L’assedio di Tiro

L’assedio di Tiro

Tiro si era elevata da quasi un millennio a uno dei più importanti centri di tutto il Mediterraneo, grazie all’abilità dei Fenici nella navigazione e nella diplomazia. Da sempre in collaborazione con i grandi imperi che di volta in volta si susseguivano in medio oriente, Tiro riuscì a mantenere una certa indipendenza e a prosperare grazie al commercio e alla colonizzazione. Da quando, come vuole il mito, sotto la guida di Didone i Tirii fondarono Cartagine, fino almeno all’annessione al Regno di Macedonia, la flotta militare della città era stata la più letale di tutto il Mediterraneo, diventando anche il nerbo delle forze navali persiane. Inoltre da secoli Tiro era considerata pressoché inconquistabile; aveva subito molti assedi prima dell’arrivo di Alessandro e quasi tutti si erano infranti sulle sue eccellenti difese. La città detta “antica” sorgeva sulla costa e lì si trovava il principale centro residenziale ed economico di Tiro; la città “nuova” occupava un isolotto a 700 metri della costa, essa era la vera e propria roccaforte dei Tirii, dotata di due porti e di fortificazioni massicce che cingevano praticamente tutta l’isola. In tempo di pace la città “nuova” riceveva rifornimenti dalla città “antica”, mentre in caso di assedio la popolazione costiera poteva essere evacuata presso l’isola o le colonie e gli isolani resistevano fino alla ritirata dei nemici, approvvigionandosi grazie alla flotta. Una tale simbiosi tra i due nuclei urbani faceva di Tiro il centro più sicuro del mondo antico; questa città poteva trovare solo in Alessandro Magno un degno rivale.

L’epopea del Conquistatore era iniziata nel 336 a.C. con la successione al trono ma entrò nel vivo solo due anni dopo con l’inizio della campagna di Persia, che, nel 332 a.C., lo avrebbe condotto a Tiro. Una fase della conquista dell’Impero Achemenide, ed in particolare della Ionia (334 a.C.), decisiva per contestualizzare l’assedio fu la neutralizzazione della flotta persiana. A seguito dell’assedio di Mileto, dove il blocco delle navi macedoni era riuscito ad impedire ai Persiani giunti in soccorso l’accesso al porto, la flotta persiana si ritirò e Alessandro decise di congedare i suoi equipaggi ritenendo rischioso mantenere in attività una forza navale nettamente inferiore a quella nemica; il nuovo piano dei Macedoni era dunque di occupare da terra ogni porto presso cui le truppe di Re Dario potessero attraccare. Tuttavia la flotta persiana non stette a guardare e, sotto le direttive del satrapo Farnabazo, iniziò una serie di campagne contro le isole dell’egeo, proprio mentre i Macedoni tentavano di radunare una nuova forza navale. Sebbene in un primo momento Farnabazo ottenne vari successi, le navi persiane finirono per disperdersi tra le isole, e così quando dall’Asia giunsero notizie della Battaglia di Isso (333 a.C.), scoppiarono tra i popoli sottomessi ribellioni che segnarono la fine della flotta del Gran Re. Fu dunque facile per Alessandro occupare la Siria e la Palestina, dove quasi tutte le città, consce di non poter ricevere supporto da Farnabazo, si arresero. Tiro al contrario conservava ancora la sua flotta e la sua determinazione a resistere agli invasori Macedoni; tuttavia, come vedremo più avanti, nella seconda fase dell’assedio l’assenza di forze navali persiane ben organizzate nel Mediterraneo sud-orientale e la conseguente possibilità per le truppe di Alessandro di navigare in tutta sicurezza, determinarono la caduta della città.tiro

 

L’Assedio di Tiro – prima fase

332 a.C. Mentre stava calando con l’esercito, reduce dalla vittoria a Isso, sulla Fenicia, giunsero da Alessandro gli ambasciatori della città di Tiro che comunicarono la volontà dei cittadini di non venire alle armi contro i Macedoni. Tornati in città questi riferirono le richieste di Alessandro, in particolare il suo desiderio di compiere un sacrificio presso il Tempio di Eracle. Fu allora che i Tirii decisero di “fare qualsiasi cosa Alessandro ordinasse, ma di non accogliere in città alcuno dei Persiani o dei Macedoni, nella convinzione che per loro questo atteggiamento fosse il più giustificabile a parole in rapporto alla situazione presente e il più sicuro in rapporto all’esito ancora incerto della guerra” (Arriano, Anabasi di Alessandro). Convintosi dunque della pericolosità di lasciarsi alle spalle senza sottometterla una città così potente, che facilmente avrebbe potuto contribuire alla riqualificazione della flotta persiana, Alessandro decise di dare inizio all’assedio. Quella notte in sogno Eracle lo accolse in città; tali presagi, di cui la narrazione delle vicende del Conquistatore è piena, sono facilmente identificabili come aggiunte posteriori, è tuttavia interessante notare come, proprio in questa veste, l’enorme campagna di mistificazione della sua figura (che costituì uno dei principali motivi dei successi in Persia) permeò anche la produzione cronistica della guerra per cui certamente gli scrittori presero spunto più dalle meraviglie di Erodoto che dalla fedeltà di Tucidide. La città vecchia fu presa con facilità mentre gli abitanti erano evacuati verso Cartagine. Rimaneva dunque solo la fortezza della città nuova che, come già precisato, distava 700 metri dalla costa e appariva irraggiungibile, visto che Alessandro aveva congedato la sua flotta. Il Conquistatore decise allora di tentare l’impossibile, assediando un’isola con un esercito di terra; il piano era di creare un istmo fino alla città nuova gettando sul fondale (profondo nel punto massimo circa 5,5m) materiali recuperati dalla città vecchia. Per un po’ la costruzione procedette agevolmente ed il ponte si allungava ad un ritmo serrato, tuttavia giunti in prossimità della fortezza i lavoratori iniziarono ad essere bersagliati dalle macchine e dagli arcieri Tirii, mentre la crescente profondità del fondale richiedeva sempre più tempo e più materiali per essere colmata. Inoltre le navi di Tiro, indisturbate, costeggiavano il molo rendendo quasi impossibile la conclusione dei lavori. Fu allora che i Macedoni eressero sull’estremità del ponte due torri dotate di macchine da lancio e di postazioni per dar riparo ai tiratori. Già restituisce un’immagine spettacolare immaginare l’ardire con cui i due eserciti devono essersi fronteggiati a breve distanza dall’alto delle mura di Tiro o delle difese del ponte, entrambi assoluti capolavori per ingegneria bellica dell’epoca; tuttavia risulta ancora più suggestivo l’espediente con cui i Tirii risposero alle fortificazioni macedoni. Riempirono di pece, zolfo e materiali infiammabili una nave per il trasporto di cavalli e la agganciarono a due triremi, così, quando il vento fu favorevole, uscirono dal porto e scagliarono il brulotto contro il molo come il proiettile di una fionda. Le due torri e le macchine furono rapidamente avviluppate dalle fiamme e su altre navi i soldati Tirii si avvicinarono al ponte e vi sbarcarono, distruggendo altre macchine e uccidendo i Macedoni che ancora non erano fuggiti. Fino a quel momento Alessandro non si era mai trovato in una situazione così critica; Tiro si era dimostrata una rivale terribile, più di chiunque altro nell’epopea del Conquistatore; era evidente la necessità di cambiare strategia. Alessandro diede ordine di ricostruire il molo, più ampio e più armato di prima, intanto si diresse a Nord, verso Sidone, con l’intento di radunare una flotta.ponte

L’Assedio di Tiro – seconda fase

Giunto a Sidone in breve Alessandro si trovò al comando di un’immensa flotta. Dai rimasugli delle forze persiane avevano disertato due re fenici, alle cui navi si sommavano quelle di Sidone per un totale di 80; circa altre 20 arrivarono da varie città greche mentre i re di Cipro, voltando le spalle a Dario, fornirono 120 navi. Preparata la spedizione e imbarcati gli ipaspisti la flotta fece vela verso Tiro. Dall’alto delle mura i Tirii videro all’orizzonte l’agghiacciante massa di navi macedoni e, mentre queste li sfidavano a battaglia, fecero rientrare quante più triremi possibili per ostruire e presidiare i porti della città. L’unica speranza per Tiro era un intervento delle forze persiane che tuttavia, a causa delle diserzioni e delle rivolte nelle isole, erano impossibilitate a dare supporto alla città. Nondimeno i Tirii non cedettero, dando battaglia fino all’ultimo uomo. A seguito dell’affondamento di tre navi macedoni in una sortita Alessandro inviò i Ciprioti a bloccare l’uscita dal porto a Nord, mentre ai Fenici l’uscita dal porto a Sud; intanto sul molo e sulle restanti navi furono costruite macchine per riprendere l’assedio usando come base le stesse imbarcazioni. Presso il ponte i Macedoni trovarono non poche difficoltà ad approcciarsi alle mura a causa delle rocce gettate sul fondale e delle continue sortite di navi corazzate o singoli uomini che tagliavano le corde degli ormeggi. Quando finalmente in questo settore le navi di Alessandro arrivarono a contatto con la cinta, dal porto a Nord iniziò una sortita contro i Ciprioti: 13 navi tirie con equipaggi d’élite distrussero molti vascelli ormeggiati, in gran parte completamente incustoditi o comunque presidiati da pochi uomini, tanto che fu necessario l’intervento di Alessandro in persona per metterle in fuga; alcune furono danneggiate e 2 caddero in mano ai Macedoni. Continuarono intanto i tentativi di sfondare le mura, sebbene sia dalla parte del molo che da Nord risultassero vani. A Sud sotto gli occhi di Alessandro una prima breccia si aprì, tale che gettate le passerelle fu possibile agli ipaspisti tentare un primo debole assalto subito respinto. Due giorni dopo un altro settore della cinta fu abbattuto, allora da due navi sbarcarono dei primi ipaspisti, mentre altri con Alessandro tentarono la scalata del muro. In breve i Macedoni erano penetrati in città e dalla reggia scendevano verso il centro. Fenici e Ciprioti intanto sfondarono le difese dei porti e sbarcarono, circondando i nemici. 8000 Tirii caddero combattendo e altri 30000 furono venduti come schiavi.

Erano passati 8 mesi dall’inizio dell’assedio e in quel tempo si era riscritta la storia della guerra e della tecnica. Infine, tra le macerie di quella città che così a lungo aveva resistito all’esercito più potente del mondo, sotto il sole che era stato testimone di quelle atrocità, Alessandro poté compiere il suo sacrificio al Tempio di Eracle.

Mattia Rossi

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