L’Impero romano ai tempi di Teodosio

L’Impero romano ai tempi di Teodosio

Com’è noto, Flavio Teodosio (347-395) fu l’ultimo Augusto a regnare su un Impero romano unito, esteso dalla Britannia romana, nel settentrione occidentale, a Egitto, Siria e Mesopotamia, nel Levante greco-romano. Il futuro Imperatore nacque a Cauca (odierna Galizia), da una famiglia benestante dell’elite locale. Intraprese la carriera militare al seguito del padre, Teodosio il Vecchio, comandante dell’esercito dai tempi di Valentiniano I (364-375), distinguendosi per il suo valore sul campo al punto da ottenere la carica di Dux Mesiae nel 374, all’età di 27 anni. Lo stesso storico Ammiano Marcellino ne ricorda le virtù in riferimento a una brillante campagna contro i Sarmati, scrivendo (Ammiano Marcellino, Le Storie, XXVII, 8, 3)

“In mezzo a queste perdite causate dall’avversa fortuna, Teodosio Il Giovane, comandante delle truppe della Mesia, a cui la prima lanugine copriva le guance e che fu poi gloriosissimo Imperatore, respinse più volte e sconfisse […] i Sarmati […], che invadevano i nostri territoridi confine. Tale fu la strage di quelle orde […] che saziò molti uccelli e fiere con un vero banchetto di cadaveri. Perciò i superstiti, sbollita ormai l’arroganza […] chiesero perdono del passato.”

Eppure, l’apice della carriera di Teodosio arrivò in concomitanza ad una delle disfatte più gravi nella storia dell’Impero. L’Imperatore della Pars Occidentalis, Graziano (367-383), figlio e successore di Valentiniano I, rese infatti Teodosio Imperatore d’Oriente nel 379, causa il vuoto di potere e l’instabilità dei confini danubiani seguiti alla disgraziata impresa dell’Imperatore Valente (collega di Graziano) ad Adrianopoli (378), dove questi perse la vita. L’accordo con gli invasori visigoti (382), stipulato fra Teodosio e il loro principe, Fritigerno, fornì un chiaro “exemplum” degli ormai fragili rapporti di forza fra Roma\Costantinopoli ed i loro vicini barbari. Esso prevedeva il diritto dei Visigoti a insediarsi a sud del Danubio in qualità di foederati (alleati di Roma dentro l’Impero), purchè questi si facessero carico della difesa di quella regione. Tuttavia, ai “Goti occidentali” si riconobbero anche i privilegi di mantenere la propria struttura politica, le loro leggi, i loro sovrani e la loro struttura militare. Si trattava dunque di una vera e propria “enclave politica”, uno stato nello stato che nemmeno Teodosio, politico sagace e valoroso condottiero militare, poteva rifiutarsi di riconoscere e accomodare.

Nel frattempo, anche l’Imperatore d’Occidente, Graziano, aveva acconsentito allo stanziamento di popolazioni germaniche presso il Danubio superiore, ma con risultati meno positivi. Impossibilitato sia a cacciare queste genti dall’entroterra Imperiale che a garantire una convivenza pacifica con i cittadini romani della regione, il diffuso malessere e le crescenti tensioni innescarono una rivolta antigermanica dell’elite militare romana. Nel 383, l’ispanico Magno Clemente Massimo, Governatore della Britannia, fu acclamato Imperatore dalle proprie legioni e mosse verso l’Europa continentale, intenzionato a rovesciare Graziano e a prenderne il posto. Il piano dell’usurpatore riuscì soltanto a metà. Informato della rivolta, Graziano lasciò celermente l’Italia settentrionale e raggiunse Parigi, da cui intendeva sbarrare la strada a Magno Massimo. Sfortunatamente per il figlio di Valentiniano, al suo avversario non fu nemmeno necessario sguainare la spada per ottenere un primo successo tattico, giacchè le ingenti diserzioni lo costrinsero a battere in ritirata verso la Gallia meridionale. Graziano fu raggiunto e ucciso da un agente di Magno Massimo poco più tardi (25 Agosto 383) mentre si trovava a Lugdunum, l’odierna Lione.

Flavio Teodosio assistette impotente alla caduta di Graziano da Costantinopoli, dove era costretto dalla minaccia persiana e dalle sempre vive tensioni coi Visigoti. L’Imperatore d’Oriente poté muovere guerra a Magno Massimo soltanto nel tardo 383, quando la morte del Sovrano Sassanide Ardashir II gli permise di lasciare il fronte orientale per raggiungere l’Italia, che l’usurpatore si apprestava ad invadere. La contesa si concluse solo dopo cinque anni di conflitto a media intensità quando Teodosio, battuto Massimo in Slovenia presso il fiume Sava, prima, e presso Poetovio (odierna Ptuj), poi, cinse infine d’assedio Aquileia, dove l’usurpatore aveva trovato rifugio. Quando Magno Clemente Massimo morì durante l’assedio, la guerra poteva dirsi conclusa.

Dimostrando grande finezza politica e cura per la “Res Publica”, Teodosio riconobbe subito Valentiniano II come legittimo Imperatore d’Occidente, pur attorniandolo di suoi fedelissimi per esercitarvi il controllo. Non meno importanti furono le politiche teodosiane in materia religiosa, di cui le cronache del tempo ci danno notizia.

L’Imperatore d’Oriente pose fine alle rinnovate persecuzioni anticristiane di Giuliano (361-363), combattendo tanto il paganesimo quanto l’eresia ariana, ancora diffusa in buona parte dell’Impero. Teodosio si fece poi figlio spirituale di Costantino il Grande quando nel 380 d.C emanò l’Editto di Tessalonica, con il quale il cristianesimo – quello cattolico, vale a dire universale, cioè fedele alla dottrina del Concilio di Nicea (325) – divenne religione di Stato. Come diretta conseguenza, il paganesimo venne bandito in tutte le sue forme e i templi della religio romana furono devastati, oppure abbattuti, per fare spazio a chiese cristiane di rito cattolico. Il testo dell’Editto si è conservato grazie al codice Teodosiano (Codex Theodosianus, XVI, 10, 10), il quale recitava che

“Nessuno deve macchiarsi col sangue delle vittime, sacrificare un animale innocente, entrare nei santuari, frequentare i templi e adorare statue scolpite da mano d’uomo, sotto pena di sanzioni divine e umane”.

E’ questa un’epoca di profondi stravolgimenti sociali, politici e spirituali, che ci anticipano la trasformazione dell’Impero romano pagano, fedele a Giove Ottimo Massimo Capitolino, in un Impero, o meglio Dominato, cristiano, dispotico (si badi, nel senso greco) e fortemente autocratico, perfetto per “fare il suo ingresso” nel Medioevo, per la cui durata sarebbe stato considerato massima fonte di ispirazione, modello insuperabile di virtù, giustezza, cultura istituzionale e struttura politica. Tutti questi cambiamenti fecero da premessa, e in un certo qual modo vi si condensarono, alla figura di Ambrogio, Vescovo di Milano dal 374 al 397. Avvenne infatti che Ambrogio (o Ambroeus, per i nostri amici milanesi) condannò apertamente Flavio Teodosio nel 390, quando questi ordinò il massacro della popolazione di Tessalonica come rappresaglia all’uccisione di un dignitario romano. Pena l’esclusione dalla Chiesa Cattolica, Teodosio non poté che prostrarsi al Vescovo di Milano nel Natale dello stesso anno, chiedendo perdono. Il primo Imperatore della storia dell’Occidente si era appena sottomesso ad un’autorità religiosa, quella della Chiesa di Roma.

Gli ultimi anni di Teodosio, che aveva speso la sua vita a raccogliere i cocci dell’autorità imperiale romana, non furono, tuttavia, meno travagliati. Nel 392, il collega di Teodosio, quel Valentiniano II asceso alla porpora alla morte di Magno Massimo, venne trovato morto impiccato.

Il generale franco-romano Arbogaste, Magister Militum Praesentalis d’Occidente (comandante supremo dell’esercito) si affrettò a far acclamare Imperatore un retore romano di nome Eugenio, ch’egli credeva di poter manipolare come aveva fatto col defunto Valentiniano II. Flavio Teodosio, consapevole della difficoltà del momento, decise pertanto di marciare subito in direzione dell’Italia per combattere ancora una volta un usurpatore occidentale. Lo scontro avvenne nel settembre del 394 e passò alla storia come la Battaglia del Frigido, dal nome del fiume carsico (odierna Slovenia) dove si consumarono le ostilità. Il primo giorno, Teodosio compì l’incauta scelta di tentare lo sfondamento delle linee nemiche con reparti di fanteria gota, che fu però annientata dagli uomini di Arbogaste. La vittoria sembrava sorridere ad Eugenio. Al calare della sera del giorno dopo, però, a giacere in terra erano migliaia di soldati fedeli all’usurpatore.

Le cronache cristiane riportano che un vento poderosissimo (con grande probabilità La Bora dell’Italia Nord Orientale), favorevole agli uomini di Teodosio, si levò sin dalle prime ore di battaglia, neutralizzando i dardi nemici e mettendo in difficoltà le manovre delle truppe. Alcune fonti contemporanee agli eventi riportano che Eugenio incontrò la stessa fine di Valentiniano II, morendo impiccato, mentre il Magister Militum Arbogaste scelse la via del suicidio. Lo storico della Chiesa Teodoreto di Ciro (Storia Ecclesiastica, V, 24, 11-14) scrisse che

“Quando gli eserciti si fermarono, La moltitudine dei nemici era di gran lunga superiore mentre quella schierata con l’imperatore si poteva facilmente contare tutta. Quando da una parte dall’altra si incominciò a scagliare giavellotti, i protettori mostrarono la verità delle loro promesse. Infatti, un forte vento, che si levò contro i nemici, volgeva indietro i loro dardi, i loro scudi, le loro lance e ogni loro lancio era inutile. Nessun oplita, nessun arciere, nessun peltasta poteva recare danno all’esercito dell’imperatore. Anche la polvere in quantità davvero eccessiva, spinta contro di loro, li costringeva a chiudere le palpebre e a proteggere le pupille. I soldati imperiali non ricevevano da quella tempesta nessun danno e uccidevano con coraggio i nemici. Questi, vedendo ciò e riconoscendo la protezione divina, gettarono le armi e supplicarono di ottenere dall’imperatore il perdono.”

La conclusione della seconda guerra civile combattuta da Flavio Teodosio segnò l’ultimo capitolo della sua vita quale Imperatore, determinando anche l’ultimo, fatidico, momento di unità fra le due metà dell’Impero. Egli si spense il 17 gennaio del 395 d.C., decretando eredi i suoi due figli minori: Onorio, in Occidente, sotto la tutela del Magister Militum Stilicone, e Arcadio, in Oriente, sotto la tutela del Prefetto del Pretorio Rufino. Il 27 febbraio del 395, lo stesso Vescovo di Milano che ne aveva condannato la condotta, Ambrogio, ne officiò i solennissimi funerali. Divinizzato secondo l’antica tradizione pagana romana, la salma di Teodosio venne tumulata nella basilica degli Apostoli di Costantinopoli. Benchè nelle intenzioni di Teodosio la divisione dell’Impero aveva la stessa logica della riforma dioclezianea, cioè semplificarne l’amministrazione, la Pars occidentalis e la Pars orientalis avrebbero da quel momento in poi intrapreso storie e destini diversi.

 

 

 

Samuele Vasapollo

 

 

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