L’imperatore Giuliano e la cancel culture

L’imperatore Giuliano e la cancel culture

Nel sagrato della Basilica di San Lorenzo Maggiore a Milano campeggia vittoriosa la statua di Costantino la cui figura storica è intimamente legata a questa città, all’epoca chiamata Mediolanum, divenuta capitale dell’Impero romano d’Occidente nel 286 d.C. – e tale sarebbe rimasta fino al 402 – in attuazione della riforma della tetrarchia.

Artefice di quest’ultima fu Diocleziano il quale ritenne che suddividere il potere e i territori fosse la soluzione migliore per evitare le guerre civili che, unitamente alle incursioni barbariche, avevano quasi portato Roma al tracollo durante la “anarchia militare” del III secolo. Pertanto, l’Impero fu ripartito in dodici diocesi, sei in Occidente e sei in Oriente, e la sovranità su di esse attribuita a due “Augusti”, affiancati da due “Cesari”. “Augusto” e “Cesare” nella parte orientale erano rispettivamente Diocleziano e Galerio, in Occidente Massimiano e Costanzo Cloro.

D’altro canto, dopo l’abdicazione dei due Augusti e la morte dei due Cesari, le legioni stanziate in Britannia a York acclamarono come nuovo imperatore il figlio di Costanzo Cloro, Costantino che andò allo scontro diretto con il figlio di Massimiano, Massenzio, sconfiggendolo nel 312 nella battaglia di Ponte Milvio. L’anno seguente, proprio a Milano, fu promulgato il celebre Editto di tolleranza che sanciva la fine delle persecuzioni contro i cristiani la cui fede riceveva così piena cittadinanza tra i vari culti celebrati nell’Impero.

Costantino, da governante molto pragmatico, non vietò i riti pagani, ancora praticati dalla maggioranza della popolazione, ma allo stesso tempo adottò una sorta di “politica dei due forni”. Da un lato, egli non esitò a far costruire una statua che lo ritraeva con le sembianze del Dio Sole, ordinando di collocarla a Costantinopoli, la “seconda Roma” da lui fondata sulle rive del Bosforo.

Dall’altro, in ottemperanza alla rigida morale cristiana, varò una legge a tutela della indissolubilità del matrimonio, consentendo il divorzio solo in casi tassativi. I suoi successori, al contrario, abbandonarono ogni mediazione, perseguendo la tutela del nuovo culto monoteista ad ogni costo, eccezion fatta per Giuliano, nipote di Costantino e tutt’ora segnato dal marchio di “Apostata” per aver rinnegato la fede cristiana.

Un busto a lui attribuito è conservato nel Comune lucano di Acerenza e su una pietra della cattedrale del paese è ancora visibile l’iscrizione : “Al riparatore del mondo romano, al nostro Signore, Claudio Giuliano Augusto, principe eterno”. La sua ascesa al trono imperiale fu l’epilogo di una serie di tragici eventi.

Difatti, alla morte di Costantino nel 337 ebbe inizio uno scontro fratricida fra i membri della sua nutrita prole per la conquista del potere e a spuntarla fu Costanzo II, mandante diretto o, per altri, solo morale del massacro del ramo cadetto della dinastia cui Giuliano apparteneva. Questi, ancora piccolissimo, ebbe salva la vita, ma fu condannato a vivere da “sorvegliato speciale” in una sorta di esilio dorato, educato ai precetti cristiani da una schiera di teologi, preti e presbiteri e sempre sotto l’occhio vigile delle spie del cugino Costanzo.

Dapprima cresciuto dalla nonna a Nicomedia, poi inviato in una sperduta località chiamata Macellum in Cappadocia, qui poté riconciliarsi con il fratello Gallo, anch’egli scampato alla strage. Tuttavia, i loro caratteri erano troppo diversi e così Giuliano, di fatto, crebbe in solitudine. Il suo dolce riposo era lo studio delle opere della letteratura classica, in particolare greca alla quale era stato iniziato dal suo primo precettore Mardonio.

Frequentatore, tempo dopo, delle lezioni di filosofia neoplatonica ad Atene e a Costantinopoli, ebbe modo altresì di visitare gli antichi luoghi dell’Ellade, godendo di tutti i tesori culturali che gli si offrivano e praticando i culti misterici eleusini in onore di Demetra. Un giorno assistette alla distruzione di un tempio dedicato alla dea da parte di una folla di cristiani fanatici e qualcosa gli balenò in testa, come un presagio della imminente fine della civiltà che egli tanto amava.

Devoto ai libri e alla contemplazione, cristiano in apparenza, ma pagano nell’animo, la sua vita fu stravolta il 6 novembre del 355. Convocato a Milano da Costanzo II e nominato “Cesare” d’Occidente, fu inviato in Gallia dove i barbari stavano spadroneggiando. Catapultato dallo scrittoio ai campi di battaglia, Giuliano seguì l’addestramento del legionario, studiò l’arte militare e diede prova di essere un valente stratega, oltre che un capo amato dai soldati.

A coronamento, nell’agosto del 357 annientò gli Alemanni nella battaglia di Argentoratum, oggi Strasburgo, ricacciandoli al di là del Reno e salvando l’Impero.  Allora i legionari lo proclamarono “Augusto”, così affacciandosi lo spettro di una guerra civile, evitata solo dalla morte di Costanzo per una febbre improvvisa.

Correva l’anno 361 e Giuliano, ultimo discendente di Costantino, saliva al trono con il proposito di attuare un programma di restaurazione in piena regola della religione dei Numi olimpici. Ordinò che i templi fossero riaperti, i sacrifici di nuovo celebrati e le statue rimesse al loro posto per essere ammirate e venerate.

Imbevuto di grecità e classicismo, l’imperatore intendeva altresì consolidare il culto orientale del Sole Invictus con l’innesto della filosofia neoplatonica che ravvisava nell’Uno l’origine dell’intero universo. Questa sorta di “monoteismo pagano”, col quale si sperava di frenare l’ascesa del cristianesimo, era frutto di una strategia di sincretismo, ossia di graduale assimilazione che Roma da sempre adottava nei confronti delle altre culture inglobate entro i suoi confini, ma quella cristiana era troppo forte per poter essere assorbita e Giuliano ben presto se ne rese conto.

La nuova linea di governo impediva alle frange più estreme di assaltare e distruggere gli edifici pagani come nel passato, eppure al momento della predica dal pulpito le chiese erano sempre piene, a dispetto dei templi nei quali, invece, c’era un silenzio assordante. La Chiesa cristiana aveva una struttura gerarchica, una dottrina, una ferrea morale e un clero che ormai costituivano un ordinamento giuridico parallelo e interno a quello dello Stato.

Il controllo esercitato dai vescovi a livello locale faceva sì, ad esempio, che i fedeli non partecipassero alle processioni in onore degli dei e seguissero nel quotidiano uno stile di vita improntato alle regole della comunità, rifuggendo dalla corruzione dei costumi. Ben prima di Costantino, i cristiani avevano dato vita persino a un sistema di “welfare” dedito alla carità e all’assistenza dei poveri e degli ammalati che Giuliano maldestramente cercò di imitare.

Sorpreso e amareggiato, il 17 giugno del 362 arrivò addirittura a promulgare la costituzione imperiale Magistros studiorum che vietava ai maestri cristiani di insegnare nelle scuole pubbliche. Fu la sua ultima mossa improvvida prima della spedizione in Oriente contro i Parti che non gli portò la gloria di Alessandro Magno, ma lo condusse dritto alla morte.

L’epoca attuale per molti aspetti, tra cui il nichilismo valoriale e la distruzione del senso del “sacro”, richiama quella in cui visse Giuliano e molti in un mondo sempre più globalizzato e interconnesso si domandano se abbia ancora senso parlare di concetti astratti come identità e civiltà. In fondo, dicono taluni, il multiculturalismo è inevitabile, anzi quasi una panacea, dovendosi dare spazio a tutte le sensibilità in una società aperta e plurale.

In questo solco si colloca la cancel culture, intesa come opera di progressiva rimozione di tutti quei personaggi e fatti storici che rappresentano una macchia imperdonabile per l’Occidente. Per quale motivo si dovrebbero ancora leggere e studiare pensatori di un passato assai remoto, inattuali e non sufficientemente “inclusivi” come Platone, Aristotele, S. Paolo e persino lo stesso Giuliano, autore di alcuni piccoli capolavori filosofici come “Inno al Re Helios” e “Inno alla madre degli dei”?

In effetti, può esservi una ragione per continuare ad apprezzarli ed è la bellezza, un concetto universale di cui può godere chiunque a prescindere dalla lingua, dal colore della pelle o dalla fede religiosa. Di fronte alle orazioni di Cicerone, all’imponenza del Colosseo, alla magnificenza del David di Michelangelo, alle forme della Venere di Milo e alle statue di Augusto e Marco Aurelio nel campus della Brown University negli Stati Uniti non si può non restare stupefatti e non essere consapevoli che la Storia incarnata da queste opere è la Storia di tutti noi.

La più efficace risposta a coloro che vorrebbero obliarla è quella culturale, fondata sul ragionamento, la lettura e la conoscenza, senza tuttavia scadere nella vacua nostalgia. Fu proprio questo l’errore commesso da Giuliano, tanto innamorato del mos maiorum di Roma da pensare di farlo risorgere, semplicemente riportando indietro le lancette del tempo. In verità, lungi dall’essere reazionari e dal rimanere legati ad un passato che non tornerà più, piuttosto si dovrebbe immaginare un futuro che sia sintesi e punto di equilibrio fra rinnovamento e tradizione.

Del resto, la cultura classica dalla morte di Giuliano rimase assopita per ben undici secoli fino alla sua “resurrezione” nel 1462, anno in cui a Firenze Cosimo de’ Medici fondò l’Accademia neoplatonica, traghettando l’Italia nel Rinascimento e coniugando classicismo e cristianesimo.

Oggi, quindi, la vera sfida è attuare una “rivoluzione conservatrice” che sappia accogliere il cambiamento, senza però abdicare ai principi che sostanziano l’identità dell’Occidente e la sua eredità greco-romana, giudaico-cristiana e illuminista.

 

Dr. Jacopo Bracciale

 

L’autore

Jacopo Bracciale ha conseguito una laurea cum laude in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Teramo con una Tesi in Teoria generale del Diritto sul problema dei principi generali del diritto nella filosofia giuridica italiana. Dal 2020 collabora con la rivista telematica Salvis Juribus come autore di articoli di diritto civile, penale ed amministrativo. Nel tempo libero si è sempre dedicato all’assidua lettura di saggi storici e grazie a Renovatio Imperii ha scoperto un fortissimo interesse per le vicende legate all’antica Roma.