Il Contenimento della Cina riparte dal Pacifico: Considerazioni Storiche e Strategiche

Il Contenimento della Cina riparte dal Pacifico: Considerazioni Storiche e Strategiche

 

Quando si guarda alla politica estera delle superpotenze, che si tratti di Stati Uniti, Cina o Russia, o degli attori di rango intermedio, come Francia, Regno Unito, Germania o Giappone (fra le molte), è bene operare una distinzione semantica fra strategia e tattica. La strategia consiste della visione che alcune grandi potenze hanno dell’ordine delle cose, vale a dire l’agenda fissa, immutabile, fatta di imperativi geopolitici e\o securitari che ne costituiscono i patterncomportamentali sullo scacchiere internazionale. D’altro canto, la tattica consiste dell’insieme di policy che permettono di declinare la strategia di lungo termine in funzione delle esigenze immediate, dunque le contingenze politiche.

Le inimicizie di lungo corso (enduring rivalries) fra grandi potenze emergono assai più spesso per ragioni ‘fisiologiche’, ad esempio fratture geopolitiche o assenza di barriere geografiche, che per screzi politici, i quali sono, per definizione, legati alle contingenze della ruling class che si trova a governare l’una o l’altra potenza. La Roma Repubblicana e Imperiale ebbe spesso a che fare con lunghe, dispendiose e logoranti campagne contro le formazioni politiche iraniche (Regno dei Parti\Impero Sasanide). Tuttavia, il Senato di Roma e gli Shah di Persia comprendevano perfettamente il rischio del trade-off negativo fra costi e benefici di uno stato di guerra semi-permanente.

Perché, dunque, non accontentarsi di deporre le armi e cooperare al mantenimento delle rispettive zone d’influenza? La striscia di terra che separava le due maggiori superpotenze della tarda antichità, lungo una direttrice che partiva dal Caucaso per arrivare all’odierno Kuwait, non garantiva sufficiente spazio vitale\geopolitico per entrambi gli Imperi, che, in mancanza di adeguate barriere geografiche, si trovavano vis-a-vis non solo lungo l’odierna Armenia ma anche in Mesopotamia, oggi Iraq.

 

Ne seguì al principio del VII secolo dopo Cristo l’esplosione dell’ultima grande guerra egemonica dell’antichità, un armageddon militare fra Costantinopoli e Ctesifonte che finì per distruggere sia l’una che l’altra potenza.

Il susseguente stato di default di ambo le parti facilitò poco dopo l’espansione del Califfato Islamico che, fra 639 e 750, giunse a estendersi dalle pendici del sub-continente indiano alla penisola iberica, per un totale di 13 milioni e 400 mila kilometri quadrati. In tal senso, le leggi della geopolitica spiegano sia la guerra egemonica fra Roma\Costantinopoli e Ctesifonte, sia quella fra Sparta e Atene durante la Guerra del Peloponneso, Inghilterra e Francia durante il Medioevo, o, più recentemente, la Guerra Fredda fra blocco transatlantico e sovietico.

Esigenze di tipo ‘spaziale’ – giacché, è bene ricordarlo, la potenza si proietta sempre e solo nello spazio – interessano anche le relazioni bilaterali fra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Erroneamente, si è creduto che all’avvento di Joe Biden alla Casa Bianca sarebbe seguito un periodo di détente fra Washington e Pechino, soprattutto rispetto alla precedente amministrazione, che aveva fatto dell’ostilità alla Cina il suo cavallo di battaglia. Pochi giorni fa, il 23 marzo 2021, in una conferenza stampa ufficiale Biden ha ripetuto “Io non condanno la Cina per le sue ambizioni, che sono di diventare presto la prima potenza al mondo, ma ciò non avverrà durante il mio mandato: gli Stati Uniti continueranno a crescere”.

Le differenze nell’approccio di Washington verso Pechino fra l’era Trump e quella Biden afferiscono dunque alla tattica, ma non hanno nulla a che vedere con la strategia, la quale comanda agli Stati Uniti di rallentare, e se possibile impedire, l’ascesa della Cina, soprattutto in un teatro geopolitico: il Pacifico. Con la conclusione della Guerra Fredda, la scomparsa dell’ordine bipolare ha spezzato il balance of power russo-americano nella regione, dove la Cina esercitava il ruolo di variante incognita fra l’una e l’altra fazione. Il ricomponimento geopolitico del Pacifico ha stimolato una crescente competizione strategica fra Washington, un attore tradizionalmente presente nell’area, e Pechino, che intende accaparrarsi l’egemonia regionale in virtù della sua appartenenza storico-geografica al Pacifico allargato.

In gioco ci sono ovviamente anche interessi economici: la rotta trans-pacifica è la prima al mondo per volume commerciale totale – con oltre venticinque milioni di cargo trasportati nel solo 2020 – nonché la più importante per il sea power degli Stati Uniti, che la controllano da ambo i lati tramite gli stretti di Malacca ed Hormuz. Joe Biden ha ripetuto più volte di voler vedere la Cina operare secondo ‘le norme e le regole internazionali’.

 

Il ritorno di Democratici e multilateralismo diplomatico alla Casa Bianca potrebbe in tal senso declinare tatticamente l’avversione strategica a Pechino, rimettendo sull’attenti gli alleati USA nella regione (Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Filippine, Tailandia + Australia) che temono quanto Washington l’ascesa del Dragone nel Pacifico. Il pivot to East Asia già dichiarato da Obama, continuato da Trump e riconfermato da Joe Biden si colloca nel disegno americano di regionalizzazione delle frizioni geopolitiche con la Cina, sfruttando il fenomeno di balancing degli attori locali contro di essa e, possibilmente, facendo in modo che gli alleati regionali assorbano i costi delle minacce a bassa intensità.

La creazione di una “NATO asiatica” in funzione anticinese, sul solco dell’esperienza della Guerra Fredda con Mosca, potrebbe però non essere a portata di mano: il rapporto americano con gli attori del sud-est asiatico non è forte e strutturato come quello con gli alleati Transatlantici. La stipula del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) da parte di Cina, Giappone, Corea del Sud e Australia nell’autunno 2020 dà un indizio di quanto complicata sia la rete di alleanze nel Pacifico. Doveva essere la Cina a essere lasciata fuori, invece sono gli Stati Uniti il grande escluso dall’accordo di libero commercio.

Al netto di queste recenti evoluzioni, il primato americano nella regione passerà dal dialogo strategico col ‘quad’ (l’alleanza fra Australia, India, Giappone e Stati Uniti), strumento fondamentale per mettere a segno le tre grandi priorità statunitensi nel Pacifico: mantenere il controllo sugli stretti, e dunque l’egemonia regionale, accelerare l’ascesa dell’India come diga geopolitica anticinese, e, in ultimo, impedire a Pechino di stabilire “sfere d’influenza illiberali”.

In considerazione del recente insediamento dell’amministrazione Biden, non è ancora lecito esprimere giudizi sull’efficacia della “nuova” policy americana per il contenimento della Cina. La trappola di Tucidide attende solo di essere innescata.

 

Samuele Vasapollo

 

Ti è piaciuto l’articolo? Dello stesso autore leggi anche “L’Impero Romano di Flavio Teodosio” oppure “Geopolitics of the Crusades”!

L’analisi di Foreign Policy  https://foreignpolicy.com/2021/03/26/biden-china-asian-nato/

Questo articolo ha un commento

I commenti sono chiusi.