Augusto, un “rivoluzionario conservatore”

Augusto, un “rivoluzionario conservatore”

“Felicior Augusto, melior Traiano” – “Possa tu essere più fortunato di Augusto e migliore di Traiano”.

Questa era la formula anticamente utilizzata dal Senato nell’investitura degli imperatori romani, ai quali i senatori o “padri coscritti” rivolgevano così l’augurio di raggiungere durante il loro regno un livello di benessere e di prosperità pari a quello garantito in precedenza da Augusto e Traiano. Difatti, sotto il governo di costoro, ci furono nell’un caso una transizione pacifica dalla Repubblica all’Impero e, invece, nell’altro la massima estensione dell’Impero stesso ormai arrivato, sulla scia di quello di Alessandro Magno, ai remoti confini dell’India.
Se Traiano è passato alla Storia come l’Optimus princeps – condottiero, legislatore e giudice imparziale – Augusto è stato il princeps che, vinta la terza ed ultima guerra civile del I secolo a.C. contro Marco Antonio e Cleopatra nella battaglia di Azio, dal 27 a.c. al 14 d.C., anno della sua morte, mantenne le redini dello Stato, assicurando formalmente una pacifica “diarchia” o condivisione della potestà pubblica con il Senato ma, al contempo, tessendo abilmente le trame per la nascita dell’Impero.

Gaio Ottaviano, questo in origine era il suo nome, intendeva forgiare per Roma un nuovo destino e, a tale scopo, dirimente era la vexata quaestio dell’eterno conflitto tra optimates e populares.
La fazione nobiliare aveva prevalso nella prima guerra civile tra Silla e Mario il primo dei quali, sterminati tutti i nemici con le liste di proscrizione e rimesso ogni potere al Senato, d’altro canto ormai incapace di reggere da solo le sorti della martoriata Repubblica, si ritirò a vita privata. I popolari avevano visto riaccendere le loro speranze anni dopo, durante la seconda guerra civile, con la vittoria di Cesare contro Pompeo, quest’ultimo sostenuto dal Senato e dalle nutrite fila dell’aristocrazia romana.
D’altra parte, due gravi errori politici potrebbero essere imputati a Cesare : in primis aver concesso l’amnistia ai nemici sconfitti, gli stessi che, in seguito, avrebbero tramato contro di lui e, in secundis, aver scoperto le carte che aveva in mano, autoproclamandosi dictator a vita.

William Shakespeare ha regalato all’umanità pagine memorabili sulla congiura delle Idi di Marzo, offrendo anche l’inedito punto di vista di Marco Giunio Bruto, normalmente visto come l’incarnazione del tradimento al pari di Giuda per la Chiesa cattolica e, perciò, collocato da Dante nella Divina Commedia nella bocca di Lucifero. Il cesaricida, d’altro canto, era discendente di quel Lucio Giunio Bruto che nel 509 a.C. aveva cacciato l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, instaurando la Repubblica e, pertanto, egli sentiva sulle sue spalle il grave fardello della difesa della libertà, messa in pericolo dalle mire monarchiche e autoritarie di Cesare e della sua amante Cleopatra, regina d’Egitto.
Tuttavia, le previsioni di Bruto e degli altri cospiratori si rivelarono del tutto fallaci, atteso che a poche ore dall’assassinio di Cesare, la plebe di Roma, inferocita per le strade, chiedeva a gran voce le teste dei responsabili i quali, allora, dovettero abbandonare l’Urbe in tutta fretta.

Ottaviano, terminata la terza guerra civile ad Azio il 2 settembre del 31 a.C. e a seguito della morte di Marco Antonio e Cleopatra, dovette ponderare con attenzione le sue mosse. Egli non intendeva certo inimicarsi il Senato da cui, peraltro, aveva ottenuto l’autorizzazione a muovere guerra contro Marco Antonio stesso, accusandolo di essersi trasformato in un monarca orientale.

Allo stesso tempo, però, ben si rendeva conto che una piena restaurazione del pregresso assetto politico avrebbe causato un’instabilità endemica. La svolta si ebbe quando Ottaviano, nella sua genialità, fece una mossa davvero inaspettata, presentandosi al cospetto dei senatori per restituire loro i poteri straordinari precedentemente ricevuti nella lotta contro Antonio.
Fu allora che, per tutta risposta, il Senato gli conferì il titolo di “Augusto”, ossia “degno di venerazione e di onore” : termine che, come racconta Svetonio nella sua celebre “Vita dei Cesari”, deriva da auctus come pure da avium gestus o gustus, riferito ai luoghi sacri della tradizione religiosa dove si compivano i sacrifici dopo gli auspici, come riportato nei versi di Ennio: “Dopo che l’illustre Roma venne fondata sotto augusti auspici“.

Era il 16 gennaio del 27 a.C. e Roma non sarebbe stata più la stessa : se Romolo l’aveva fondata, ora Augusto intendeva rifondarla, preservandone le istituzioni, ma innervando nelle stesse nuova linfa, riadattando le antiche tradizioni ai tempi nuovi, ma senza snaturarne l’essenza e, in questa ardua impresa, egli diede prova di essere un rivoluzionario “conservatore”.
Era indispensabile un cambiamento, garantendo però il rispetto di quel mos maiorum che aveva portato Roma ad essere, a livello geopolitico, il baricentro del mondo conosciuto e ad estendersi su ben tre continenti. Le riforme che Augusto portò avanti nei quarant’anni di potere in campo militare, morale, sociale e giuridico andarono proprio in questa direzione : convergenza tra rinnovamento e conservazione in una sapiente sintesi.

Egli non fu mai un guerrafondaio, preferendo la stabilità e la pace, tant’è che una volta addirittura obbligò alcuni capi barbari a giurare nel tempio di Marte Ultore che si sarebbero attenuti ai patti stretti con Roma onde evitare inutili conflitti. Del resto, mai dimentico che la civiltà romana si era costruita anche con il ferro, non esitò a passare all’offensiva e a ricacciare i barbari stessi al di là del fiume Elba – “Germanosque ultra Albim fluvium summovit” – così stabilizzando il limes germanico.

Proprio in quelle foreste tetre, precisamente a Teutoburgo, nel 9 d.C., Roma subì una delle onte peggiori, equiparabile alla sconfitta di Canne o di Adrianopoli, allorché Publio Quintilio Varo e le sue tre legioni, traditi da Arminio, caddero in un’imboscata dei barbari e da questi furono massacrati. Si narra che, appresa la notizia, Augusto cominciò a vagare disperato nel suo palazzo, gridando : “Varo, rendimi le mie legioni!”.
Non avrebbe vissuto abbastanza per vedere riparata l’onta sofferta, appena due anni dopo la sua morte, nel 16 d.C., nella celebre battaglia di Idistaviso che vide soccombere Arminio e trionfare Germanico. In ogni caso, il princeps riuscì pienamente nell’obiettivo di rendere sicure nel complesso le frontiere dell’Impero, mentre i maggiori sforzi dovettero essere profusi ai fini della pace e della concordia interne.

Augusto non si proclamò mai dittatore, ciononostante, seppe gradualmente concentrare nelle proprie mani le leve del potere, con la compiacente accondiscendenza del Senato.
Ad esempio, nel 23 a.C. ricevette in perpetuo la tribunicia potestas che gli consentiva di porre il veto sui decreti senatori e questa fu solo un’anticipazione della lex Iulia de maiestate dell’8 a.C. che puniva, a titolo di lesa maestà, il tradimento e la disobbedienza agli organi superiori dello Stato, l’usurpazione di uffici pubblici da parte di privati e, chiaramente, gli attacchi diretti alla persona del princeps, comminando la pena della aqua et igni interdictio o esilio con perdita della cittadinanza, oltre la confisca del patrimonio.
Questa legge, di fatto, avrebbe contribuito ad identificare la persona dell’imperatore, ritenuta sacra, con lo Stato, ragion per cui non era possibile offendere l’una senza offendere anche l’altro.

Quella del principato fu certamente una fase prolifica a livello normativo, anche e soprattutto in un’ottica di moralizzazione pubblica e privata della società e ne sono testimonianza le leges Iuliae de ambitu et peculato che sanzionavano rispettivamente i brogli elettorali e l’appropriazione indebita di denari e beni pubblici con multe salate oppure, nei casi più gravi, con la interdictio di cui sopra.
A ciò va aggiunta la lex Iulia de annona, istitutiva di un tribunale permanente per reprimere i crimini in materia annonaria e, per la precisione, le speculazioni finalizzate ad un rincaro dei prezzi di derrate alimentari come il grano a danno dei ceti sociali più deboli.
D’altro canto, è soprattutto in ambito familiare e matrimoniale che furono varate le riforme di stampo più tradizionalista, ma ancora una volta lo scopo precipuo era di rinnovare i comportamenti dei cittadini, allo scopo di frenare la dilagante corruzione dei costumi e ne avrebbe fatto le spese persino l’unica figlia naturale di Augusto, Giulia, punita con l’esilio.

La lex Iulia de adulteriis coercendis per la prima volta introdusse per l’adulterio una pena pubblica, inflitta all’esito di un giudizio attribuito ad una corte permanente, superando in tal guisa l’antico diritto del padre e del marito dell’adultera di farsi giustizia da sé. Peraltro, tale diritto fu conservato dal padre in certi casi di flagranza nei confronti della figlia e dell’amante di lei, mentre il marito tradito poteva uccidere solo l’amante della moglie, posto che fosse un uomo di basso rango sociale.
Nel concetto di adulterio furono ricompresi la violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale e la consumazione di rapporti sessuali con donne nubili di alto rango. La pene era particolarmente severe : il marito e il padre della donna potevano accusare quest’ultima e l’amante dinanzi al tribunale competente entro il termine perentorio di sessanta giorni, scaduto infruttuosamente il quale, qualunque cittadino o quisque de populo era potenzialmente legittimato a promuovere l’accusa.

Inoltre, il marito aveva l’obbligo di divorziare, pena l’incriminazione per favoreggiamento e i due amanti, se condannati, subivano la relegatio su isole diverse, oltre la confisca di metà del patrimonio per l’uomo, nonché la perdita di un terzo del patrimonio stesso e di metà della dote per la donna.
In ambito matrimoniale furono varate la lex Iulia de maritandis ordinibus e la lex Papia Poppaea nuptialis, l’una nel 18 a.C. e l’altra nel 9 d.C., unitariamente denominate dalla giurisprudenza classica lex Iulia et Papia.
Scopo di questa legislazione era di far fronte al calo demografico, incentivando i Romani di età compresa tra i 25 e i 60 anni e le Romane tra 20 e 50 a contrarre matrimonio ed ad avere almeno tre figli, se la donna era nata libera e, invece, quattro se si trattava di una schiava liberata.

Per un verso, i caelibes e gli orbi, vale a dire i non sposati e gli sposati senza prole erano colpiti da incapacitas successoria, dunque non potevano acquistare i beni lasciati loro per testamento.
Per l’altro, l’avere almeno tre o quattro figli, a seconda dei casi, determinò il c.d. ius liberorum o “diritto della figliolanza” che assicurava indubbi vantaggi come l’esenzione dagli oneri in favore della collettività o munera publica, nonché la sottrazione alla tutela mulierum per la donna che poteva così gestire in autonomia il suo patrimonio nell’ambito dell’ordinaria amministrazione.

A livello giudiziario, Augusto non interferì nel funzionamento delle corti permanenti che già esistevano, limitandosi ad istituirne di nuove come poc’anzi rammentato.
Conscio, tuttavia, della mutata realtà giuridica e sociale, istituì la c.d. procedura straordinaria o cognitio extra ordinem, destinata ad esautorare progressivamente le corti suindicate, presieduta direttamente dall’imperatore o da un suo delegato e retta dal principio inquisitorio sulla cui base il funzionario imperiale agiva d’ufficio contro l’accusato a seguito di un’indagine di polizia o della denuncia di un privato.
Già agli albori dell’età augustea nacquero due tribunali straordinari, l’uno del Senato e l’altro imperiale. Nel “processo straordinario” videro la luce nuove pene, applicate sempre più spesso in luogo della più mite aqua et igni interdictio quali ad esempio la condanna temporanea alla costruzione di opere pubbliche e quella perpetua al lavoro forzato nelle miniere.

Augusto, finché la salute glielo consentì, non esitò ad onorare le antiche tradizioni repubblicane, esercitando in pubblico le proprie funzioni di magistrato, amministrando di persona la giustizia al cospetto del popolo. A tal proposito, Svetonio racconta che più volte tenne udienza sotto i portici del tempio di Ercole a Tivoli, contribuendo in tal guisa a rafforzare il suo mito di buon governante.
La longa manus del principe illuminato giungeva anche nelle province, suddivise in imperiali e senatorie : le prime difese stabilmente da contingenti militari e le seconde, invece, ormai pacificate, sprovviste di guarnigioni permanenti. Da tale suddivisione vennero esclusi quei territori che Augusto preferì tenere sotto il suo diretto controllo come la Giudea, teatro di frequenti rivolte, e l’Egitto dai cui porti salpavano tonnellate di grano che sfamavano tutto l’Impero.

I governatori delle varie province, nella prassi, acquisirono un enorme potere nella repressione dei crimini in processi assai rapidi, purtuttavia la lex Iulia de vi non esitò a ravvisare il reato di violenza pubblica nella condotta del governatore che avesse giustiziato, frustato o torturato un cittadino romano, precludendogli la c.d. provocatio, ovverosia la possibilità di far esaminare il suo caso da una corte permanente oppure dal tribunale senatorio o imperiale.
Orbene, l’azione riformatrice del princeps era tangibile in ogni settore della vita pubblica e di tale azione fu portavoce il circolo letterario di Mecenate all’interno del quale spiccavano poeti del calibro di Virgilio, Ovidio e Orazio.

Agli occhi del popolo il progetto politico di Augusto doveva essere legittimato e a tale scopo, in un’abile osmosi di tradizione e novità, qual era il migliore strumento se non la composizione di un poema in grado di rivaleggiare con l’Iliade e l’Odissea, rielaborando il mito delle origini di Roma?

La mente di Virgilio, guida del Sommo Poeta nella Divina Commedia, partorì l’Eneide il cui omonimo protagonista fuggiva dalla città di Troia in fiamme non per codardia, bensì per raggiungere una terra lontana dove realizzare il destino suo e di un popolo proiettato verso un’imperitura grandezza.
Merita di essere citata la drammatica figura della regina cartaginese Didone la quale, non vedendo ricambiato il suo amore per Enea, nell’atto di suicidarsi, profetizza uno scontro tra un suo discendente e quelli di Enea stesso, vale a dire la seconda guerra punica tra Annibale e i Romani, guidati da Scipione. Pertanto, Enea, figlio di Venere e progenitore della gens Iulia cui appartenevano sia Giulio Cesare sia Augusto, aveva fondato una nuova stirpe, sotto la diretta protezione degli dei e del loro volere Augusto medesimo era l’esecutore.

Egli proprio in questa veste, nel 13 a.C., morto Lepido, ultimo triumviro rimasto dalla morte di Antonio, assunse la carica di Pontefice Massimo, ordinando la distruzione di tutti i libri profetici in circolazione, esclusi quelli Sibillini, ripristinando il calendario giuliano per come era in origine e reintroducendo antiche cerimonie che erano state abbandonate come per esempio la festività dei Lupercali, i Ludi Secolari e i Ludi Compitali.

In definitiva, Augusto non era un dictator come Cesare né un imperator come lo sarebbe stato il suo successore Tiberio, ma piuttosto un primus inter pares o “primo fra i pari” che, forte della sua autorevolezza morale, era depositario del consenso del popolo e della fiducia del Senato.
Come ricorda Svetonio, ciò che aveva avuto inizio ad Azio giunse a compimento nel 2 a.C., quando Augusto ricevette nella Curia dai senatori, per bocca del letterato Valerio Messalla, il titolo di “Padre della patria”.

Queste furono le solenni parole a lui rivolte per l’occasione : “Sia questo di lieto augurio per te e per il tuo casato, Cesare Augusto! In questo modo, infatti, noi riteniamo di invocare perpetua felicità e letizia a questa Repubblica. Il Senato, in pieno accordo con il Popolo Romano, ti saluta Padre della Patria”. Allora Augusto rispose : “Ora che ho realizzato i miei voti, Signori Senatori, una sola cosa – e che altro? – posso chiedere agli dei immortali che mi sia lecito portare questo vostro consenso sino all’ultimo giorno della mia vita”.

In conclusione, molti si sono fatti questa domanda : chi è stato davvero Augusto? Ebbene, quella di rivoluzionario “conservatore” potrebbe essere la risposta più appropriata.
Il suo spirito pragmatico gli fece capire che, pur essendo ormai irreversibile la crisi della Repubblica sul piano politico, i suoi valori meritavano comunque di essere salvati.
Se quella romana di certo fu una società con ampia libertà sessuale e senza reati legati all’orientamento sessuale, almeno fino all’avvento del Cristianesimo, al contempo, Augusto ritenne doveroso ribadire la centralità del matrimonio e della famiglia, per mettere un freno alla licenziosità dei costumi.

Non fu un reazionario, altrimenti le sue riforme non gli sarebbero sopravvissute, fu un costruttore, un tradizionalista, un innovatore e un mediatore fra i corpi sociali, nonché fra il Senato e il Popolo, assurgendo a garante della stabilità dello Stato romano di cui esprimeva ed incarnava l’indirizzo politico generale.
Come se non bastasse, Augusto fu il primo vero artefice dell’unità d’Italia a livello spirituale e non solo territoriale. Infatti, nelle sue Res Gestae egli scrisse Iuravit in mea verba tota Italia” : “Tutta l’Italia giurò spontaneamente fedeltà a me”.

Spesso, si sente dire che tra i vari paesi d’Europa l’Italia è quello che è stato unificato per ultimo o comunque tra gli ultimi. Al contrario, l’unità avvenne in anticipo di ben due millenni sotto la guida di Augusto le cui parole suggellarono la centralità dell’Italia, dalle Alpi alla Sicilia, in un Impero che sarebbe durato per altri quindici secoli, fino all’infausta presa di Costantinopoli nel 1453 da parte dell’esercito turco.
L’eredità di Augusto permea le nostre vite e l’intero Occidente, eppure la sua memoria é molto trascurata, al punto che non ha suscitato la minima reazione nell’opinione pubblica la notizia che un collettivo studentesco della Brown University negli Stati Uniti abbia chiesto alcuni mesi fa la rimozione di una statua collocata nei giardini dell’università e raffigurante l’illustre princeps, ritenuto simbolo di una società patriarcale, coloniale ed oppressiva da ostracizzare.

Augusto, come si è sottolineato, attraverso l’Eneide ricordò ai Romani quali fossero le loro origini e perché dovevano esserne fieri. Viceversa, in Occidente e in Italia, di questi tempi, ci si vergogna sempre di più del proprio passato e si tralascia lo studio della Storia.

Del resto, direbbero alcuni, perché interessarsi di qualcuno che è morto da secoli?
La risposta è semplice : perché solo ricordando chi siamo stati e qual è la nostra identità culturale, possiamo comprendere fino in fondo chi siamo e, soprattutto, chi vogliamo diventare.

 

Dr. Jacopo Bracciale

Bibliografia

  1. Augusto Fraschetti, “Augusto” – Editori Laterza
  2. Antonio Guarino, “Diritto privato romano” – Jovene Editore
  3. Bernardo Santalucia, “La giustizia penale in Roma antica” – Il Mulino
  4. Gaio Svetonio, “Vita dei Cesari” – Grandi tascabili economici Newton classici

 

L’autore

Jacopo Bracciale ha conseguito una laurea cum laude in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo, con una Tesi in Teoria generale del Diritto sul problema dei principi generali del diritto nella filosofia giuridica italiana. Dal 2020 collabora con la rivista telematica Salvis Juribus come autore di articoli di diritto civile, penale ed amministrativo. Nel tempo libero si è sempre dedicato all’assidua lettura di saggi storici, e grazie a Renovatio Imperii ha scoperto un fortissimo interesse per le vicende legate all’antica Roma.

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