Il ritrovamento della Stele di Rosetta

Il ritrovamento della Stele di Rosetta

Il rinvenimento della Stele di Rosetta

L’Inghilterra – all’epoca conosciuta come Britannia – ha conosciuto la resa davanti allo stemma Imperiale. Difatti, sia le spedizioni di Giulio Cesare, sia le successive politiche imperiali, hanno elevato la Britannia ad una provincia romana, portando la latinitas in un territorio di barbarias. Niente dura in eterno: l’uomo non ha la capacità, la lungimiranza di apprezzare, conservare e proteggere i tesori che possiede. L’Impero Romano crollò, e con esso la Britannia venne abbandonata alle mire delle popolazioni straniere. Sempre vittima di nuove conquiste, continuo bersaglio di invasione, lo scorrere inesorabile del tempo accrebbe il potere e l’egemonia commerciale del popolo inglese, a tal punto che l’Inghilterra acquistò una posizione economicamente e militarmente influente nel panorama geopolitico mondiale, anche grazie alla sua rete coloniale, il cosiddetto British Empire. Alla fine del XVIII secolo, l’Inghilterra appariva alle altre nazioni d’Europa come un nemico troppo potente per essere sconfitto solamente con la forza delle armi.

La furbizia del generale italo – francese Napoleone Bonaparte non conobbe limiti: l’unica tattica attuabile era quella di rendere inoffensiva l’Inghilterra attaccandola nel cuore delle sue linee commerciali. Colpire l’Egitto, avendo l’India come unico scopo. I piani di Napoleone ricordano molto l’ars belli dell’Impero Romano: conquistare il Mediterraneo per conquistare il mondo. Infatti, proprio il Mar Mediterraneo rappresentava all’epoca l’unica rotta navale che, attraverso l’Egitto, collegava le vie commerciali europee con l’India – importante centro del British Empire.

Il 19 aprile 1798 Napoleone Bonaparte lasciò la Francia diretto verso l’Egitto. Alla stregua degli antichi duces, i quali solevano equipaggiarsi nelle loro spedizioni di geografi e artisti, Napoleone, estimatore della cultura egizia, fece includere nel suo seguito una squadra di scienziati e archeologi, imbarcati con il dovere di scoprire i resti di quella antica ed affascinante civiltà. Questi studiosi erano conosciuti dal resto della flotta con il nomignolo di “asini” e portavano con loro una biblioteca che vantava quasi tutti gli scritti reperibili in Francia riguardanti l’Egitto, in aggiunta a duecento casse di strumenti scientifici.

Durante la campagna d’Egitto, questo gruppo di scienziati ed archeologi riportò importanti scoperte. La più sensazionale di esse avvenne il 15 luglio 1799, ad opera del capitano Pierre-François Bouchard, nella cittadina di El Rashid – Rosetta – sul Nilo. Egli ritrovò una lastra in granito nero (alta 1,14 metri, larga 72 centimetri) – che prese il nome di “Stele di Rosetta” – divisa in tre parti, ognuna delle quali recava inciso un testo in tre caratteri differenti: greco antico, usato dai faraoni di dinastia tolemaica; egiziano demotico, utilizzato nella redazione dei documenti ordinari; geroglifico – la “parola degli dèi” – usata negli atti di maggiore rilevanza o nei monumenti.

Nel 1801 i francesi vennero sconfitti dagli inglesi e furono costretti a consegnare, seppur controvoglia, i reperti trovati, fra i quali la Stele di Rosetta. Fortunatamente, i francesi riuscirono a conservare una copia da loro riprodotta, sulla quale poter continuare i loro studi.

 

Decifrazione dei geroglifici

Il testo inciso sulla Stele è lacunoso nelle tre parti: la sezione in geroglifici è leggibile solo nelle ultime quattordici righe, avendo subito danni maggiori rispetto alle altre; il demotico si è conservato meglio al punto tale che ognuna delle righe presenti nella Stele risulta comprensibile; la parte scritta in greco antico presenta solamente ventisette righe complete sulle cinquantaquattro presenti.

Proprio queste incisioni riaccesero la rivalità anglo-francese in uno scontro per chi fosse riuscito a decodificare la scrittura geroglifica. Le due personalità che si cimentarono in questa impresa furono il fisico inglese Thomas Young e il linguista francese Jean-François Champollion. Quest’ultimo – vero genio della linguistica -, servendosi degli studi di Young, riuscì in vent’anni di ricerche a comprendere il linguaggio nascosto dentro ad una scrittura avvolta, fino a quel momento, in un alone di mistero.

Young decifrò per primo il testo in demotico, identificando due simboli relativi ai nomi di Tolomeo V Epifane e della moglie Cleopatra.

Intuendo che le tre sezioni riportassero la traduzione dello stesso testo, Champollion, servendosi di un’altra antica lingua egizia, il copto, comprese il sistema della scrittura geroglifica, nel quale ogni simbolo acquistava una funzione diversa. A tale scopo risultò determinante il ritrovamento archeologico di due obelischi, avvenuto nel 1815 sull’isola di Philae, nei quali era inciso un testo, in doppia versione greca e geroglifica, caratterizzato dalla presenza dei nomi di Tolomeo Evergete II e della moglie Cleopatra III.

Studiando il testo greco, Champollion notò la presenza ricorrente di un simbolo ovale – il cartiglio – che racchiudeva numerosi geroglifici corredati dal determinativo maschile o femminile e dalla desinenza. Ordinando le lettere dei nomi di Tolomeo e Cleopatra, confrontandoli con la posizione degli ideogrammi nel cartiglio, Champollion comprese la corrispondenza che i suddetti geroglifici avevano con l’alfabeto greco. Un geroglifico non corrispondeva necessariamente ad una parola, poteva assumere sia un valore simbolico sia fonetico.

Grazie al lavoro di Young e Champollion, la Stele di Rosetta venne portata alla luce per la seconda volta, svelando il mistero delle sue incisioni: un decreto dei sacerdoti di Memfi, databile al 196 a.C., dedicato al faraone Tolomeo V Epifane, in seguito alla ristrutturazione del tempio di Ptha a Memfi. Il testo descrive tutte le opere compiute dal sovrano, le tasse cancellate, l’erezione di una statua del faraone in ogni tempio d’Egitto ed i conseguenti festeggiamenti.

 

 

Nel 1802, il re inglese Giorgio III concesse l’esposizione della Stele di Rosetta al British Museum, dove il testo inciso sulla Stele fu colorato con gesso bianco per facilitarne la visione al pubblico. Attualmente, la colorazione è stata riportata allo stato del ritrovamento e il reperto è conservato in una teca di vetro.

Fiore all’occhiello della collezione egizia del British Museum, ancora oggi è esposta nelle sale londinesi, nonostante le numerose richieste di restituzione da parte delle autorità egiziane. Secondo il museo inglese, la Stele esibirebbe al meglio le sue potenzialità nel grande contesto del British Museum, la cui media di ingressi garantisce al reperto archeologico in questione un numero maggiore di visitatori. Se venisse esposta al Museo del Cairo, sarebbe sicuramente vista da meno persone.

Nella possibilità in cui gli inglesi decidessero di comportarsi politely – come amano definirsi – e restituissero ai proprietari tutti i beni archeologici stranieri che possiedono – con una particolare attenzione ai resti archeologici conosciuti come “i marmi del Partenone” -, consiglierei di ritinteggiare le pareti delle sale londinesi, poiché non credo i visitatori potrebbero ammirare molto altro.

 

Sabina Petroni

 

Bibiliografia

  1. La Stele di Rosetta e il decreto di Menfi – Alberto Elli
  2. La Stele di Rosetta – Wallis Budge
  3. La Stele di Rosetta non ha tre lingue – La Sicilia, 2007