Apollodoro di Damasco: genio multiforme al servizio dell’Impero

Apollodoro di Damasco: genio multiforme al servizio dell’Impero

 

Sull’autore, Fabio Meloni: Classe 1983, ha conseguito nel 2008 un Diploma di Laurea in Scienze Storiche con una tesi in Storia Romana presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Nel 2015 si è specializzato in Archeologia, sempre presso suddetto Ateneo, presentando una tesi in Antichità Romane. Da sempre appassionato di storia e in particolare della Storia di Roma e dei suoi molteplici aspetti, ha colto l’occasione di poter collaborare con lo staff di Renovatio Imperii per condividere con più persone possibili questa magnifica scienza umana che è la Storia.

 

Nessuno meglio di Ranuccio Bianchi Bandinelli ha saputo apportare un giudizio su Apollodoro: «Nella generale anonimità dell’arte di età romana è l’unica grande figura di artista che si riesca ad afferrare e certamente una delle maggiori dell’antichità». La sua visione architettonica di ampi spazi e spettacolari scenografie trovò attuazione in uno stile contraddistinto dall’unione dei princìpi della cultura siro-nabatea aggiornati alle tendenze edificative del mondo ellenistico e i tradizionali elementi strutturali italici.

Apollodoro nacque attorno il 60 d.C. a Damasco, in Siria, da una famiglia nabatea ivi insediata sicuramente nel periodo di dominazione della città da parte dei Nabatei tra l’età postaziaca e l’età claudiana. Pertanto il nome greco non deve indurre in inganno sulle origini etniche di Apollodoro che in principio avrebbe dovuto chiamarsi Abodat (in greco Obodes), molto diffuso presso i Nabatei i quali nel I secolo a.C. ebbero tre monarchi con questo nome. L’essere un nabateo parzialmente ellenizzato lo portò nel corso della sua vita a parlare un greco povero sotto il punto di vista lessicale e grammaticale. Un limite che lo stesso Apollodoro riconobbe nella prefazione dell’unica sua opera sino ad oggi pervenuta, la Poliorketicà (“Arte dell’assedio”), definendosi maldestro nel produrre un’efficace esposizione.

La stretta amicizia con Traiano dovette derivare o al tempo del soggiorno di questi in Siria (73-74 d.C.) o all’epoca del suo tribunato di legione (75-76 d.C.) o ancora quando il padre di Traiano ricoprì il governatorato della Siria in qualità di legatus Augusti pro prætore (76-77 d.C.). È quindi verosimile credere che il padre di Apollodoro fosse entrato nel novero delle clientele di Traiano padre.

Fu probabilmente Traiano, console ordinario nel 91 d.C., ad introdurre Apollodoro a Roma, forse nello stesso anno, per dare la possibilità al suo amico di essere coinvolto nel programma di rinnovamento edilizio voluto da Domiziano. Tra il 92 e il 96 d.C. Apollodoro si adoperò per la costruzione di un odeion nel Campo Marzio rammentata da Dione Cassio nella Historia Romana (LXIX 4, 1) e da Ammiano Marcellino nei Rerum gestarum libri (XVI 10, 14). Al periodo traianeo Dione Cassio (HR LXIX 4, 1) gli attribuisce un gymnasion (da identificare con le Terme sul Colle Oppio inaugurate il 22 giugno 109 d.C.) e un’agorà (cioè il Foro di Traiano costruito tra il 107-113 d.C.). Procopio di Cesarea nel De ædificis (IV 6, 11-13) ne ricorda la realizzazione del Ponte sul Danubio (103-105 d.C.) ben descritto da Dione (HR LXVIII 13, 1-2). Al suo genio la ricerca moderna non esclude per questo periodo la committenza del Grande Fregio del Foro di Traiano poi inserito nell’Arco di Costantino, i Mercati, le Biblioteche, la Basilica Ulpia, il bacino esagonale di Portus (Fiumicino), il monumento commemorativo di Adamclisi (Tropaeum Traiani), gli archi di Benevento ed Ancona e la Colonna istoriata, tanto da meritarsi per quest’ultima da parte del Bandinelli il nome convenzionale di “Maestro delle imprese di Traiano”. Per l’età adrianea ad Apollodoro gli studiosi riconoscono con relativa sicurezza il palazzo degli horti Sallustiani, l’ambulacro elicoidale del Mausoleo di Adriano, il circus Hadriani (a Nord del Mausoleo), il Pantheon e il Tempio di Venere e Roma. Dall’Historia Augusta (Hadr. XIX 12-13) si è a conoscenza che Adriano affidò ad Apollodoro la progettazione, verosimilmente mai attuata, di una colossale statua della dèa Luna che nella piazza dell’anfiteatro Flavio avrebbe dovuto affiancare quella in bronzo dorato di Nerone in origine posta nel vestibolo della Domus Aurea e ora consacrata al dio Sole.

Le fonti fanno coincidere al principato di Adriano la caduta in disgrazia dell’architetto. Sempre in Dione (HR LXIX 4, 2-5) s’individuano due antefatti del suo esilio e poi della sua morte. Il primo riguarda un alterco avuto tra i due circa delle opere che Apollodoro stava discutendo con Traiano. Intromessosi a sproposito, Adriano venne deriso e cacciato malamente da Apollodoro: «Vai a dipingere le zucche, di queste cose non sai nulla!». Il secondo concerne le critiche di Apollodoro rivolte all’imperatore dopo che questi gli aveva inviato il suo progetto del Tempio di Venere e Roma: «[…] per quanto riguardava il tempio, che avrebbe dovuto essere costruito su un luogo soprelevato e svuotato al di sotto, affinché avesse un maggior prospetto dall’alto sulla Via Sacra e potesse accogliere nelle cavità i macchinari, così che questi venissero assemblati di nascosto e condotti in teatro senza che nessuno se ne accorgesse; mentre per quanto riguardava le statue rispose che erano state realizzate troppo alte rispetto all’altezza della cella: “Infatti”, disse, “se le dee volessero alzarsi ed uscire, non potrebbero”. Avendogli Apollodoro scritto apertamente queste critiche, Adriano non solo si sdegnò, ma ne fu persino grandemente risentito, poiché era caduto in un errore irrimediabile, e non trattenendo più l’ira né il risentimento lo fece uccidere». Una “descrizione dei fatti” che illustrerebbe la crudeltà di Adriano e in particolare la sua gelosia verso gli intellettuali. Il condizionale è d’obbligo vista l’ostilità verso l’imperatore non solo di Dione ma anche di altre fonti quali Ammiano Marcellino (Rerum gest. XXX 9, 4), l’anonima Epitome de Caesaribus (XXXXV 5-6) e l’Historia Augusta (XV). Un’ostilità volta a screditare l’immagine di Adriano. Inoltre gli antefatti inerenti Apollodoro possono essere senza dubbio riconosciuti in realtà come meri artifici letterari (topoi). Una critica simile a quella mossa dal Damasceno sulle statue delle dee che non riescono ad alzarsi in piedi ed uscire dal tempio si ritrova nella Gheographiká (VIII 3, 30) di Strabone in riferimento alla statua criselefantina di Zeus nel Tempio di Olimpia. Mentre il modello narrativo impostato su esilio ed eliminazione fisica dovuti alla gelosia dell’imperatore si ritrova, ancora una volta, in Cassio Dione (HR LVII 21, 5-7) concernente una simile “misura” ai danni di uno sconosciuto architetto adottata da Tiberio, non a caso tra gli imperatori maggiormente denigrati dalla storiografia senatoria.

Se di conseguenza possono essere escluse la gelosia personale e la vendetta come motivi della messa a morte di Apollodoro, il riferimento dioneo (HR LXIX 4, 2) riguardo il suo essere «colpevole di qualcosa» rimane oscuro così come l’anno della morte che alcuni studiosi tendono a porre non prima del 135 d.C.

Bibliografia essenziale
R. Bianchi Bandinelli (1958), “Apollodoros di Damasco”, in Enciclopedia dell’arte antica, classica e orientale, I, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, pp. 474-480.
A. Galimberti (2007), Adriano e l’ideologia del principato, L’Erma di Bretschneider, Roma.
A. La Regina (2001), “Apollodoro di Damasco e le origini del Barocco”, in F. Festa Farina et al. (a cura di), Tra Damasco e Roma: l’architettura di Apollodoro nella cultura classica, L’Erma di Bretschneider, Roma, pp. 6-9.
F.M. Riso (2017), “Traiano, la famiglia, la corte. La figura di Apollodoro di Damasco e la Corte Imperiale”, in L. Ungaro et al. (a cura di), Traiano. Costruire l’Impero, creare l’Europa, De Luca Editori d’Arte, Roma, pp. 113-117.

 

Fabio Meloni

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