Il negoziato di Doha

Il negoziato di Doha

Quando sullo scenario internazionale si presentano problemi di natura economica, politica o sociale, spetta alle istituzioni governative valutarne le conseguenze dirette e l’impatto socio-mediatico. Il più delle volte, per risolvere questi tipi di controversie, vengono instaurati dei processi decisionali tra due o più parti che non sono in grado di prevalere l’una sull’altra, con l’obiettivo di raggiungere un accordo che componga le differenti istanze. La negoziazione è un atto decisionale, il cui scopo è ricercare un accordo partendo da interessi divergenti, cooperare per risolvere il conflitto, senza che ci sia l’intenzionalità di far perdere la controparte.

Il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan ha suscitato un dibattito politico molto acceso in gran parte del mondo. Segna un momento storico importante, capace di far riflettere su come la politica americana dell’ultimo secolo sia in grado di ribaltare gli scenari geopolitici in modo egocentrico e con poco preavviso. Attraverso un’attenta analisi degli avvenimenti politici, è possibile ampliare lo spettro delle percezioni sociali, filtrare l’enfasi dell’attenzione mediatica e concentrarsi sugli avvenimenti storici concreti.

L’accordo di Doha rappresenta il risultato finale di un susseguirsi di incontri e culmina con la sua sottoscrizione nel febbraio 2020. Questo flow degli eventi è ricco di informazioni utili a viscerare la questione afghana in termini geopolitici, fornendo così validi strumenti per capire la politica negoziale USA, cominciata anni prima.

Il tipo di negoziazione in questione è di matrice politico-diplomatica ed è caratterizzato da una prospettiva comportamentale ben precisa e necessaria per il raggiungimento degli obiettivi negoziali. Il background di un negoziatore gli consente di aderire a queste norme comportamentali ben specifiche e generalmente questo ruolo viene affidato a esponenti politici con una certa esperienza. L’amministrazione Trump identificò Zalmay Khalizad come la figura preposta alla negoziazione; diplomatico americano di origine afghane, ha ricoperto il ruolo di ambasciatore più volte in contesti critici, come l’Afghanistan post invasione (2004-2005) e l’Iraq (2005-2007). Pare alquanto inverosimile credere che la controparte talebana avesse una figura politica con lo stesso bagaglio esperienziale. In effetti, sembra siano state proprio queste le preoccupazioni di Washington in fase di pianificazione strategica, tanto da chiedersi anni prima chi potesse essere quella figura, lievemente moderata, con cui avviare delle trattative (ma su questo ci soffermeremo dopo).

Un atto negoziale viene studiato e pianificato in base al contesto e la dottrina identifica diverse procedure per affrontare un conflitto. Queste si adeguano al tipo di tensione economico-politica e per questo variano in base al valore negoziale. Gli accordi di Doha vengono attuati in base a una procedura che si basa sulle “AZIONI SEPARATE”, in cui le parti in questione si muovono separatamente e ci sono iniziative indipendenti dalle parti. Questo processo ha un valore negoziale minimo e un ruolo decisorio fine a sé stesso.

La negoziazione non è assolutamente un processo immediato, richiede tempo e fiducia reciproca. Per questo sentiamo parlare di prenegoziato, come quella serie di incontri che precedono la firma di un trattato. La scelta di avviare un dialogo con la controparte si basa su due presupposti: volontarietà e maturità. La scelta di sedersi al tavolo di un negoziato dipende solamente dalla volontà delle parti, che dovranno essere convinte della necessità di compiere uno sforzo per raggiungere un accordo. I primi colloqui diretti tra Stati Uniti e talebani si svolsero a Doha nel luglio 2018. Nello specifico, l’amministrazione Trump decise di avviare negoziati diretti con i talebani, senza la partecipazione dei rappresentanti del governo afghano. Tutto ciò fa subito riflettere.

Gli Stati Uniti hanno avviato il prenegoziato con i talebani, organizzazione terroristica tacciata di nascondere Bin Laden e sovvenzionare la Jihad in territorio afghano; se non altro principale nemico della comunità internazionale nella “Global War on terror” della dottrina Bush. Washington ha deciso di avviare delle trattative per la propria uscita con i talebani e non con il governo afghano, legittimando in questo modo davanti alla comunità internazionale il movimento più temuto dalle grandi democrazie. È semplice… se tratto con un’entità, automaticamente la sto riconoscendo, significa che esiste e che ha voce in capitolo nel risolvere le nostre divergenze.

È curioso identificare questo tipo di negoziato per la sua versatilità, in quanto si trova nel mezzo tra una negoziazione in prima persona e un negoziato tramite terzi. Il negoziato in prima persona è previsto quando tra le parti vi è principalmente un rapporto cooperativo e non è presente uno spiccato antagonismo: il principale vantaggio è che non si creano problemi di comunicazione e coordinazione tra esse, mentre lo svantaggio è un eccessivo coinvolgimento, che può scaturire in carenze di specifiche competenze. La negoziazione tramite terzi, invece, è necessaria quando vi è un evidente antagonismo tra le parti e occorrono specifiche competenze per arrivare a una soluzione: il vantaggio è il distacco tra le parti coinvolte e una flessibilità tattica, mentre lo svantaggio può essere un conflitto di interesse tra rappresentante e rappresentato. Perché la negoziazione di Doha si può collocare in mezzo a queste due tipologie? Principalmente perché le parti negozianti si sono incontrate rappresentando i rispettivi interessi, hanno trattato vari punti per dirimere il loro problema, senza la necessità di una persona terza esterna al conflitto, che fungesse da pacificatore. Sotto questo punto di vista, presenta tutti i tratti di una negoziazione in prima persona. Il luogo del negoziato è il Qatar, nello specifico la città di Doha, dove i talebani hanno ottenuto nel gennaio 2012 un vero e proprio ufficio politico di rappresentanza, raggiungendo così un accordo importante per l’apertura di una sede diplomatica, finalizzata ad un concordato con la comunità internazionale e al riconoscimento come entità politica a tutti gli effetti. Ciò significa che, da tempo, la città ospitante qatariota prende le parti talebane e offre loro degli strumenti decisori necessari e fondamentali per il loro futuro. In seguito ai diversi incontri avvenuti a Doha tra Stati Uniti e talebani, un ruolo fondamentale è stato ricoperto dalle istituzioni qatariote per la riuscita e il prosieguo delle trattative tra le parti. Questo perché è palese e ben noto l’antagonismo tra le due fazioni. Quindi, sotto questa prospettiva, ci sono degli elementi caratteristici di una negoziazione tramite terzi.

Ora torniamo alla figura negoziante della fazione talebana: Abdul Ghani Baradar. Fondatore del movimento talebano nel 1994 e secondo leader spirituale in carica, fa perdere le sue tracce dopo il 2001, in seguito all’attacco delle Torri Gemelle. Nel febbraio 2010 viene catturato, grazie ad un’azione congiunta tra i servizi segreti pakistani e la CIA, rimanendo incarcerato per diversi anni, in quanto figura altamente pericolosa. Nel 2017 l’Unione Europea lo inserisce nella lista dei terroristi più pericolosi. Il 24 ottobre 2018 venne liberato su espressa richiesta degli Stati Uniti, nell’ottica di stabilire in un futuro prossimo dei “peace talks”, e fu lo stesso Khalizad, in qualità di inviato speciale per l’Afghanistan, a dichiararlo. Queste azioni sono importanti nell’analisi del contesto afgano, perché fanno capire l’intenzione americana e gli atteggiamenti pretestuosi già anni prima.

Come riportato da diverse testate giornalistiche, Baradar veniva considerato come meno radicale e più moderato rispetto ad altri componenti. Da qui è possibile capire le motivazioni che hanno spinto alla sua liberazione, considerato che Washington ha lasciato intuire segni di apertura nell’ottica di un ritiro futuro. Implicitamente il valore negoziale dell’accordo è interessante, non solo per gli attori protagonisti, ma anche per le strategie negoziali. Il Governo degli Stati Uniti ha collaborato con i servizi pakistani per catturare Baradar nel 2010, per poi essere il richiedente della sua scarcerazione nel 2018, in vista di un ritiro futuro. Successivamente viene visto come la figura preposta a rappresentare il movimento talebano, per poi sedersi al tavolo del negoziato con Khalizad: ha qui luogo un atto diplomatico, in cui la controparte rappresenta sì gli interessi del proprio movimento, ma è stata messa in quella posizione direttamente dal governo che richiede il negoziato, responsabile del suo incarceramento e allo stesso tempo della sua liberazione. È possibile intuire che il valore negoziale può essere facilmente influenzato dal pregresso storico.

Le strategie negoziali utilizzate sono due: CONTENDING e PROBLEM SOLVING. Nella strategia del “contending”, si cerca di persuadere la controparte ad accettare delle alternative che favoriscono i propri interessi e allo stesso tempo resistono a tentativi dello stesso genere fatti da essa. Gli USA hanno sostenuto che non avrebbero esitato ad annullare l’accordo, pattuito principalmente in 4 punti, se i talebani non avessero rispettato la loro intesa. Allo stesso tempo, avrebbero dovuto portare maggiore inclusione con il Governo legittimo di Kabul e iniziare con loro un negoziato di pace.

La strategia del “problem solving”, invece, tenta di individuare una soluzione alternativa che sia accettabile da entrambe le parti. Inizialmente la diplomazia americana sembrava irremovibile sulle sue posizioni; negoziare con Kabul era imperativo, tanto che Khalizad ha ribadito: “o si firmano i 4 punti o non si firma niente”. Il negoziato di interessi è caratterizzato dalla strategia del “problem solving” e richiede uno stile negoziale di tipo integrativo: in questo stile, le parti scindono problema e persone, per raggiungere un accordo con efficienza e senza tensioni inutili. Si procede indipendentemente dalla fiducia, analizzando le proposte e concentrandosi su interessi e non sulle posizioni.

I negoziatori sono abili a trovare soluzioni creative e hanno un’alta fiducia in sé stessi, generalmente… fa parte delle qualità comportamentali citate all’inizio, ed è possibile intuire come le motivazioni della personalità di Khalizad possono essere legate al potere e al successo. Differentemente, Baradar presenta una “low self-estimate” e quindi negozia in modo più competitivo e arrogante, controbattendo spesso ciò che viene messo sul tavolo della negoziazione. Minacciare, pressare, risultare irremovibile e utilizzare argomentazioni persuasive sono tratti di una negoziazione distributiva (o negoziato di posizione), caratterizzata da un complesso sistema di attività strumentali, volte al raggiungimento dell’obiettivo quando si è in conflitto aperto con la controparte. Questi atteggiamenti possono generare risentimento, infastidire la controparte, ma soprattutto manipolare le percezioni e gli atteggiamenti circa le questioni oggetto della trattativa: l’obiettivo è un cambio di atteggiamento.

Negli ultimi mesi si è potuto assistere ad un momento storico importante. Difficilmente si poteva immaginare un’uscita di scena americana dal territorio afghano in questi termini, tantomeno la veloce avanzata del movimento talebano in soli pochi giorni e con soli 75 mila uomini. Ciò che si può pensare è che ci siano stati degli errori negoziali sin dal principio e nello specifico l’errore negoziale in questione viene chiamato SICUMERA. Questo tipo di errore è caratterizzato dalla sottovalutazione dell’altra parte soltanto perchè è la controparte: lo conosco, l’ho catturato e liberato in funzione di questa negoziazione, quindi sottovaluto la sua capacità.

 

Nicolò Caratozzolo