THE CRUSADES.

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