L’unità di analisi di Renovatio Imperii – denominata RINT – ha cominciato ad osservare e a descrivere gli sviluppi della tecnica fin dal principio del conflitto russo-ucraino, interessandosi in particolar modo delle innovazioni tattiche nell’uso di mezzi corazzati, ma anche del confronto fra droni e elicotteri al netto delle esperienze registrate sui campi di battaglia ucraini.
Volendo quindi ritornare su questi argomenti, offriamo oggi una analisi che riguarda gli sviluppi nel campo della difesa aerea resisi ormai evidenti in questi ultimi 4 anni di guerra russo-ucraina.
Il futuro a bassa intensità tecnologica della guerra
In riferimento alle dinamiche che hanno caratterizzato la guerra russo-ucraina in questi anni, in un articolo precedente avevamo già osservato alcuni fattori fondamentali, come ad esempio l’incapacità (sia da parte russa che da parte ucraina, per motivi contingenti) di mobilitare un numero sufficiente di truppe per la conduzione di una grande guerra di manovra, quali furono i conflitti mondiali novecenteschi, oltre all’impossibilità di convertire le forze produttive alla produzione militare a pieno regime – dinamica, quest’ultima, alla quale ambo i contendenti hanno fatto fronte sfruttando a pieno le riserve di armamenti e importando quanto più possibile da potenze alleate. Si tratta, quindi una guerra post-industriale, durante la quale sono emerse tutte le contraddizioni fra le aspirazioni delle parti coinvolte e la realtà di una guerra di trincea dominata dai droni, i quali rendono impossibile la concentrazione delle forze in campo.
Alcuni osservatori hanno riflettuto sulle implicazioni generali di un conflitto come quello russo-ucraino, nel quale la degradazione del livello tecnologico degli armamenti è subentrata al rapido esaurimento delle scorte di mezzi e armi tecnologicamente più avanzati ma non rimpiazzabili su larga scala, ponendo la questione in termini di intensità energetica.[1]
Secondo questa interpretazione, il campo di battaglia moderno è caratterizzato da un livello di attrito tale che la tecnica più raffinata o comunque a più alta intensità tecnologica non è sostenibile, e subentra quindi una « modalità degradata » propria degli equipaggiamenti e degli armamenti (ad esempio, utilizzando capacità residuali o alternative, come di un apparecchio telemetrico capace di misurare sia tramite raggi laser che tramite ottiche);[2] a nostro parere, una tale logica risulta valida non solo nella progettazione di mezzi e armamenti capaci di operare a più livelli di degradazione (ovvero resistendo alla perdita di uno o più sistemi e restando parzialmente operativi), ma anche nell’impiego a livello sistemico di tecnica con un grado di sofisticazione essenziale e non eccessivo, adeguato al livello della minaccia.
Si tratta quindi di acquisire anche una matrice di comprensione logica della degradazione come fattore fondamentale nell’entropia del campo di battaglia, e di conseguenza addestrare e preparare le forze armate affinché possano operare in « modalità degradata » senza abdicare totalmente alla consegna, sia a livello tattico-operativo che a livello logistico[3].
Dati i limiti di un conflitto in cui una mobilitazione totale delle risorse umane ed economica dei contendenti (come nel caso di Russia e Ucraina) non è possibile, e date le costrizioni derivanti dall’attuale ruolo dei droni ovvero dall’impossibilità della concentrazione delle forze ma anche della costruzione di catene logistiche complesse, ne deriva un necessario spostamento del «carico portante» della conduzione delle operazioni, il quale deve passare dal digitale all’analogico, dal motore elettrico al motore termico, dalla tecnica meccanizzata a quella motorizzata, e così via a seconda delle condizioni paradigmatiche sopra elencate.
Risulta intrinseca anche la ratio economica di un tale approccio, peraltro interamente congruente con il principio clausewitziano di «conservazione delle forze», ovvero il semplice vantaggio derivante dall’utilizzo (quandunque non sia diversamente possibile o appropriato) di mezzi e strumenti a minore intensità tecnologica che garantiscano comunque il raggiungimento degli scopi preposti; la capacità di riparazione e sostituzione diventa oltretutto fondamentale anche nella misura in cui la logistica campale sia sottoposta alle medesime condizioni e possa quindi operare anch’essa solo in « modalità degradata »
Con la scomparsa delle retrovie a causa del crescente raggio di droni medi e piccoli, anche la logistica non può più gestire centri di riparazione con attrezzature avanzate, se non a diverse decine e centinaia di chilometri dal fronte. E quindi spetta ai reparti schierati al fronte riparare i danni, gestendo autonomamente (nel limite del possibile) proprie microofficine da campo, secondo una matrice di redistribuzione dei compiti che deve puntare a ridurre la centralità dei grandi centri di smistamento logistico..
La difesa aerea nell’era dei droni
In nessun altro campo il fallimento dei sistemi da alta intensità tecnologica è più evidente che in quello della difesa aerea.
La supremazia aerea nei confronti dell’avversario, così come era emersa sui campi di battaglia della seconda guerra mondiale, era sopravvissuta fino al 21° secolo nella misura in cui la maggior parte dei conflitti armati avevano coinvolto potenze occidentali contro paesi del secondo e del terzo mondo, non in grado di difendersi efficacemente contro nemici tecnologicamente più avanzati, o contro gruppi armati in possesso principalmente di armi leggere (vedasi Iraq post-2003 e Afghanistan post-2001). I rari abbattimenti di velivoli militari dalla fine della Guerra Fredda, pur mostrando i limiti di un esclusivo affidamento sul valore tecnologico delle armi aeree[4], hanno sostanzialmente rappresentato eccezioni ad un paradigma chiaro: fra le parti in lotta, quella più tecnologicamente avanzata vince.
L’avvento di droni di piccole e medie dimensioni ha radicalmente alterato gli equilibri della guerra aerea, e la prima avvisaglia di questo nuovo paradigma si ebbe a fine 2020, con una grande offensiva azera contro la repubblica non riconosciuta dell’Artsakh, dichiarata indipendente da separatisti armeni nel 1991, nel contesto della disgregazione dell’URSS.
Le potenti batterie antiaeree armene, in quella fase, risultarono completamente impotenti nel difendere il fronte dagli attacchi dei droni azeri, come a suo tempo descrivemmo in un articolo di Geopolitica Imperii, oltre a rivelare la debolezza di un modello di difesa a cerchi concentrici pensato per interdire l’avvicinamento di velivoli pilotati tradizionali (da caccia o da bombardamento).
Meno di due anni dopo, la guerra russo-ucraina, già nelle sue primissime fasi, evidenziò come una guerra condotta in condizioni di sostanziale parità tecnologica sia materialmente insostenibile per quanto riguarda la guerra aerea condotta con mezzi tradizionali: secondo Oryx, osservatorio specializzato nell’unione di intelligence da fonti aperte e geolocalizzazione, in un elenco aggiornato al primo mese di guerra, riportava oltre 380 perdite confermate di velivoli da parte russa, e 200 da parte ucraina.[5]
Nella prima fase del conflitto, si è quindi dimostrato l’alto rateo di attrito di velivoli convenzionali, verosimilmente dovuto in gran parte all’efficacia dell’intera gamma di sistemi missilistici antiaerei, da quelli spalleggiabili e schierati a livello di plotone o di squadra, fino ad arrivare alle batterie a lungo raggio. Nondimeno, lo spostamento del «carico portante» dai velivoli pilotati ai droni medi e piccoli ha in breve reso evidente l’insostenibilità economica di un modello di difesa aerea basato su sistemi costosi e complessi, con poche unità disponibili, spesso legati a catene del valore inadatta alla produzione di massa. Inoltre, il dispiegamento di tali batterie le rende esse stesse vulnerabili, poiché facilmente individuabili o comunque legate a tempi relativamente lunghi in termini di riposizionamento.
L’apparizione di stormi di droni a bassa velocità (di regola, la velocità è prossima ai 120 km/h, paragonabile a quella di un biplano della Grande Guerra)[6] ha invece dato nuova vita ai sistemi a corto raggio, che consistono di cannoni automatici su affusti trainabili; tali sistemi necessitano solo di un addestramento di base per operare efficacemente, e possono essere tranquillamente affidati a serventi di leva, appartenenti a reparti paramilitari o di milizia territoriale e permettendo lo schieramento di numerosi sistemi d’arma senza grandi difficoltà logistiche o di manodopera, anche sulla base della facilità di produzione e rifornimento di tali sistemi d’arma.
Quasi per definizione, questi sistemi si limitano ad ingaggiare bersagli entro il raggio visivo, ma la limitata velocità dei droni come bersagli sottintende una compressione dei tempi della «catena di distruzione» (kill chain), nella misura in cui dalla fase di avvistamento/allerta a quella di ingaggio/abbattimento del bersaglio possono passare anche solo pochi minuti o secondi – essendo, in pratica, armamenti “punta e spara”. Fra gli episodi recenti, oltre che in Ucraina, l’efficacia di una fitta rete di cannoni automatici contraerei è stata dimostrata anche negli scontri fra India e Pakistan del 2025; nella notte fra 8 e 9 maggio, un’offensiva aerea pakistana di 300-400 droni fu respinta con buoni risultati, principalmente grazie ai cannoni Bofors L/70 modernizzati con sistemi di puntamento digitali, visori termici e telemetri laser[7]. Fra le varie versioni, l’India dispone di più di mille di tali sistemi.[8]
Il « ritorno di fiamma » dei semoventi antiaerei
Sempre rientranti nell’ambito dei sistemi a corto raggio, anche i semoventi antiaerei hanno avuto nuova vita nella lotta ai droni, pur collocandosi un gradino al di sopra dei propri omologhi statici o trainati nella scala dell’intensità tecnologica, rimangono economicamente sostenibili per le operazioni di contraerea della guerra contemporanea, in cui sono piccoli droni a rappresentare la minaccia principale. Ciò risulta pienamente coerente anche con i principî delineati poc’anzi riguardo le operazioni in « modalità degradata », nella misura in cui essi possono operare affidandosi a propri sistemi di rilevamento radar e di agganciamento di mira, in extremis anche solo affidandosi al puntamento ottico/manuale. Al contrario, i complessi contraerei con armamento missilistico, oltre ai citati problemi economici, sono spesso formati da vari sistemi montati su altrettanti veicoli che gestiscono diverse componenti (radar, munizionamento, veicolo di lancio propriamente detto etc.), essendo quindi molto delicati e incapaci di operare qualora una solo componente venisse colpita o disabilitata.
Le esperienze sul campo hanno quindi rivelato che tali sistemi possono non solo rivelarsi utili, ma addirittura centrali nella difesa aerea contemporanea; la guerra in Ucraina ha conferito una grande fama a semoventi antiaerei ormai da tempo avviati alla dismissione, come il Gepard tedesco.
Concepito negli anni ‘70 e dotato di cannoni binati Oerlikon da 35mm, il Gepard era stato eliminato dagli inventari tedeschi nei primi anni 2010, con lo scioglimento dell’unità di difesa antiaerea della Bundeswehr, nella quale era inquadrato. Dopo il febbraio 2022, la Germania riuscì a racimolare alcuni Gepard e entro il 2025 ne furono consegnati all’Ucraina 60[9] e da allora riscuotono il plauso delle forze ucraine, che ne hanno lodato efficacia e affidabilità pur nel quadro delle sue capacità a corto raggio.[10]
Nel frattempo, in Germania è stata decretata la ricostituzione dell’unità di difesa antiaerea dell’esercito (Heeresflugabwehrtruppe),[11] da completarsi entro il 2028; contestualmente, si prevede l’acquisto di un numero imprecisato di sistemi Skyranger 30 (di produzione Rheinmetall) su scafo blindato ruotato Boxer; secondo indiscrezioni di mercato, Rheinmetall si starebbe preparando ad un ordine molto consistente, prossimo alle 600 unità.[12]
Nel frattempo, sarebbero in corso trattative per fornire anche alle forze armate italiane sistemi Skyranger 30,[13] anche se in quantitativi molto minori, mentre sembra probabile che diversi dei semoventi SIDAM-25, di produzione italiana, vengano trasferiti nella loro configurazione antiaerea all’Ucraina, come riportato da alcune fonti nei mesi scorsi[14].
Risulta notevole che l’Italia abbia portato avanti negli ultimi decenni progetti all’avanguardia per quanto riguarda i semoventi antiaerei, avvalendosi prevalentemente delle competenze della OTO Melara (confluita nel 2015 nel gruppo Leonardo), ovvero l’Otomatic e il Centauro Draco.
Senza entrare in eccessivi dettagli tecnici, ambo i sistemi erano nato attorno all’eccellente cannone a ripetizione OTO Melara 76/62, già di successo in ambito navale e ampiamente esportato; nessuno dei due progetti ricevette commesse commerciali e non entrarono mai in produzione, non per difetti tecnici ma per essere nati in un’epoca assai diversa da quella odierna, generata dall’ombra del conflitto russo-ucraino. Nondimeno, le competenze tecniche dimostrate allora restano indubbiamente accessibili e sarebbe pertanto auspicabile che il rinnovato interesse verso la difesa contraerea a corto raggio (specificatamente antidrone) si traducesse in una mobilitazione del complesso militare-industriale italiano, invece che in commissioni a grandi aziende straniere.
Conclusione
Gli sviluppi tecnico-militari che hanno caratterizzato il conflitto russo-ucraino hanno prodotto un nuovo paradigma nella conduzione delle guerre convenzionali fra attori statali.
Gli enormi ratei di attrito registrati fra le forze di ambo le parti hanno rapidamente eroso alcuni dei principî organizzativi che avevano fatto da matrice della guerra di manovra in senso clausewitziano almeno fino al 1945.
In questo quadro, stanno emergendo delle innovazioni significative dal punto di vista dottrinale, come la qui citata concettualizzazione dello sforzo bellico in « modalità degradata » e quindi in condizioni che sarebbero state difficilmente accettabili secondo una interpretazione tattico-strategica classica, ma che rispecchia le condizioni reali dei campi di battaglia attuali. Le riflessioni che abbiamo qui esposto, anche relativamente alle costrizioni economiche nelle quali lo sforzo bellico è inevitabilmente inscritto (come lo spostamento del «carico portante» delle operazioni), sono solo una parte di quelle che il conflitto russo-ucraino ha generato e continua a generare in tutti gli osservatori con competenze specifiche in materia.
Abbiamo poi esteso queste riflessioni ad un esempio molto rilevante dal punto di vista tecnico-militare, ovvero quello della difesa contraerea in un’epoca dominata dai droni, evidenziando come lo spostamento di paradigma abbia rapidamento reso inefficaci e/o inefficienti i sistemi d’arma missilistici a lungo-medio raggio, che pure avevano dominato il campo fin dagli anni ‘60; al contempo, si sono riavvalorati sistemi da tempo considerati obsoleti, ovvero quelli basati su cannoni automatici (semoventi e non). Per motivi di spazio non si sono potute includere ulteriori considerazioni in merito ai sistemi missilistici a corto raggio, che pure continuano a giocare un ruolo notevole in Ucraina e altrove. Nondimeno, il presente articolo presenta al nostro pubblico alcune delle questioni di notevole importanza non solo per le sfere militari, ma anche per il panorama militare-industriale, i quali sono adesso costretti a risolvere nuove ed importanti sfide.
Orlando Miceli
L’autore, Orlando Miceli – Fiorentino, classe ’95. Baccalaureato in Politikwissenschaft all’universitá di Vienna, studia a Trento per divenire consulente politico, con focus su economia politica, geoeconomia e geopolitica. Privatamente si interessa di storia, filosofia politica, strategia e sistemi d’arma
Note:
[1] Livet, Annabelle. Energy sobriety in the armed forces: is “low-tech” a solution?. In: FRS, Recherches & Documents, n°08/2025, 30/04/2025. Disponibile a: https://www.frstrategie.org/en/publications/recherches-et-documents/energy-sobriety-armed-forces-low-tech-solution-2025 [consultato: 06/06/2026]
[2] Cfr. Ibidem, pp. 11-12.
[3] Ibidem.
[4] Cfr. Roblin, S. That’s Embarrassing: In 1999, Yugoslavia Shot Down an F-117 Nighthawk. In: The National Interest. 13/08/2020. Disponibile a: https://nationalinterest.org/blog/reboot/thats-embarrassing-1999-yugoslavia-shot-down-f-117-nighthawk-166788 [consultato: 06/06/2026]
[5] https://www.oryxspioenkop.com/2022/03/list-of-aircraft-losses-during-2022.html [consultato: 12-06-2026]
[6] Roblin, S. To Stop Killer Drones, Ukraine Upgrades Ancient Flak Guns With Consumer Cameras And Tablets. In: Forbes, 11.12.2022 https://www.forbes.com/sites/sebastienroblin/2022/12/11/to-stop-killer-drones-ukraine-upgrades-ancient-flak-guns-with-consumer-cameras-and-tablets/?sh=22c3f9f24575 [consultato: 12-06-2026]
[7] Rana, J. & Gulati, T. How upgraded L/70 guns, or ‘original Bofors’, became India’s frontline defence against Pakistan UAVs. In: ThePrint, 14.05.2025 . Disponibile a: https://theprint.in/defence/how-upgraded-l-70-guns-or-original-bofors-became-indias-frontline-defence-against-pakistan-uavs/2625448/ [consultato: 12-06-2026]
[8] Ibidem.
[9] Pierce, L. Flakpanzer Gepard in Ukraine: Why This 1970s Tank Still Matters. In: Defensefeeds, 15.10.2025 Disponibile a: https://defensefeeds.com/military-tech/army/air-defense-systems/flakpanzer-gepard/ [consultato: 12-06-2026]
[10] Ibidem.
[11]https://www.bundeswehr.de/de/organisation/heer/aktuelles/heeresflugabwehrtruppe-wird-neu-aufgestellt-5777698
[12] https://de.marketscreener.com/boerse-nachrichten/hb-grossbestellung-von-drohnenabwehrsystem-skyranger-ce7d5adad08ff320
[13] Geiger, W. Rheinmetall will Lynx und Panther für rund 25 Milliarden Euro in Italien verkaufen. In Hartpunkt, 4.02.2025. Disponibile a: https://www.hartpunkt.de/rheinmetall-will-lynx-und-panther-fuer-rund-25-milliarden-euro-in-italien-verkaufen/ [consultato: 12-06-2026]
[14] https://www.zona-militar.com/en/2026/02/27/italy-is-considering-the-transfer-of-sidam-25-anti-aircraft-systems-to-the-armed-forces-of-ukraine/ [consultato: 12-06-2026]
