“Ipazia d’Alessandria: martire del libero pensiero”

“Ipazia d’Alessandria: martire del libero pensiero”

“Se mi faccio comprare, non sono più libera e non potrò più studiare : è così che funziona una mente libera”.

Ipazia d’Alessandria, IV – V secolo d.C.

 

L’Impero romano ebbe  in età tardo – antica una fase di transizione politica e culturale.

Sotto il primo aspetto, era ormai compiuto il passaggio dal principato al dominato e l’imperatore esercitava prerogative assolutistiche verso coloro che non erano più cittadini, ma sudditi.

Quanto al secondo, toccò il suo apice lo scontro fra la cultura greco – romana e il monoteismo religioso.

Diocleziano, prima di abdicare nel 305, aveva ordinato la “grande persecuzione” contro i cristiani a colpi di editti firmati anche dai suoi “colleghi” Massimiano, Galerio e Costanzo Cloro.

Ironia della sorte è che proprio Galerio nel 311, a un passo dalla morte per una grave malattia, promulgò a Serdica il primo editto di tolleranza che riconosceva ai seguaci di Cristo libertà di culto.

Tale documento, quindi, anticipò di ben due anni il celebre editto di Milano, emanato congiuntamente da Licinio per la parte orientale dell’Impero e per quella occidentale da Costantino, figlio di Costanzo Cloro e reduce dalla vittoria contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio.

Sconfitto il rivale nel 324, Costantino stesso si apprestava a regnare su un Impero riunificato, così azzerando la riforma della “tetrarchia” dimostratasi insufficiente a garantire stabilità ai territori nell’orbita imperiale.

La sua azione religiosa tenne conto del fatto che i cristiani non fossero più una setta minoritaria dell’ebraismo, bensì un gruppo organizzato con un clero, una dottrina, una ferrea disciplina morale e una fede monoteista fondata sul proselitismo.

D’altra parte, Costantino era un sovrano molto pragmatico, conscio che il cristianesimo fosse ancora un culto minoritario, sia pure in forte ascesa anche fra i notabili, perciò mantenne una posizione equidistante tra le varie fedi presenti nell’Impero, facendosi addirittura battezzare solo in punto di morte dal vescovo Eusebio di Nicomedia.

Il breve regno di Giuliano l’Apostata, tra il 361 e il 363, fu una “meteora”, una parentesi che rallentò, senza arrestare, la crisi del paganesimo e dell’ellenismo in generale.

Desideroso di riportare in auge la religione degli antichi dei, raffinato intellettuale, studioso della filosofia neoplatonica e autore di opere come l’Inno alla Madre degli Dei, Giuliano nutriva un amore incondizionato per la tradizione.

Officiava  sacrifici in onore delle divinità olimpiche, come pure venerava l’Uno, origine dell’intero universo e del quale gli dei erano ritenuti ipostasi.

Egli sperava di coniugare novità e tradizione, forgiando una religiosità nuova che scavalcasse il cristianesimo nel soddisfare il bisogno dei singoli di un rapporto diretto con il trascendente, nonché di un’etica superiore.

Del resto, questa sorta di “monoteismo pagano” non era alieno alla società romana, atteso che già nel III secolo l’imperatore Aureliano aveva introdotto il culto del “Sole invictus” per celebrare la ricostituita unità ed universalità dell’Impero, ritrovatosi sull’orlo del precipizio durante la c.d. “anarchia militare” per i continui colpi di Stato e le ripetute invasioni di orde barbariche.

Nessun popolo prima di quello romano era riuscito ad integrare culture tanto diverse tra loro dalla Spagna al Golfo Persico, dal Nordafrica alla Britannia, portandole a riconoscersi in un unico bacino valoriale, detto mos maiorum.

Di conseguenza, per i neoplatonici come Giuliano stesso in teoria non vi era nulla di strano nell’innervare tratti positivi di culti nuovi nella tradizione pagana al fine di rafforzarla.

La società romana, del resto, era da sempre un modello di tolleranza e cosmopolitismo, ma su due principi non si poteva assolutamente transigere : il rispetto della legge da parte di tutti e l’omaggio al Genio imperiale.

I cristiani incapparono nell’ira delle alte sfere, rifiutandosi per l’appunto di compiere sacrifici in onore dei Cesari e predicando valori come l’uguaglianza universale, la sacralità della vita umana e il divieto di uccidere che minavano le fondamenta stesse della secolare potenza di Roma : la schiavitù e il servizio militare.

L’ultimo esponente della dinastia dei “nuovi Flavi” vide infrangersi il sogno di resuscitare i numi dell’Olimpo, ad esempio, quando organizzò a Costantinopoli una cerimonia in onore di Bacco e alla cui coreografia parteciparono soltanto etere, danzatrici e teatranti, dato che tutte le donne di buona famiglia erano cristiane e rifuggivano da spettacoli che potessero incitare alla perdizione.

Forte era il controllo politico e morale dei vescovi nelle varie comunità e le chiese erano sempre piene al momento della predica dal pulpito, mentre i templi pagani, pur riaperti e rifinanziati, erano vuoti per mancanza di fedeli e di sacerdoti.

La morte improvvisa di Giuliano nella campagna d’Oriente contro i Persiani fu il triste preludio all’editto di Tessalonica del 380 che mise il paganesimo al bando e del quale fu artefice Teodosio I. In questa cornice storica si colloca la vicenda di Ipazia, nata, vissuta e assassinata ad Alessandria d’Egitto, culla della civiltà mediterranea che era romana nei quadri amministrativi e militari e, invece, greca nelle arti, nella lingua e nella cultura.

Proprio Ipazia, figlia del matematico Teone, aveva fondato ad Alessandria una Scuola neoplatonica, frequentata pure da allievi cristiani tra cui il futuro vescovo Sinesio di Cirene.

Non a caso, la nostra protagonista incarnava l’essenza stessa della filosofia, ovverosia il dialogo tra le varie correnti di pensiero senza alcun pregiudizio ed era una lettrice degli scritti del defunto imperatore Giuliano.

Crocevia di uomini e di idee per la sua posizione strategica, Alessandria tra la fine del IV e l’inizio del V secolo conobbe un periodo di tensione e disordini per la difficile convivenza tra pagani e cristiani.

Ad esacerbare gli animi contribuirono Teofilo e Cirillo, avvicendatisi alla guida dell’episcopato e per nulla desiderosi di promuovere la pace tra le varie anime culturali della città.

Anzi, proprio Teofilo era stato l’istigatore nel 391 della distruzione della Biblioteca d’Alessandria e dei suoi inestimabili tesori, nell’ambito di quella persecuzione antipagana che i Decreti Teodosiani avevano sancito per legge.

Ipazia vide nell’arco della sua vita sgretolarsi le fondamenta di una tradizione millenaria : i templi venivano distrutti o trasformati in chiese e i pagani sempre più ostracizzati dalla vita pubblica, fino alla loro totale esclusione da ogni carica di potere in forza di una costituzione imperiale del 415.

Ciononostante, lei non seguì l’esempio dei tanti che si convertivano per mero opportunismo o amore del quieto vivere, rimanendo fedele a se stessa e proseguendo ciò che sapeva fare meglio : leggere, studiare e insegnare.

Va aggiunto che Ipazia era in buoni rapporti con il prefetto locale Oreste, battezzato ormai come tutti i funzionari apicali dell’Impero, ma al contempo avverso agli estremismi e strenuo difensore delle prerogative dello Stato contro le ingerenze del clero.

Di conseguenza, il conflitto tra Cirillo e Oreste, che tentò senza successo di appellarsi direttamente all’imperatore Teodosio II, finì per coinvolgere la stessa Ipazia, esponente di spicco di quella élite culturale che era l’ultima roccaforte della filosofia pagana nel Mediterraneo Orientale insieme all’Accademia di Atene.

Proprio la libertà di ricerca e di pensiero era la peculiarità della Scuola neoplatonica di cui Ipazia fu la guida indiscussa almeno dal 393, attirando studenti da ogni dove e ciò era davvero insolito per la società dell’epoca, connotata da una forte misoginia.

Ella ricevette sempre tributi di stima e ammirazione per la sua attività speculativa e i commentari alle opere dei più grandi scienziati e filosofi greci tra cui Diofanto di Alessandria, Apollonio Pergeo e, immancabilmente, Platone e Aristotele.

Secondo quanto riferito da Sinesio, il lavoro della sua insegnante fu di primaria importanza in seguito per la realizzazione dell’astrolabio e dell’idroscopio.

Insomma, una donna a tutto tondo che a dispetto del clima politico del suo tempo non si arrese mai nel diffondere il pensiero neoplatonico dei grandi maestri che l’avevano preceduta quali Plotino, Porfirio e Giamblico : gli stessi su cui si era formato giorno e notte Giuliano l’Apostata.

In effetti, un lungo filo rosso sembra congiungere le vite di Giuliano e Ipazia, ultimi veri custodi del mos maiorum.

Tuttavia, al contrario di Giuliano, Ipazia non assunse mai un atteggiamento marcatamente anticristiano, preferendo improntare le sue lezioni a una neutrale razionalità.

Paradossalmente, i cristiani più radicali consideravano proprio questi insegnamenti la più grave minaccia alla diffusione e al primato morale della loro fede, giacché il monoteismo dei Neoplatonici era nei fatti alternativo a quello di Cristo, proponendo una fusione dei vari credi in quel monoteismo “solare” che aveva nell’Uno il suo baricentro.

L’assassinio di Ipazia nel 415 per mano dei monaci “parabolani” agli ordini di Cirillo fu pressoché inevitabile, vista l’enorme considerazione di cui lei godeva presso la gente comune e le autorità cittadine con in testa il prefetto Oreste, ormai ai ferri corti con il vescovo di Alessandria.

Per quest’ultimo, espulsi gli ebrei, estromessi i culti pagani e ricevuto l’appoggio dell’imperatrice Elia Eudocia, Ipazia rappresentava l’ultimo ostacolo politico da abbattere e per questo ne tramò l’uccisione.

A distanza di quindici secoli, di Ipazia rimane il ritratto enigmatico di una donna che non prese mai un marito e rifiutò sempre dogmi e obblighi imposti dagli uomini, laici o chierici che fossero.

Considerava la solitudine un privilegio utile per coltivare i suoi studi, ciononostante era ben inserita nei circoli culturali di Alessandria e non esitava, nella migliore tradizione dei filosofi greci, a colloquiare con le persone che in strada la fermavano anche solo per chiederle un consiglio.

In definitiva, il suo più grave crimine agli occhi dei suoi carnefici era di aver scelto un’esistenza libera, non piegata alle contingenze politiche.

Emblematica é una frase che Ipazia disse e nella quale è ben riassunto il suo spirito : “Se mi faccio comprare, non sono più libera e non potrò più studiare : è così che funziona una mente libera”.

 

Bibliografia

“Storia d’Ipazia e dell’intolleranza religiosa” di S. W. Venceslai, Gruppo Editoriale Bonanno Srl Acireale – Roma, 2016

 

Dr. Jacopo Bracciale

 

L’autore

Jacopo Bracciale ha conseguito una laurea cum laude in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo con una Tesi in Teoria generale del Diritto sul problema dei principi generali del diritto nella filosofia giuridica italiana. Dal 2020 collabora con la rivista telematica Salvis Juribus come autore di articoli di diritto civile, penale ed amministrativo. Nel tempo libero si è sempre dedicato all’assidua lettura di saggi storici e grazie a Renovatio Imperii ha scoperto un fortissimo interesse per le vicende legate all’antica Roma.