Signum Maiestatis, simboli e significati della Romanità

Signum Maiestatis, simboli e significati della Romanità

“Caelo tonante credidimus iovem regnare.”

[Odi, III, 5, 2]

Nel proemio a scopo encomiastico delle Odi, Orazio riporta la sententia maxima nella comprensione del fenomeno più caratteristico e comune di fronte alle antiche vestigia: lo stupore. Mi spiego meglio: se è vero che la prova dello scettro divino attribuito a Giove consiste nelle saette che scaglia, altrettanto si potrà concepire la vastità dell’imper(i)o augusteo calcolandone le sue conquiste. In senso lato, per chiunque si ritrovi a tu per tu per la prima volta con le rovine delle maestà romane, la meraviglia è direttamente proporzionale a quanto esse siano ancora titaniche oggi, dopo oltre due millenni, in dimensioni e imponenza.

Soprattutto, esse testimoniano direttamente, senza soluzione di continuità, quanto imperante sia stato, continui e ancora risulterà, il retaggio della civitas antiqua più importante.
Parliamo di un fenomeno umano senza precedenti nella Storia e che ha reso possibile la prima civilizzazione transcontinentale di cui si abbia memoria: Roma. Una metropoli, fulcro e trionfo dell’espansionismo “per gentes et nationes”, multietnico e, per certi versi, multiculturale.

Certo.
Sotto quest’ultimo lato si parla non a caso di “romanizzazione”, contingenza che la sociologia ha studiato e la storiografia chiarito, specificando come le tradizioni dei popoli conquistati venissero sì accolte, ma subito dopo ridimensionate. Ogni “homo” una volta assoggettato veniva elevato, quindi affrancato, dallo stato di estraneità all’Orbe civilizzata. Una strategia di preservazione dello stato di cose dal declino dell’imbarbarimento (“akbarbaròsis”). Si diveniva “vir”. L’uomo, l’individuo per eccellenza, colui che incarna i valori morali e spirituali (“virtutes”) dell’antico costume: il “mos maiorum”.
Non mancarono esempi nella “historia quiritum” del rapporto inverso. Come dimenticare Orazio e le sue parole: << Graecia capta cepit ferum victorem >>. I romani vincevano non in quanto uomini forti, semmai perché protagonisti del sincretismo culturale, facendo propri i pregi e le peculiarità ottimali dei popoli stranieri. Latini, Etruschi, italici, quindi Elleni, tutti i popoli mediterranei e infine Britanni, Germani e stirpi asiatiche. Non è un caso che l’Urbe, Caput Orbis, fosse stata fondata attraverso il recinto sacro dell’Asylum, la protezione, seppur armata, e che poi chiameranno “mundus” in quanto incontaminato, “mondato” appunto.

La Pax Romana può essere descritta anche così. Dopotutto si tratta di un simbolo, come ce ne sono tanti. Noi, in quanto eredi culturali e spirituali della Romanitas ne abbiamo scelto uno in particolare e non a caso. La tolleranza “licita”, cioè prescritta dal monumento romano per eccellenza, lo “Jus legum”, era proprio la “religio”. Tradotta in lungo e in largo per provincias attraverso un sincretismo unico nel suo genere. Ogni idolo locale riceveva traduzione latina nel Pantheon del complesso teologale pagano.
L’Orbe abbracciava le sue nationes coi raggi imperiali del “Sol” – Roma, “victrix et invicta”.

Veniamo ora a noi…

“Trahit sua quemque voluptas.”

[Bucoliche, II, 65]

Fin dove può spingersi la passione? Il piacere di allietare anima e cuore con il diletto a tal punto da trasmetterlo parimenti ad altri? Noi di Renovatio Imperii abbiamo sempre cercato di “donare” a ognuno di voi la curiosità e il piacere per le gesta dei Cesari. Attraverso un impegno costante, negli anni, nella divulgazione della “Historia Urbis”, abbiamo sempre cercato di promuovere e celebrare la cultura romana antica. E vogliamo farlo ancora.
Ogni azione è di per sé il coinvolgimento di forze intrinseche, fisiche, e di sentimenti corporei. E’ natura.
Ciò che manca alla risultanza di ogni gesto è senz’altro il significato. Una motivazione più profonda dell’istinto e che deriva da una “ratio”, un qualcosa che ci precede.
Per noi storici sono gli accadimenti umani, i quali acquistano vita nell’interpretazione che se ne da. Diventano così simboli e, come spesso accade per ogni cogitazione umana, vengono poi rappresentati.
Quanto è stato fin qui descritto è perfettamente rintracciabile nell’iconografia maiestatis: l’Aquila. Prendendo spunto da un anello appartenuto ad un ufficiale d’alto rango, proveniente forse dai “fines germanici” o dai Balcani e databile agli inizi del principato Adrianeo.
In esso il messaggio è chiaro: la “Oikoumene”. Tutto l’impero. Qui è rappresentato dal busto aquilino del “genius imperatoris”, l’essenza divina dei Cesari, inscritto in una corona d’alloro.
Oltre all’armonia euclidea delle forme geometriche, e alle proporzioni matematiche perfette che hanno reso i sapienti greci “savi” imperituri, su questo anello vi è di più. Un qualcosa che va oltre la rappresentazione estetica fine a sé stessa. Non è un caso che abbiamo scelto la “fiera totemica” per eccellenza.

Se i confini militarizzati dell’impero venivano chiamati “limes”, qui diventano un “limen”, limite invalicabile. Metafora di come il trono imperiale “abbracci” e tragga a sé tutte le stirpi, strappandole dalle barbarie delle terre incognite. L’alloro, simbolo per eccellenza con cui i “regentes mundi” si cingevano il capo, è un “signum” d’origine antica. Era detta “corona triumphalis” in quanto “dedicata” (cioè affidata assieme alla responsabilità del suo significato) ai generali vittoriosi (“imperatores”) dal Senato stesso o dalle province sottomesse, quelle stesse province – “fines” da ricercarsi nell’alloro inciso sul monile. Esso era simbolo del comando e della gerarchia negli antichi ordinamenti legionari serviani, quando il centurio apponeva dei rami d’alloro sulla sommità della sua hasta. Era inoltre un attributo della “Dea Victoria”, l’antica “Uakuna” osco-sabellica. L’aquila acquisisce ora un doppio significato, perché se esistono due significati terreni (l’Orbe e la corona trionfante che la governa), riscontriamo una dualità altresì dal punto di vista religioso. L’aquila era l’occhio di Giove e sua personificazione animale, chiara legittimazione sacrale dell’auctoritas augusta, cioè carica implicante la summa amministrazione dei culti ufficiali: il pontificato massimo.
Tutti significati della potestas imperialis, profondamente intrisa di arcaismi volti a giustificare la continuità dagli albori romulei.
E non è tutto.

Sulla sommità dell’Orbe vi è un dettaglio, parvulus, quasi impercettibile, eppure così importante.
E’ un globo. Semplice, austero ma che racchiude il significato celeste che contraddistinguerà la sacralità e il culto del trono augusto-cesarèo per secoli. E’ il sole. Rappresentato in modo circolare in quanto eterno e non solo perché “astro” sul varco dell’Empireo. E’ il re della volta celeste, come lo scettro di Roma si pone al vertice dell’Ordo hominum. Il Sole è una divinità presente in pressoché tutte le altre religioni del Mediterraneo, e non solo quello. Horus, Helios, Apollo e molti altri. E’ fonte di vita e irradia di propria luce le terre mondate nei tempi mitici dalle divinità infernali e del sottosuolo. Scandisce il tempo e il destino, quel destino che, antiquis dicentibus, “poggia sulle ginocchia di Giove”, sulla sommità del profilo aquilino.
Direttamente collegato ai misteri mitraici, il cui credo si basava sulla gerarchia militare, diverrà l’unico idolo imposto “ex edictu” nell’Impero Romano. Aureliano al culmine della crisi dell’anarchia militare impose il ritorno all’antico “mos maiorum” con la sacralità imperiale verso il “Sol”, facendo di quest’ultimo proprio baluardo nelle imprese di “restitutio Urbis et Orbis”. E’ equivoco comune, invece, confondere il monito teodosiano “cunctos populos” con un’imposizione ecumenica. L’editto di Tessalonica del 380 obbligava ad elargire onori a Cristo solo nella città di Nova Roma e nei “fines per orientem”.
La vecchia Roma, l’Urbe, rimase rimasta invece legata ai Numi ancora per parecchio tempo.
Il Sole fu dunque l’unico “Numen” protagonista di un tentativo di riforma monoteista romano.

E’ una nomenclatura di antichissima origine, risultando già presente l’attributo maiestatis circoscritto ad un limite sacro presso gli antichi Egizi. Visitando le vestigia faraoniche, in futuro, troverete non a caso i nomi dei sovrani dell’Alto e Basso Egitto inscritti in sacri cartigli.
In essi una corda di frusta, simbolo di comando tanto quanto i “fasces littori(i)” per l’ordine e la legge pubbliche a Roma, si raccolgono e vengono legati sullo “zenit” simbolico da un sole, rappresentazione di “Horus”, figlio di Osiride “primus inter pares” dei Faraoni.

Che sia il “caput aquilae” o la “corona laurica”, il messaggio di fondo è sempre il medesimo: Roma.
Una civiltà che al suo apice, tra le glorie e i fasti celebrativi delle sue invincibili “legiones”, ha raccolto a sé il più magnifico “exemplum” di convivenza etnico-culturale. Un precedente cui avrebbero fatto rimando tutti i grandi governanti delle epoche successive, con risultati fulgidi o per mezzo di miserabili vanità.

Un impero non grande, nonostante abbia governato su di un quarto della popolazione coeva presente sulle “terrae cognitae”, ma grandioso. Capace oggi tanto di dividere quanto di unire.
E’ questo il messaggio vero anche e soprattutto per noi. Una passione che ci accomuna e che vogliamo, esigiamo e “sentiamo” come missione, tra celebrazione e divulgazione. Un passato che ancora oggi può stupire, sempre incuriosire e ancor più ispirare.

 

Francesco Rossi

 

Bibliografia:

“La religione romana arcaica. Miti, leggende, realtà della vita religiosa romana”, G. Dumèzil, Rizzoli BUR, Milano, 2011

“Deus Invictus. Le religioni e la fine del mondo antico”, F. Altheim, Ed. Mediterranee, Roma, 2007

“Le forze armate nella storia di Roma antica”, A. Milan, Jouvence, Milano, 2014

“L’aspro seme. Cronache informali di storia romana”, R. Bolognesi, Ibiskos Editrice Risolo, Firenze, 2014