Dictator: storia e significato tra passato e presente

Dictator: storia e significato tra passato e presente

<< Silent enim leges inter arma >>

<< Tacciono infatti le leggi nel mezzo della guerra>>

“Pro Milone”, M. T. Cicerone

 

In circostanze straordinarie, gravi e caotiche, a prevalere sono soprattutto gli istinti. Attraverso la paura, lo sconforto e la disapprovazione dei tempi correnti, l’uomo è portato a non “pensare” più. A mancare è il raziocinio, ciò che distingue l’uomo stesso dall’animale. Tuttavia, se è vero che la comunità si divide in tanti nuclei pronti a lottare tra loro pur di prevalere, abbiamo di fronte un branco? Se in condizioni di estremo pericolo siamo guidati dall’egoismo e dal cieco istinto di sopravvivenza, la forza bruta vince sulla dialettica? Se non le parole, sono forse le armi a contare davvero? In realtà, in situazioni di necessità, deve emergere la virtù. Nelle crisi, deve sorgere un uomo forte. Marco Tullio Cicerone, padre della dialettica latina e “novello Demostene”, riconobbe le esigenze di una guida; di un pastore che amministri i pubblici interessi del popolo, come un pastore bada al suo gregge. Lo scrisse a chiare lettere nel suo “Pro Milone”.
E’ vero che il diritto (lo “ius”) , quanto di più retto ed equo sia stato concepito a fin di giustizia, viene a mancare in stato di guerra. Altrettanto corretto è dire che la pace va al più presto ristabilita e, nel durante delle ostilità, promessa mediante una figura. Attraverso un “caput”. Occorre un eroe civile al pari di quelli epici, un uomo (“vir”) che incarni le perdute qualità civiche (“vir-tus”). Una guida per la “Res Publica” alle cui constatazioni (“dicere”) corrisponda l’azione (“facere”): il “dictator”.

Sappiamo tutti che le origini di Roma si perdono nella notte dei tempi. Quando la Storia si confaceva al mito, gli eroi omerici peregrinavano in lungo e in largo alla ricerca di una nuova patria. Il trauma di un conflitto senza precedenti, l’assedio di Ilio, aveva visto il primo confronto armato di portata generale della Storia. Popoli innumerevoli e da tutti gli angoli delle terre conosciute avevano partecipato. Ognuno si era reso protagonista di tanta distruzione. Dieci anni di confronto e di perdite, ora c’era bisogno di rinascere. Si doveva al fine riportare in auge la pace e il dialogo. Prima ancora, però, occorreva rimarcare le autorità dei capi. Dalla fine di un popolo ne sorsero tanti. Gli stessi capi-guerrieri del mito espansero la civiltà, esplorando e conquistando. E’ il nucleo fondativo delle civiltà mediterranee. In tempi più recenti e ben documentati, presso i discendenti di quegli eroi, un “ecista” (οἰκιστής) si faceva carico di espandere i confini del suo popolo. Presso i greci lo sviluppo dei commerci e delle tecniche creò l’opportunità (o il bisogno) di esplorare l’incerto. Scoprire nuovi territori a propri benefici e gloria. Un designato radunava uomini e mezzi per intraprendere il viaggio. Solcando i mari si tracciavano le rotte, sbarcando su di una terra si prendeva possesso della stessa. Nascevano così le colonie, dove il “caput” della comunità aveva diritto di “dicere” e “facere” a fine comunitario. Sia nel bene che nel male, purché si perseguisse la salvaguardia della colonia. Tuttavia non abbiamo esempi simili nel solo ambito greco. Anche i popoli italici solevano espandersi e colonizzare le terre sconosciute di una penisola tutt’altro che “amoena”. Si tratta delle cosiddette “primavere sacre”.

Durante il ritorno della bella stagione, quando Proserpina sfuggiva alle grinfie degli Inferi e la vita tornava ad animare la “silva”, ci si spingeva oltre l’ignoto. Mi spiego meglio: dopo un inverno difficile, con un raccolto scarso e il rischio di non riuscire a sfamare la comunità, si decideva di migrare. Come stormi di uccelli, si sceglieva un percorso per raggiungere un avvenire più promettente. Si decideva di radunare giovani coraggiosi per trovare nuove terre in cui abitare. Fatti gli dovuti scongiuri, affinché non tornassero riducendo gli abitanti a nuove penurie, una volta compiuti i rituali per propiziare i Numi, si partiva. Stando ai racconti queste “primavere sacre”, così chiamate dalla stagione e dalla natura dell’evento, erano guidate da animali prodigiosi e simbolici. Accadde così, “ad exemplum”, che dalle comunità del centro Italia si originarono i Piceni. Gli stessi seguirono un “picchio” verso le zone tenebrose (“umbrae”) e giunsero in territori bagnati dal mare e protetti dai monti. Faceva il suo ingresso una nuova nazione (“natio” non a caso significa anche nascita).

I fondatori delle colonie divenivano così pietra miliare su cui si sarebbe costruito un edificio socio-culturale destinato a sopravvivere. Ben presto divennero parte di quello stesso mito fondativo narrato di generazione in generazione. Nascevano gli eroi della tradizione orale, divinizzati e sempre onorati sulle “arae” dei templi. Essi però erano semplici mortali e l’eterno appartiene soltanto al Dio. Trascorso quindi il loro tempo, accresciutesi e moltiplicate le comunità, occorreva una nuova guida. Si concepiva così una figura nuova, che avesse diritto di dire e di fare (dittatore ante litteram) per tracciare il destino di un popolo; diviso ora in più “civitates”, certo, ma con tanti elementi comuni. Uno tra questi era la religione. Avvenne allora che le nuove stirpi tornassero ad avere contatti e, stringendo fauste alleanze (“foedera”), unissero le neonate comunità alle vecchie in un’unione sacra (“foederatio”). La confederazione latina ne è un esempio straordinario. Ogni anno si riunivano i maggiorenti delle città: saggi, magistrati, capi guerrieri ecc. Presso i boschi ancestrali delle antiche migrazioni, si erigeva di comune accordo un tempio dedicato alla divinità più importante. Si immolavano i sacrifici e si consacrava l’accordo. Infine si celavano nel tesoro sacro del tempio le primizie del proprio raccolto e qualche manciata della terra di provenienza. Tutto ciò veniva ben presto nascosto in segreto per suggellare ulteriormente l’alleanza. Non è un caso che il verbo “condere” (nascondere) significhi anche fondare. Roma, tempi dopo, seguì lo stesso excursus (“Ab urbe condita”). Questa era la natura del diritto “internazionale” più remoto: un’unione sacra. Fatto ciò si sceglieva chi potesse coordinare la moltitudine di genti. Nasceva dunque il “dictator Latinus”. Una figura chiave dell’Italia preromana e che dai Romani sarebbe stata poi perpetuata.

Quando nasce a Roma la dittatura? Spesso ci si pone questo interrogativo, memori degli esempi infelici dei totalitarismi. In realtà sarebbe doveroso chiedersi quando rinasca a Roma. E poi stabilire ruolo, funzioni e differenze. Procediamo con calma.
Innanzitutto la suprema magistratura che riuniva i clan (
“gentes”) per sopperire alla difesa contro eventuali aggressori esterni, in origine era il “rex”. Coadiuvato da un consiglio di “senex” (anziani), detto “Senatus”, garantiva la pace tra i diversi abitati e guidava la politica comune. Ogni monarca tramandato dalla tradizione si dedicò ad uno scopo ben preciso: il culto di un protettore (“patronus”), l’espansione vuoi commerciale vuoi militare, l’edificazione urbana ecc.
Col passare delle decadi ci si accorse che un solo uomo non poteva sopperire ad una moltitudine di comandi. Il Re venne allora affiancato da un comandante militare per i nobili e –
soprattutto – per il popolo: il “magister populi”. Costui amministrava i ruoli di comando in tempi di pace e di guerra. Si occupava di soffocare eventuali disordini, di raccogliere i tributi e radunare l’esercito dei fanti. Per i nobili ci avrebbe pensato un magistrato a sé: il “magister equitum”. Se questi poteva montare a cavallo per significare il comando sui guerrieri più ricchi e che il cavallo potevano permetterselo, il “populi” invece no. Rimaneva a fianco dei suoi sottoposti, tra le fila degli appiedati (“pedites”). Con la fine della monarchia e la stigmatizzazione del re, il vecchio regime fu abbattuto e umiliato. Abbiamo testimonianza di un rituale (“Regifugium”) in cui si praticava la cacciata simbolica di un derelitto, in parodia dei dinasti Tarquinii (“sacrificulus”). Ben poche delle vecchie magistrature vennero recuperate. Il “magister populi” divenne sempre più un fenomeno istituzionale raro e non necessario.
In luogo dei re vi erano i consoli, uno dei quali, stando ad alcune teoresi, imperava sulla plebe e l’altro sui nobili (discendenti degli antichi fondatori e perciò
“patrices”). Accadde perciò che la magistratura di cui sopra venisse a coincidere col consolato stesso e che fosse per lo più ignorata. Sappiamo che venne fondata con nuovo nome – “dictatura” per l’appunto – intorno al 500 a.C. Tuttavia il primo vero evento che consacrò la nascita di questa figura in età repubblicana era ancora di là da venire.

Il fatto storico più famoso a riguardo è senz’altro quello di Cincinnato. Agricoltore e “civis” della comunità, fu per ben due volte chiamato a guidare la sua città in situazione di grave crisi. La prima volta fu nell’estate-inverno del 459 a.C. (294 Ab Urbe Condita). In quei mesi le popolazioni latine degli Equi, alleate con stirpi affini e che odiavano Roma, assediavano l’agro teverino. In decisione unanime del senato, era stata affidata ad uno dei due consoli la missione di sedare i facinorosi e sommare nuove conquiste alla “Res Publica”. Vennero fatti ben presto i preparativi. Gli uomini lucidavano le armature, addestravano i giovani all’arte della guerra e i sacerdoti impartivano le benedizioni ai combattenti.
Le donne salutavano in lacrime i propri mariti. Forse, dopo una lunga attesa passata a custodire la casa e il focolare domestico, li avrebbero riabbracciati. I conflitti erano una realtà tutt’altro che rara. La quotidianità era contraddistinta dal vermiglio del sangue in una società notevolmente più violenta della nostra.
I condottieri, abbandonata la toga, si accingevano a vestire i mantelli purpurei il cui colore, consacrato a Marte dio dei raccolti e della guerra in loco di Bellona, significava che sarebbero stati i primi a versare il proprio sangue. La leva (
“legio”) aveva permesso di contrapporre ai nemici un’armata di tutto rispetto. Musici in testa e cavalieri (“celeres”) ai lati (“alae”): la fanteria falangitica iniziava la marcia. Migliaia di uomini in assetto da battaglia, in armature scintillanti alternavano il ritmo dei passi al fragore dell’attrezzatura, delle vettovaglie e dei canti. Doveva essere uno spettacolo sinistro, terrificante. Immaginiamoci così gli esordi di quella che diventerà la macchina bellica più formidabile dell’antichità.
Le settimane passarono tra uno scontro e l’altro e l’accampamento del
“legionarii” venne ben presto accerchiato. Gli stessi si ritrovarono quindi costretti a svernare sul fronte, presso una catena montuosa, quella dell’Artemisio, infida e selvaggia; covo di ostili e di rinnegati. Perdippiù il rilievo su cui i Romani si trovarono asserragliati era celebre per le temperature assai rigide. Era detto “Mons Algidus”, montagna ghiacciata. Una delle zone più care ai Sabini poiché consacrato a Diana, Dea della Caccia e nume tutelare di quella “foederatio” accennata poco sopra. I nemici avrebbero combattuto fino all’ultimo, infatuati dai mistici racconti dei loro antenati.
Le operazioni di guerra subiscono un lungo ritardo e i costi dello sforzo bellico costringono il Senato ad emanare nuove misure. E’ il nuovo anno. La plebe di Roma decide di insorgere e, corrompendo i
“milites” rimasti a presidio delle mura cittadine, porta la guerra anche sul fronte interno. La veemenza degli scontri è tale che perde la vita lo stesso console rimasto in patria. Il luogo del linciaggio è il tempio della Triade Capitolina. L’affronto alle divinità aggiunge solo caos ad una situazione di grave anarchia. Il sacrilegio va mondato. Si deve ristabilire la pace, ma i rivoltosi sono restii a deporre le armi. La situazione degenera e i “patrices” perdono ben presto le speranze. Le discussioni del Senato si susseguono senza esito, finché non si propone di recuperare l’antica magistratura del “dictator” singolo. Occorre un uomo forte poiché tempi duri lo richiedono! Chi chiamare? Chi può soccorrerli? Cincinnato è la risposta. Radunata una delegazione di nobili, si raggiunge la “villa” del designato, un abitante della periferia romana senza fama o prestigio. Per questo è opportuno che assuma il comando, poiché non avrà dopo l’ambizione di tenerselo. Lo si supplica di vestire la “toga praetexta” al più presto. C’è bisogno di un intervento rapido.
E’ giunta notizia, inoltre, che anche degli esuli, ex-schiavi memori dei propri rancori, si siano uniti alla rivolta. Cincinnato non ci riflette due volte.
“Salus Publica” vuol dire dovere, richiede abnegazione: è questo il significato della lealtà. Le condizioni però saranno assolute: nessun veto (“Auctoritas Patrum”) del senato ostacolerà le decisioni prese. Chiunque si esima dall’obbedire sarà condannato senza possibilità di grazia o di appello ai suoi concittadini (“provocatio ad populum”).
Cincinnato non avrà collega, sarà il solo al comando. Sarà il magistrato con un potere pressoché illimitato.
Tornato a Roma constata coi suoi occhi fino a che punto si era spint
o l’astio tra plebe e patriziato. Raccoglie informazioni e si mescola tra la comune gente. Parla con loro, li ascolta e cerca di confortarli. La guerra dura da troppo tempo perché le risorse cittadine possano supportarla senza danni. Egli quindi pronuncia un discorso in presenza dell’assemblea popolare (“calatis Comitiis”) dove afferma che dirigerà lui la nuova campagna per rimuovere l’accerchiamento.
Proviamo a immaginarcelo, in piedi, dirimpetto alla folla, su di una tribuna. I gesti decisi nello scandire un discorso che suscita il coraggio di vecchi e giovani. Occhi lucidi, esclamazioni di rabbia, cenni di assenso: Cincinnato li persuade. Li commuove. Riporta loro alla mente le imprese degli antenati. La folla esulta: è l’eroe di cui l’Urbe aveva bisogno. Presto vengono deposti i vessilli purpurei dai colli Campidoglio e Gianicolo, la serenità torna a regnare almeno per le strade. La rivolta è quindi sedata e senza colpo infierire. Ora però è il momento di riorganizzarsi. Occorre al più presto intraprendere la spedizione.
“Tertium non datum”, la seconda occasione dev’essere quella decisiva.
Ecco allora gli uomini che corrono verso il Foro per presentarsi all’appello. Si eseguono le manovre di raduno, nessuno osa disertare. Ranghi serrati, armi in pugno, si raggiunge il fronte per marce forzate (
“magnis itineribus”). Di lì a pochi giorni l’Urbe avrebbe finalmente riaccolto i suoi figli.

La Storia ci insegna che la dittatura di Cincinnato, durata solo poche settimane, riportò gli eventi nel loro corso. Fu una reazione pronta , decisa, senza esitazioni. Essa soltanto fu in grado di garantire la liberazione del console e, in particolar modo, la cessazione delle ostilità. Seppur per poco.
I patrizi e i plebei sarebbero tornati ben presto a contendersi diritti e privilegi entro le istituzioni.
Cincinnato raggiunse nuovamente il suo
“hortus” dove coltivava primizie e virtù in egual misura, memore dell’impresa. Roma lo avrebbe richiamato poco più di vent’anni dopo per ripetere il prodigio.
Quello di Cincinnato, fiero cittadino di una comunità in pericolo, deve fungerci da esempio: oggi più che mai. Deve ricordarci chi siamo e qual è il nostro dovere; sia morale sia civico.
Cincinnato stesso non sarebbe mai riuscito a salvare il suo popolo se questi non avesse collaborato.
In situazioni di criticità, dove il senno cede alla paura, ai propri interessi a discapito del prossimo, dobbiamo ricordare la nostra identità di popolo. Siamo gli eredi di una civiltà che ha fatto proprio epigono il sacrificio nel nome dello stato quando ancora lo
“stato”, propriamente detto, non esisteva. Sovente è chi ci rappresenta a garantire la nostra difesa; il nostro benessere. La serenità di un popolo è figlia della passione dei suoi governanti. Tuttavia, quando il nemico è anonimo, diffuso ed entro le proprie mura, è compito di ognuno arginarlo; nel suo piccolo, come meglio può. L’umiltà di servire le proprie istituzioni e il coraggio di osservarne i dettami sono virtù vecchie, risalendo fino a Cincinnato, di quasi venticinque secoli. Uomini forti impongono una strategia, i loro popoli vi si attengono per il bene comune. Bisogna agire laddove vi è necessità, ad ogni costo. Perché parlare di separazione della “primavera sacra”, di “fondazione”, di “crisi”? Semplice. Sono proprio avversità come queste a creare un nuovo senso di appartenenza. A dividere tra loro gli individui per poi riunirli con un legame più forte e duraturo di prima. La difficoltà rende tutti uguali, cittadini di una “natio” che sa di poter contare sui suoi componenti. Se è vero che “Historia magistra vitae”, meritiamoci l’appellativo di “eredi di Roma”.

 

Francesco Rossi

 

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