La questione delle quindici aporie nel libro beta della Metafisica di Aristotele e l’origine della stessa

La questione delle quindici aporie nel libro beta della Metafisica di Aristotele e l’origine della stessa

Terzo tra i libri comprendenti quella serie di quindici trattati aristotelici successivamente catalogati sotto il nome di Metafisica, il libro β figura sine dubia tra i più complessi dell’intera trattazione. È bene celermente riepilogare, ai fini d’una migliore comprensione della questione trattata, la genesi di questo testo, la Metafisica appunto: non fu Aristotele a raccogliere sotto un unico nome quei quindici libri, né tale termine compare una sola volta all’interno dell’intero Corpus Aristotelicum. Invero le sue opere a noi pervenuteci sotto una certa onomastica le troviamo invece raccolte, presso i cataloghi antichi, in un numero molto inferiore di libri, sì da intendere che l’attuale raccolta sia il frutto di una lunga serie di studi cui ha fatto progressivamente seguito una più dettagliata catalogazione dei suoi scritti. Il filosofo di Stagira dunque non scriveva libri compiuti nella misura in cui s’intende una pubblicazione di un libro oggidì, bensì redigeva in λόγοι (logoi, discorsi) trattati accomunati da un filo argomentativo che poi leggeva dinanzi ad una platea d’individui adeguatamente dotti perché potessero comprenderli, solitamente coincidenti con la cerchia dei suoi discepoli. Fanno eccezione tuttavia quegli scritti convenzionalmente indicati come essoterici per i quali lo stesso Aristotele aveva immaginato come rivolti ad un più ampio pubblico, indi retoricamente più avvezzi alle masse, di cui però non conserviamo paradossalmente che pochi frammenti.

Ritornando dunque alla genesi della Metafisica ed alle sue catalogazioni antiche, il più vetusto di cui s’abbia traccia è il catalogo dell’Anonimo Mageniano, riconducibile al III secolo a.C.: ivi i trattati sono raccolti in un numero che può essere inteso tanto come dieci quanto come venti. Trasmesso da Esichio, tale catalogo perverrà a Diogene Laerzio, il quale integrandolo con altri scritti ce lo tramanderà mediante le sue Vite dei filosofi, benché nemmeno in questi compaia mai il nome Metafisica: ciononostante, egli raccolse sotto una diversa nomenclatura diversi trattati, di cui il più chiaro è quello corrispondente al libro Δ (delta) della Metafisica, mentre in modo più frammentario si ritiene avesse potuto parlare degli ultimi due libri della stessa, di cui presumibilmente Ermippo (bibliotecario di Alessandria verso la fine del III secolo a.C.) o Aristone di Ceo (a capo della scuola aristotelica d’Atene sempre verso la fine del III secolo a.C.) furono poi autori di ulteriori ed accurate integrazioni. Per giungere infine alla Metafisica che leggiamo noi, bisognerà attendere la metà del I secolo a.C. quando Andronico da Rodi, raccogliendo i frammentari dati pervenutigli da Diogene Laerzio e dall’Anonimo Mageniano, confrontatili con il compendio di filosofia aristotelica redatto da Nicolao di Damasco, giungerà finalmente alla catalogazione finale, cui conferirà il nome di Metafisica, che vuol dire appunto ciò che viene dopo la fisica: dopo, in primo luogo, da un punto di vista argomentativo-editoriale; in secondo luogo, nella sua accezione più propriamente filosofica, ovvero che venendo dalla fisica le si im-pone sopra, ovvero la supera per valore ontologico dei temi trattati: ciò cui Aristotele si riferisce invero col termine di filosofia prima.

Explicatis explicandis, riprendiamo il nocciolo della questione, ovvero quello della lettura del passo più complesso – nell’accezione etimologica del termine – dell’intera Metafisica. Le quindici aporie sono le seguenti:

1. È una sola scienza a studiare tutti i diversi generi delle cause oppure sono scienze diverse?

2. È una sola e medesima scienza che studia tutti i principî comuni alle dimostrazioni e i principî delle sostanze? E se sono scienze diverse, qual è fra esse la sapienza?

3. È una sola e medesima scienza a studiare tutte le sostanze o ci sono parecchie scienze secondo le diverse sostanze?

4. C’è una sola scienza che studia le sostanze e anche le proprietà che a queste appartengono?

5. Esistono solo le sostanze sensibili oppure ve ne sono anche altre? E, se quest’ultimo è il caso, tali sostanze sono di un sol genere o appartengono a generi diversi, ad esempio idee ed enti matematici?

6. I principî primi sono generi oppure le parti costitutive delle cose?

7. E se i principî sono i generi, si tratterà dei generi sommi o di quelli infimi, che si dicono delle cose individuali?

8. Se non c’è nulla oltre le singole cose, che sono infinite, come è possibile avere scienza dell’infinito? Se c’è e sono i generi, si ricade nel punto precedente; o bisogna ammettere qualcosa oltre le cose singole in alcuni casi sì ed in altri no?

9. I principî avranno unità specifica oppure numerica?

10. Sono medesimi i principî delle cose corruttibili e di quelle incorruttibili?

11. L’essere e l’uno sono sostanza delle cose?

12. Numeri, corpi, punti e superficie sono sostanze oppure no?

13. Perché cercare altre realtà (come le idee) oltre le cose sensibili e gli intermedi matematici?

14. I principî esistono potenzialmente o in atto?

15. I principî sono degli universali o delle cose singolari?

Lo stesso Stagirita, dinanzi alle questioni, si limita all’enunciazione delle varie possibilità di scioglimento delle aporie, ovvero dei problemi, senza asserire quale sia la sua posizione, benché in alcuni casi traspaia verso quale soluzione egli propenda. Va anzitutto premesso che il libro beta non può in modo alcuno venir preso in considerazione come autosufficiente e compiuto, giacché tali questioni saranno poi oggetto di disamine nei libri successivi e, soltanto in correlazione a questi, è possibile cogliere la totalità del valore filosofico ai fini della ricerca di cui esse sono promotrici.

Del resto, il fatto che tale continuum sia condicio sine qua non per la lettura dell’intera opera, costituisce la riprova delle considerazioni precedentemente esposte intorno al lavoro di catalogazione dei vari trattati aristotelici, confermandone il buon lavoro svolto dai vari sopracitati antichi studiosi dell’aristotelismo. Aristotele interpreta tali aporie “come dei lacci” che impediscano il procedere del pensiero: l’ευπορία (euporia, buona soluzione) non può prescindere da una profonda conoscenza delle aporie, binomio su cui insiste lo Stagirita. Egli poi, con coerenza rispetto al suo canonico modus operandi, enuncia una serie di ένδοξα (endoxa, opinioni degne di nota) inerenti al tema: è naturale che si rifaccia ai soggetti attivi all’interno dell’Academia platonica, della quale egli stesso fu membro, così com’è chiaro il suo intento di risolvere quei problemi prescindendo dalla tradizione academica per la quale le idee, i principî ed i numeri erano stati soluzioni.

Occorre notare come le prime quattro aporie rimandino al libro Α (alfa) quando in questi già si sollevano difficoltà intorno alla επιζητούμενη επηστήμη (epizetoumene episteme, la scienza cercata) e le complicazioni che nascono nel far concordare l’elevatezza e le generalità dell’oggetto di questa conoscenza: per fare un esempio, l’esigenza di universalità richiederebbe che una sola scienza abbia a che fare con tutti i generi delle cause (materiale, efficiente, finale, formale), con tutte le sostanze, e con le sostanze ed anche i principî comuni delle dimostrazioni. E le stesse esigenze porterebbero ad assegnare ad una sola scienza le sostanze e le loro proprietà. Ma soddisfacendo questa logica esigenza di universalità, si ricadrebbe proprio in quella dialettica platonica ed academica di cui Aristotele critica i fondamenti. E però, ammettendo che vi siano varie scienze per ciascuna causa, sostanza, principî comuni, allora non si sa quale sia quella che debba per elevatezza del suo oggetto essere intesa come σοϕία (sophia, sapienza): potrebbe per esempio ambire, sotto taluni aspetti, la conoscenza della causa finale, qualora si sussumesse che sia la capacità imperativa richiesta dalla scienza il criterio sommo per l’attribuzione d’autorevolezza; ma se si ritiene che siano le cause prime l’oggetto della sapienza, allora ecco che diventa la causa formale quella più meritevole del titolo; se invece si ritengono le sostanze prime l’oggetto più autorevole della sapienza, allora dovremmo affibbiare tale onore ed onere alla causa efficiente.

È bene notare come dall’inconcludenza di queste aporie si spiani la strada verso quel salvataggio, proprio dei successivi libri della Metafisica, dell’esigenza dell’universalità della sapienza, giacché una rinuncia in questo senso significherebbe relegare la conoscenza ad una asistemica frammentazione. È necessaria quindi una gerarchia, lo stesso Aristotele ci dice che se si consegnassero a scienze diverse la conoscenza della sostanza e quella degli assiomi logici, non si saprebbe più «quale di esse sia la più autorevole e precedente ad altre». Ne segue quindi la necessarietà di rendere compatibile la necessità del concetto di universalità della sapienza con quella della divisione delle scienze, purché sussunte ciascuna sotto l’altra in base ad un ben definito ordine gerarchico: a questo risultato si perverrà soltanto nel libro E (epsilon). Emerge comunque, come accennato sopra, un certo indirizzo orientativo dello Stagirita, che protende verso la scienza della ουσία (ousia, cioè sostanza). Ed allora, se in A (alfa) si era risolta la sapienza nell’essere e nella verità, quivi in B (beta) sarà manifesto l’intendersi dell’essere in quanto sostanza. In un certo senso, tale libro in modo problematico (o, appunto, aporistico) funge da implicita presentazione del protagonista delle future discussioni, id est la sostanza.

Ma di questo, ne parleremo successivamente…

Michele Zabatta