Traiano optimus princeps

Traiano optimus princeps

“Felicior Augusto, melior Traiano” – “Possa tu essere più fortunato di Augusto e migliore di Traiano”.

È difficile trovare negli annali un sovrano nei confronti del quale vi sia un giudizio unanime da parte degli storici, in positivo o in negativo. A tal proposito, decisamente un unicum é il caso di Marco Ulpio Traiano, celebrato nell’antichità come nel Medioevo fino ai nostri giorni come esempio di governante ideale. Egli é ricordato, anzitutto, nelle vesti di condottiero che portò l’Impero romano alla sua massima espansione, sconfiggendo i Parti a Oriente e sottomettendo i Daci oltre il Danubio. In secondo luogo, non mancò di dispensare giustizia con equità e rettitudine e da ultimo, come urbanista, affidò ad Apollodoro di Damasco la costruzione del complesso monumentale del Foro dove oggi si può ammirare la Colonna Traiana.

Regnante dal 98 al 117 d.C., Traiano era stato adottato dal suo predecessore Nerva, asceso al trono nell’anno 96 a seguito della deposizione di Domiziano, terzo ed ultimo esponente della prima dinastia flavia. Nel brevissimo periodo in cui detenne il potere, Nerva stesso regalò ai posteri la riforma più preziosa che ci si potesse attendere e che avrebbe garantito stabilità politica all’Impero per quasi cento anni, così facendo del II secolo il beatissimum saeculum, ovverosia l’epoca più felice che Roma avesse mai conosciuto, con frontiere sicure e pace interna. Alla successione per sangue, rivelatasi nel complesso disastrosa con le dinastie giulio – claudia e flavia, salvo i casi di Vespasiano e Tito, subentrò quella per merito, ragion per cui l’imperatore, quando era ancora in vita, avrebbe dovuto designare il successore tramite adozione e così fece giustappunto Nerva con Traiano il quale, peraltro, fu il primo Cesare ad essere nato non in Italia, ma in una provincia, per la precisione nell’odierna Spagna.

Oggi a Roma, in Via dei Fori Imperiali, é possibile ammirare quattro statue, raffiguranti rispettivamente Giulio Cesare, Augusto, Nerva e Traiano. Il primo, dictator a vita, con le sue conquiste, le sue riforme e persino con la sua morte accelerò la crisi o piuttosto la trasformazione della Repubblica, ormai troppo estesa sul piano territoriale e complessa su quello sociale e politico per essere retta dal solo Senato. Lo stesso appellativo di “Cesare”, trasfuso in “zar”, sarebbe stato adottato da Ivan il Terribile nel XV secolo a seguito della caduta di Costantinopoli, così facendo di Mosca simbolicamente la “terza Roma” ed adottando come vessillo proprio l’aquila bicipite degli imperatori bizantini. Più tardi ancora, nel 1871, unificata la Germania nel II Reich, il medesimo appellativo sarebbe stato utilizzato dall’imperatore tedesco, indicato per l’appunto come “kaiser”.

Quanto ad Augusto, Pater Patriae, orbene questi in quarant’anni di potere incontrastato assicurò la transizione dalla Repubblica all’Impero attraverso il Principato, realizzando altresì la prima vera unità d’Italia e costituendo all’uopo le basi etiche e spirituali della nostra nazione: nelle sue Res Gestae scolpite sono le parole “In mea verba tota Italia sponte sua iuravit”.

Nerva, come rammentato, ebbe l’arduo compito di prendere le redini dello Stato dopo l’infausto regno di Domiziano e nella sua lungimirante riforma sui criteri di successione al soglio imperiale affondano le radici i gloriosi anni di governo di Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio, esponenti della dinastia degli Antonini, traumaticamente interrotta dalla morte di Marco Aurelio stesso cui succedette il figlio Commodo.

Nelle biografie di diversi imperatori romani é possibile trovare esempi di atteggiamenti virtuosi, tanto nel pubblico quanto nel privato. D’altra parte, la peculiarità di Traiano é di aver eccelso in ogni ambito attinto dalla sua azione di governo. Della sua clementia e inclinazione al perdono si ha prova nel Canto X del Purgatorio dove il Sommo Poeta riporta l’aneddoto secondo cui Traiano, in procinto di andare in guerra, decise all’ultimo che non sarebbe partito prima di essersi pronunciato sulle rimostranze di una donna che disperatamente chiedeva giustizia per il figlio ucciso. Riferisce lo storico Cassio Dione che Traiano conducesse “personalmente i processi oggi nel Foro di Augusto, ora nel Portico di Livia, come era chiamato, o talvolta in qualsiasi altro tribunale” (Epitome, libro LXVIII, cap. 10). Sempre in contatto epistolare con Plinio il Giovane, governatore della Bitinia il quale chiedeva quale atteggiamento si dovesse adottare nei confronti dei cristiani, l’imperatore non inasprì le persecuzioni contro di loro e, anzi, raccomandò al suo sottoposto di non punire i seguaci di Cristo sulla base di semplici delazioni, ma solo di prove certe. Ammonito da taluni per via della sua troppa familiarità con il popolo cui era permesso addirittura accedere al palazzo per domandargli udienza, Traiano rispondeva sempre : “Tratto tutti come vorrei che l’imperatore trattasse me, se fossi un privato cittadino”. Sempre nella Divina Commedia, segnatamente nel Canto XX del Paradiso, suscita in Dante forte meraviglia che Traiano sia uno degli spiriti giusti che, nel Cielo di Giove, formano l’occhio della mistica aquila. Quest’ultima, allora, spiega all’Alighieri che, pur essendo stato pagano a differenza di Costantino, Traiano brillò in vita per senso di giustizia e di umanità, ragion per cui Papa Gregorio Magno con le preghiere ne aveva ottenuto la resurrezione per il tempo necessario a battezzarlo, facendolo così ascendere dal limbo al Paradiso. Da ultimo, a Washington, nella sala d’ingresso della Corte Suprema americana, in uno stupendo palazzo a forma di tempio neoclassico, la statua raffigurante la Giustizia ha proprio il volto di Traiano.

Oltre che giusto, fu anche uomo caritatevole, come si evince dalla Institutio Alimentaria, provvedimento da lui adottato nell’anno 103 a sostegno dei bambini più bisognosi che, soprattutto nelle campagne, soffrivano la penuria di cibo, dovuta peraltro anche alle ingenti risorse impiegate dallo Stato per finanziare la campagna quinquennale di conquista della Dacia contro re Decebalo, tra il 101 e il 106 d.C. La sottomissione di questa regione, corrispondente all’odierna Romania, portò il limes nord-orientale ben oltre il Danubio e, benché il dominio effettivo di Roma non sia andato oltre il III secolo, ancora oggi, fra gli stati dell’Europa orientale, la Romania é l’unico ove si parli una lingua neo-latina e nell’inno nazionale, composto nel 1848 durante la Primavera dei popoli, risuonano questi versi : «Ora o mai più mostriamo al mondo che in queste mani scorre un sangue romano e che nei nostri cuori noi conserviamo fieramente un nome che trionfò nelle battaglie, il nome di Traiano!”.

colonna traianaInoltre, i proventi dei giacimenti d’oro di cui la Dacia era ricca consentirono all’imperatore di commissionare all’architetto Apollodoro di Damasco la costruzione di un Foro che da un lato celebrasse il suo trionfo e, dall’altro, coinvolgesse emotivamente il popolo, facendolo sentire parte anziché mero spettatore di quella grande vittoria. I templi, le biblioteche, i marmi lucenti, la Basilica Ulpia e la colossale statua equestre dell’imperatore posta al centro della piazza sono andati perduti e a testimonianza della grandezza dell’opera rimane solo la Colonna Traiana. Inaugurata nel 113, era dipinta con colori vivaci, la statua di Traiano stesso in bronzo dorato svettava sulla sommità e le sue ceneri erano riposte in un’urna collocata nel basamento della colonna. I colori sono stati cancellati dagli agenti atmosferici e dall’usura del tempo, al posto della statua di Traiano vi é quella di S. Pietro e l’urna con le ceneri dell’imperatore é andata perduta, probabilmente trafugata dai barbari in uno dei saccheggi del V secolo. Ciononostante, restano immutate la bellezza e la magnificenza di questo monumento i cui fregi e bassorilievi, dipanandosi a spirale attorno alla colonna, descrivono come una pellicola le fasi salienti delle due guerre che Traiano dovette combattere per sconfiggere i Daci, un nemico tanto valoroso ed ostinato.

Oltre le opere pubbliche costruite nell’Urbe, tra le quali si annoverano pure le terme e un nuovo acquedotto, l’optimus princeps si premurò di combattere la corruzione a livello amministrativo, ristabilì un rapporto di mutuo rispetto con il Senato affinché i padri coscritti dimenticassero i tempi bui di Domiziano e potenziò il sistema portuale dell’Impero. A tale riguardo, nella città portuale di Ancora può ancora ammirarsi, affacciato sul mare, l’Arco di Trionfo che l’imperatore fece ivi innalzare. A ciò si aggiunge una statua dell’optimus princeps, inaugurata sempre ad Ancona nel 1934 nell’ambito di un’operazione di propaganda del regime fascista e di Mussolini, intenzionato a riesumare i fasti della romanità per incrementare il suo consenso.

Dunque, Traiano fu giudice imparziale, legislatore, costruttore, conquistatore e semplice soldato che guidava i legionari in battaglia, condividendone le difficoltà e le privazioni le quali, a lungo andare, incisero sulla sua salute, portandolo alla morte, forse per emorragia cerebrale, poco più che sessantenne, nell’anno 117, di ritorno dalla sua vittoriosa campagna contro i Parti. Eterni nemici di Roma e poi dell’Impero bizantino, fino alla loro sottomissione da parte degli arabi musulmani nel VII secolo, i Persiani furono letteralmente travolti dalle armate di Traiano il quale strappò loro territori vitali, inglobandoli nelle nuove province di Armenia, Assiria e Mesopotamia, conquistando la capitale Ctesifonte e spingendosi fino al Golfo persico.

Dopo Traiano, solo un altro imperatore avrebbe tentato ad Oriente un’impresa tanto audace, ma con esito negativo: Flavio Claudio Giuliano o, com’è noto più comunemente, Giuliano l’Apostata, i cui sogni di conquista si infransero di fronte alle impenetrabili difese di Ctesifonte. D’altra parte, lo storico tardo-antico Ammiano Marcellino paragona Giuliano a Traiano per la sua preparazione bellica, Voltaire gli attribuisce tutte le qualità che furono proprie di Traiano stesso ed Edward Gibbon nella sua monumentale opera “Declino e caduta dell’Impero romano” cita entrambi gli imperatori come esempio da seguire per la loro oculata amministrazione degli affari di Stato.

In definitiva, Marco Ulpio Traiano si é guadagnato l’eterna gloria che ancora oggi gli é giustamente tributata poiché nel governare incarnò le virtù del vero capo, di questi tempi assai rare: giustizia, capacità di ascolto, lungimiranza, umiltà e coraggio.

 

Dr. Jacopo Bracciale

 

L’autore

Jacopo Bracciale ha conseguito una laurea cum laude in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo, con una Tesi in Teoria generale del Diritto sul problema dei principi generali del diritto nella filosofia giuridica italiana. Dal 2020 collabora con la rivista telematica Salvis Juribus come autore di articoli di diritto civile, penale ed amministrativo. Nel tempo libero si è sempre dedicato all’assidua lettura di saggi storici, e grazie a Renovatio Imperii ha scoperto un fortissimo interesse per le vicende legate all’antica Roma.

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