Traiano e Dante: nel segno dell’Impero

Traiano e Dante: nel segno dell’Impero

Se si volesse cercare negli annali la figura di un sovrano che incarni le virtù del governante ideale, questi sarebbe Traiano, tutt’oggi ricordato con l’appellativo di “optimus princeps”.

Regnante dal 98 al 117 d.C., egli era stato adottato dal suo predecessore Nerva, asceso al trono nell’anno 96 dopo la deposizione di Domiziano, terzo ed ultimo esponente della prima dinastia flavia.

Nel brevissimo periodo in cui detenne il potere, Nerva regalò ai posteri la riforma che avrebbe assicurato stabilità politica all’Impero per quasi cento anni, così facendo del II secolo il beatissimum saeculum, ossia l’epoca più felice che Roma avesse mai conosciuto, con frontiere sicure e pace interna.

Infatti, alla successione per ius sanguinis subentrò quella per merito, per cui l’imperatore, quando era ancora in vita, designava il successore tramite adozione e così fece Nerva con Traiano.

Oggi a Roma le statue di Nerva e Traiano possono essere ammirate in Via dei Fori Imperiali, vicino a quelle di Giulio Cesare e Augusto.

Cesare, dictator a vita, con le sue conquiste, le sue riforme e persino con la sua morte accelerò la crisi e la trasformazione della Repubblica, ormai troppo estesa sul piano territoriale e complessa su quello sociale e politico per essere retta solo dal Senato.

Quanto ad Augusto, Pater Patriae, in quarant’anni di potere incontrastato garantì la transizione dalla Repubblica all’Impero attraverso il Principato, realizzando la prima vera unità d’Italia e costituendo le basi etiche e spirituali della nostra nazione : nelle sue Res Gestae scolpite sono le parole “In mea verba tota Italia sponte sua iuravit”.

Nerva, come rammentato, ebbe l’arduo compito di prendere le redini dello Stato dopo l’infausto regno di Domiziano e nella sua illuminata riforma sui criteri di successione al soglio imperiale affondano le radici i gloriosi anni di governo di Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, esponenti della dinastia degli Antonini.

Traiano rappresenta davvero un unicum, dato che gli autori di ogni epoca, pagani o cristiani, concordano sul fatto che egli abbia eccelso in ogni ambito attinto dalla sua azione di governo.

Fra questi autori spicca Dante Alighieri del quale oggi, 14 settembre 2021, ricorre il settecentenario dalla morte.

Due sono i Canti della Divina Commedia dove é celebrata la figura dell’optimus princeps, il X del Purgatorio e il XX del Paradiso.

Nel Purgatorio, in particolare, viene riportato un aneddoto che testimonia la clementia di Traiano stesso, in procinto di andare in guerra, salvo rimandare all’ultimo la partenza per pronunciarsi sulle rimostranze di una donna che invocava giustizia per il figlio ucciso.

Del resto, lo storico Cassio Dione riferisce che Traiano avesse l’abitudine di condurre personalmente i processi nel Foro di Augusto o, all’occorrenza, in qualsiasi altro tribunale.

Il suo palazzo era sempre aperto a chiunque intendesse chiedere udienza e a coloro che lo ammonivano per questa eccessiva familiarità con il popolo, rispondeva : “Tratto tutti come vorrei che l’imperatore trattasse me, se fossi un comune cittadino”.

L’incontro fra Traiano e la vedova nel X Canto del Purgatorio al verso n. 73 è definito “alta gloria”, cioè fatto glorioso, un episodio meritevole di essere ricordato, nato da una leggenda che da Cassio Dione era giunta nel Medioevo fino alla “Vita” di S. Gregorio attribuita a Paolo Diacono.

Nei versi successivi si ricorda come l’imperatore romano avesse mostrato il valore che “mosse Gregorio a la sua gran vittoria”.

Difatti, Papa Gregorio Magno, passando un giorno nel foro di Traiano e venuto a conoscenza dell’atto di giustizia del sovrano verso la vedova, si commosse a tal punto che cominciò a pregare Dio per la salvezza della sua anima.

In seguito, gli fu rivelato in sogno che le sue preghiere erano state esaudite e per questo Dante colloca Traiano in Paradiso fra gli spiriti giusti che, nel Cielo di Giove, formano l’occhio della mistica Aquila.

Gli endecasillabi descrivono mirabilmente la scena drammatica dell’incontro fra l’optimus princeps che a cavallo guida un imponente esercito verso la Dacia al di là del Danubio e la “vedovella”, povera, debole e disperata, attorniata da cavalieri e vessilli dorati a forma d’aquila, eppure tanto ardita da rivolgersi all’imperatore da pari a pari, ad esempio facendogli notare che potrebbe anche non tornare dalla guerra e, in quel caso, nessuno le renderà mai giustizia.

Traiano assurge a esempio di umiltà, al pari di Maria e re Davide.

La prima è umile, poiché si sottomette alla volontà di portare in grembo il figlio di Dio, come le viene annunciato dall’Arcangelo Gabriele.

Il secondo, precedendo l’Arca dell’Alleanza trasportata a Gerusalemme, danza con la veste alzata : a prima vista si atteggia da buffone, in verità così facendo si mostra umile al cospetto di Dio e degno di essere re della sua gente.

Tornando a Traiano, la frase finale rivolta alla vedova al verso n. 93 fa intuire lo spessore politico – morale del suo carattere : “giustizia vuole e pietà mi ritiene”.

La giustizia gli impone, essendo lui l’imperatore, di ottemperare ai suoi doveri di uomo di Stato, ma al contempo la pietà lo trattiene come uomo, inducendolo a rimandare la partenza per soddisfare le richieste della donna.

La scelta di Dante di raccontare questo episodio non è affatto casuale, anzi può dirsi dettata da due ordini di ragioni.

Anzitutto, nella tradizione medievale era fortemente sentita la questione della “salvezza” di taluni pagani che, pur non battezzati, avevano dato in vita esempi tangibili di virtù precristiane tra le quali, ad esempio, la rettitudine di Catone l’Uticense.

In secondo luogo, l’aneddoto di Traiano e della vedova è il simbolo della concezione mistica che il Sommo Poeta aveva dell’Impero.

Nel Canto XX del Paradiso Traiano e re Davide si trovano nell’occhio della mistica Aquila per essere stati “giusti e pii”, Dante considera giustizia e pietà inscindibili e definisce il Paradiso “imperio giustissimo e pio”, per non parlare poi del riferimento alla giustizia e alla misericordia nel discorso della montagna pronunciato da Gesù.

In apparenza, l’Alighieri sembra riferire la giustizia alla sfera terrena e la pietà, invece, a quella religiosa.

Al contrario, lungi dal volerle separare, egli le unisce proprio perché la giustizia è piena solo se tiene conto dei concreti bisogni dell’uomo e ha nella pietà la sua sorgente.

Queste virtù sono trasposte nella figura dell’imperatore e, segnatamente, di Traiano, essendo questi la luce della divinità da cui le suddette virtù vengono mutuate.

Sempre Dante nel “De Monarchia” scriveva : “Romanum imperium de Fonte nascitur pietatis”.

La massima si potrebbe interpretare nel senso che la maestà imperiale trae origine dalla pietà che le è connaturata ovvero che proviene da Dio quale “Fons pietatis”, ma la sostanza non cambia.

La pietà non può essere separata dalla giustizia, entrambe non possono essere distaccate dal concetto di Impero e se nella Storia vi è stato un Impero che ha saputo coniugarle, è stato proprio quello Romano.

 

 

Dr. Jacopo Bracciale

 

 

L’autore

Jacopo Bracciale ha conseguito una laurea cum laude in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo con una Tesi in Teoria generale del Diritto sul problema dei principi generali del diritto nella filosofia giuridica italiana. Dal 2020 collabora con la rivista telematica Salvis Juribus come autore di articoli di diritto civile, penale ed amministrativo. Nel tempo libero si è sempre dedicato all’assidua lettura di saggi storici e grazie a Renovatio Imperii ha scoperto un fortissimo interesse per le vicende legate all’antica Roma.