Dante e il trionfo di Giulio Cesare

Dante e il trionfo di Giulio Cesare

Giulio Cesare, «colui ch’a tutto ‘l mondo fé paura» (Par. XI, v.69), fu un personaggio storico di rilievo tale da influenzare il pensiero politico di Dante. La sua illustre anima è inserita nella rassegna delle grandi personalità pagane – «li spiriti magni» – che abitano il «nobile castello» del Limbo.

Nel IV canto dell’Inferno, Virgilio conduce Dante ai piedi di un nobile castello, sette volte circondato da mura e difeso da un fiumicello. Varcate sette porte, appare alla vista del Poeta una verde radura, affollata da «occhi tardi e gravi, di grande autorità ne’ lor sembianti» (Inf. IV, vv. 112-113)

«Colà diritto, sovra ‘l verde smalto, / mi fuor mostrati li spiriti magni, / che del vedere in me stesso m’esalto. / I’ vidi Eletra con molti compagni, / tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea, / Cesare armato con li occhi grifagni.» (Inf. IV, vv. 118-123)

Fra le tante personalità inserite da Dante in questa illustre dimora, Cesare assume particolare rilievo sia per la sintassi, sia per le connotazioni ricevute. La presentazione di Cesare domina un intero verso, precisamente il cento-ventitreesimo del IV canto, inserito a chiusura di una terzina. Appare rilevante anche la posizione del nome del Divus Iulius all’interno del verso stesso: esso è in apertura, in modo tale che durante la lettura quella specifica parola spicchi fra le altre. Questo locus privilegiato è riservato a pochi altri abitanti del nobile castello, seppur non con gli stessi accorgimenti.
Inoltre, la descrizione di Cesare è unica all’interno del canto: egli viene connotato con un ritratto fisico, li occhi grifagni. Fra le fonti latine, la sola a ricordare la fisicità di Cesare, facendo per altro riferimento agli occhi, è Svetonio, nel capitolo 45 del De vita Caesaris: «nigris vegetisque oculis». Proprio questo dettaglio, sapientemente scelto da Dante, suggerisce un nesso fra lo storiografo latino e il Sommo Poeta.

Che Svetonio fosse una fonte privilegiata da Dante è inconfutabile. Come ricordato da Canfora, «c’è un elemento strutturale dei «Cesari» svetoniani che Dante ha fatto proprio: è l’idea che il primo di essi non sia Augusto bensì lo stesso Cesare». Questa visione storico-politica della figura di Giulio Cesare come il ‘primo prencipe sommo’ (Convivio IV, 5, 12) è consolidata nella settima epistola, dove Dante definisce l’imperatore Arrigo VII – uomo nel quale riversava ogni speranza di salvezza dell’Italia – come «Caesaris et Augusti successor» (‘successore di Cesare ed Augusto’).

È proprio grazie a questa visione che è possibile comprendere a pieno le parole pronunciate da Virgilio durante la sua prima apparizione: «Nacqui sub Iulio» (Inf. I, v. 70). Infatti, Virgilio nacque nel 70 a.C., quando Cesare era appena diventato tribunus militum ed il consolato era affidato a Pompeo e Crasso. Risulta perciò una forzatura affermare che Virgilio sia nato «sotto Cesare». Se tuttavia si assumesse l’esistenza di un ‘principato’ di Cesare, iniziato quando egli stesso entró nella scena politica, l’espressione virgiliana acquisterebbe significato. Dante assimila quindi la figura di Giulio Cesare ai principes, successori ed eredi di Augusto.

Il nome di Cesare diviene nella Divina Commedia sinonimo di imperator, sia con il significato conosciuto oggi di ‘imperatore’, sia nell’etimologia latina del termine, come ‘colui che detiene l’imperium, il potere’: difatti, nel canto VI del Paradiso, Giustiniano si presenta con l’espressione «Cesare fui e son Iustiniano» (Par. VI, v.10).

Proprio a Giustiniano, imperatore cesaropapista per eccellenza, Dante concede l’onore di esaltare le imprese di Giulio Cesare.

«Poi, presso al tempo che tutto ‘l ciel volle / redur lo mondo a suo modo sereno, / Cesare per voler di Roma il tolle. / E quel che fé da Varo infino a Reno, / Isara vide ed Era e vide Senna / e ogne valle onde Rodano è pieno. / Quel che fé poi ch’elli uscì di Ravenna / e saltò Rubicon, fu di tal volo, / che nol seguiteria lingua né penna.» (Par. VI, vv. 55-63).

Il grande affresco dipinto da Giustiniano nel VI canto del Paradiso – che prende avvio da Enea giungendo fino alla Firenze contemporanea – esemplifica la visione dantesca della storia di Roma: l’impero è parte essenziale di un disegno divino, e Cesare ne rappresenta il motore principale.

La Storia è speranza. Speranza di un ritorno al passato. Speranza di rinascita. È proprio questo che Dante cercava nella storia, che Dante cercava in Cesare: la speranza che un nuovo imperator salvasse l’Italia, come Cesare aveva salvato Roma.

 

Sabina Petroni

 

Bibliografia

Luciano Canfora, Gli occhi di Cesare. La biblioteca latina di Dante, Roma 2015.