La campagna di Giuliano in Oriente: l’ultima grande offensiva di Roma

La campagna di Giuliano in Oriente: l’ultima grande offensiva di Roma

“Lo scopo di un Impero giusto é il benessere e la sicurezza dei sudditi” Flavio Claudio Giuliano, detto l’Apostata

Il 5 marzo del 363 d.C. l’imperatore Giuliano, più comunemente noto come “l’Apostata”, partì da Antiochia alla testa di un poderoso esercito verso Oriente per affrontare e sconfiggere l’eterno nemico di Roma: i Persiani.

La peculiarità del brevissimo regno di questo sovrano, ultimo esponente della seconda dinastia Flavia e della stirpe di Costantino, fu certamente un ritorno al passato sotto molteplici punti di vista.

Ben noto è che Giuliano sia stato l’ultimo Cesare dichiaratamente pagano in un’epoca dove il cristianesimo, pur essendo ancora a livello giuridico solo uno dei tanti culti religiosi sparsi per l’Impero, stava acquistando una sempre maggiore influenza a livello politico, non rimanendo più circoscritto agli strati sociali più bassi della popolazione, ma anzi attirando a sé notabili e aristocratici.

Giuliano, come testimoniano i suoi scritti giunti fino a noi, da uomo di grande spiritualità quale era, reinterpretò e rinnovò i precetti religiosi tradizionali ed arricchì il pantheon degli dei, aggiungendovi il culto neoplatonico dell’Uno, origine dell’universo e sovrapponibile al Sol Invictus introdotto da Aureliano nel III secolo per celebrare la ritrovata unità dell’Impero.

Del resto, la forza di Roma aveva sempre risieduto nella sua capacità di assimilare ogni cultura che rientrasse nella propria orbita territoriale e da qui derivava una grande tolleranza, tuttavia su due aspetti non si poteva transigere: l’obbligo di ottemperare alle leggi e quello di omaggiare la sacralità dell’imperatore.

Una ricetta che aveva sempre funzionato con tutte le comunità, ivi inclusa quella ebraica, chiusa e non dedita al proselitismo, tranne che con i cristiani, portatori di un messaggio valoriale universale che postulava il riconoscimento dell’unico vero Dio e di Cristo suo figlio quale Salvatore dell’intera umanità.

Non è un mistero che verso i “Galilei” Giuliano nutrisse un sentimento di irrisione misto a vero disprezzo, anche per via dei lutti familiari che aveva subito fin dalla più tenere età.

D’altra parte, a lui che era profondo amante della cultura ellenica, ultimo vero imperatore filosofo e raffinato intellettuale come Marco Aurelio e Adriano prima di lui, i dogmi cristiani non potevano che apparire manifestamente illogici e irragionevoli, tranne invero la castità che Giuliano praticò assiduamente, interpretando in modo rigido quella del sovrano come una vera e propria missione votata alla morigeratezza, allo studio, alla politica e alla tutela dei sudditi.

Egli era intriso di grecità fino al midollo e un indizio di questo stava proprio nella sua barba, tipica degli intellettuali dell’Ellade e tratto distintivo, peraltro, della dinastia degli Antonini.

Ad Antiochia, dove la popolazione era in gran parte cristiana, proprio il suo aspetto poco curato e la lunga barba gli procurarono l’antipatia e lo scherno della gente del luogo cui, però, egli seppe rispondere con ironia, componendo la satira Misopogon o L’odiatore della barba.

Certamente, il clima poco ospitale che lo circondava contribuì ad accelerare i preparativi della spedizione contro la Persia.

Inoltre, per Giuliano vincere quella guerra ed ottenere il titolo di “Partico” significava emulare le gesta di Traiano e, soprattutto, dell’eroe greco più conosciuto dopo Achille, ossia Alessandro Magno.

In questa impresa militare, attuata in piena Età tardo – antica, per l’ultima volta nella sua storia l’Impero di Roma non apparve più sulla difensiva. Difatti, la massima estensione territoriale Roma l’aveva raggiunta nell’anno 117 alla morte dell’optimus princeps Traiano, il cui successore Adriano, tolta la parentesi della terza guerra giudaica, si dedicò esclusivamente al rafforzamento dei confini e alla preservazione dei territori già inglobati. Emblema di questa nuova politica fu la costruzione di ben due Valli in Britannia, quello di Adriano prima e quello di Antonino Pio dopo.

Il sapiente Marco Aurelio, com’è noto, morì stroncato dalla peste antonina, che forse era vaiolo, nel 180 mentre si trovava a Vindobona, oggi Vienna, in procinto di assestare il colpo ferale alle tribù germaniche dei Quadi e dei Marcomanni con i quali, invece, il nuovo imperatore Commodo stipulò una pace al ribasso.

Superato il travagliato periodo dell’anarchia militare, quando i pretoriani nominavano un imperatore la mattina e lo assassinavano la sera per sostituirlo con un altro di loro gradimento, con l’ascesa al trono di Diocleziano nel 284 l’Impero riacquisì stabilità, e la riforma della “tetrarchia”, varata da Diocleziano stesso, evitò guerre civili, quantomeno fino alla sua abdicazione nel 305.

Nel IV secolo la macchina politico-amministrativa di Roma era irrimediabilmente corrotta ed era ormai irreversibile il passaggio dal principato al dominato, ovverosia ad una forma di governo caratterizzata da una potestà pressoché assoluta dell’imperatore secondo il modello delle monarchie orientali.

Costanzo II, figlio di Costantino e cugino di Giuliano, esercitò in pieno le sue prerogative costituzionali, ciononostante la sua indole crudele e paranoica non lo fecero mai amare dai sudditi. All’opposto Giuliano, mite e riservato, inviato come Cesare d’Occidente in Gallia, teatro di ripetuti saccheggi da parte degli Alamanni, si dimostrò contro ogni aspettativa un valente stratega e di questo suo genio militare diede prova nella battaglia di Strasburgo del 357, salvando l’Impero e neutralizzando la minaccia dei barbari in modo definitivo. Infatti, non contento del risultato raggiunto, oltrepassò il Reno e, giungendo quasi fino all’Elba, annientò ogni tribù che si rifiutava di sottomettersi a Roma. Ergo, già quando non era imperatore, Giuliano riportò in auge l’antica gloria militare romana, riaffermando la superiorità tattica nei confronti dei Germani e ripristinando la solidità del limes, diventato penetrabile e poroso, con la costruzione di nuove torri e fortezze ed il restauro di quelle in rovina.

Quando fu acclamato Augusto a Lutezia, oggi Parigi, artefici di questo ardito colpo di mano furono i suoi fedeli legionari che, per ordine di Costanzo, dovevano lasciare la Gallia e rinforzare il corpo d’armata che si stava formando per attaccare l’Impero Sasanide. La Persia, quindi, sia pure indirettamente, giocò un ruolo importante nel favorire la presa del potere da parte di Giuliano il quale, nel marzo del 363, era desideroso di chiudere una volta per tutte una partita geopolitica che si trascinava insoluta dai tempi di Giulio Cesare.

Vi erano state numerose guerre, talune volte avevano vinto i Romani, altre volte i Persiani, ma non vi era mai stato uno scontro davvero decisivo. Del resto, tornando all’epoca repubblicana, a Roma servirono ben tre guerre per avere la meglio su Cartagine la cui distruzione e il conseguente spargimento di sale sulle sue rovine segnarono simbolicamente il tramonto del predominio punico sul Mediterraneo. Se i cartaginesi non fossero stati annientati, Roma non sarebbe mai potuta diventare padrona incontrastata del Mare nostrum, assumendone e mantenendone il controllo con ben undici flotte, e non sarebbe mai sorto l’Impero.

Intenzione di Giuliano era quella di ribadire il primato di una sola superpotenza, quella romana e, per questa ragione, si avventurò nelle sabbie dell’odierno Iraq da dove non sarebbe più tornato.

L’armata al suo comando era davvero imponente: nella sua Storia nuova Zosimo parla di ben 12 o 13 legioni con più di 65.000 uomini cui si aggiungevano mille navi onerarie con viveri e armi, 50 navi da guerra e altre 50 con il materiale necessario alla costruzione di ponti.

La strategia messa a punto da Giuliano era efficace sulla carta e prevedeva una manovra a tenaglia. Partendo da Carre, dove nel 53 a.C. Marco Licinio Crasso aveva trovato la morte in battaglia proprio per mano dei Parti, Giuliano stesso con metà delle truppe si sarebbe diretto a sud, lungo il fiume Eufrate, verso la capitale nemica Ctesifonte. Allo stesso tempo, suo cugino Procopio, con l’altra metà dell’esercito, sempre da Carre, invece, sarebbe andato a nord-est in Armenia per convincere re Arsace a scendere in campo al fianco dei Romani. A quel punto, avrebbe ridisceso il Tigri e, ricongiuntosi a Giuliano, avrebbero lanciato insieme l’assalto finale a Ctesifonte, chiudendola in una morsa letale.

A livello organizzativo, le truppe di fanteria romana formavano dei quadrati, supportai ai fianchi da 1500 exploratores o cavalieri con compiti di ricognizione e di protezione dell’avanzata. L’ala destra dell’esercito era guidata dal generale Nevitta, già luogotenente di Giuliano in Gallia, e quella sinistra, invece, dal magister peditum Arinteo e dal disertore, nonché principe persiano, Ormisda, fratello di re Sapore II. Da ultimo, in retroguardia vi erano Dagalaif, alto ufficiale di origine gotica, il generale cristiano Vittore e Secondino, duca di Osroene, mentre l’imperatore stava al centro dello schieramento, attorniato dagli aquiliferi il cui vessillo era stato messo al bando da Costantino, ma poi reintrodotto da Giuliano.

Questi ottenne due importante vittorie, espugnando Pirisabora, città fortificata posta a difesa di Ctesifonte e circondata da una doppia cinta muraria, poi un’altra roccaforte, Maiozamalcha ed infine, alla metà di maggio, l’armata giunse in vista della capitale persiana, preceduta dal Naharmalcha, il celebre canale che univa il Tigri e l’Eufrate e di cui la flotta romana prese subito possesso.

Il 29 maggio 363, davanti alle mura di Ctesifonte, si consumò una battaglia che fu per Giuliano, come per l’Impero di Roma, il canto del cigno: attraversato il Tigri a bordo delle navi e sbarcate sulla riva opposta, le truppe incontrarono subito una strenua resistenza da parte dei Persiani, incalzati per diverse ore prima di essere costretti a ripiegare in città sotto la pressione dei legionari che, galvanizzati dal loro imperatore che combatteva al loro fianco in prima fila, facevano quadrato contro la cavalleria e gli elefanti nemici. Ammiano Marcellino, testimone oculare dei fatti, riporta delle cifre che parlano da sole: 2500 Persiani morti e appena 70 vittime tra i ranghi romani, dunque una vittoria completa. Giuliano ormai sentiva di essere a un passo dal prendere Ctesifonte, tuttavia i suoi piani favolosi dovettero presto fare i conti con la dura realtà.

I parallelismi di certo non mancano. Dopo la battaglia di Canne del 2 agosto 216 a.C. Annibale decide prendere quartiere a Capua, trascorrendovi diversi mesi passati alla storia come “gli ozi di Capua”. Sbaragliati i Romani sul fiume Trebbia, sul lago Trasimeno e infine a Canne, egli é pronto nello spirito ad assediare Roma e a distruggerla una volta per tutte ma, sul piano pratico, non può farlo vista la mancanza di uomini e mezzi necessari allo scopo, nonché di rifornimenti che da Cartagine tardano ad arrivare. Venti secoli dopo, nel 1812, Napoleone fa il suo ingresso a Mosca, dopo aver riportato a Borodino una vittoria tattica ancorché strategicamente non decisiva contro le truppe dello zar, e già assapora la vittoria, può stringerla in pugno, eppure ignora che per lui é l’inizio della fine. La capitale russa è abbandonata, spettrale, nessuno si è precipitato in strada per accogliere trionfalmente l’imperatore dei Francesi come a Vienna o a Berlino anni prima e, nel cuore della notte, pochi individui danno fuoco alle polveri e alle micce ben nascoste, facendo divampare un incendio che avvolge la capitale russa e ricopre di cenere i sogni di gloria di Bonaparte. Oppure potrebbe citarsi l’episodio biblico di quando Dio, parlando a Mosè, gli rivela che avrebbe visto da lontano la terra promessa, ma non vi avrebbe mai messo piede.

Orbene, Giuliano poteva fregiarsi delle sue vittorie e scrutare gli imponenti bastioni della capitale persiana, però non poteva oltrepassarli. Le difese erano troppo ben congegnate per superarle se non con un lungo assedio che i Romani non potevano materialmente sostenere, considerando altresì che Sapore II non aveva messo in campo il grosso dell’esercito e, da ultimo, che Procopio e Arsace non erano ancora giunti dall’Armenia con i restanti 30.000 uomini che costituivano la metà dell’intera armata giulianea.

Il resto della storia é ben noto: la folle decisione dell’imperatore di bruciare le sue navi per non farle cadere in mano nemica, la ritirata verso nord, le continue scaramucce con i Persiani che, adottata la tecnica della guerriglia, attaccavano le colonne romane in marcia e subito ripiegavano e, infine, proprio in uno di questi scontri il lancio del giavellotto che ferì mortalmente Giuliano.

Il successore Gioviano, politicamente inesperto e di fede cristiana, concluse con i Parti un mortificante trattato di pace che obbligava Roma non solo a cedere cinque province ad est del Tigri e quindici fortezze in Mesopotamia, ma anche a cessare la sua tradizionale politica di influenza sull’Armenia, Stato – cuscinetto tra l’Impero romano e quello sasanide.

Sembra quasi un segno del Fato che la battaglia di Ctesifonte, ultima grande vittoria di Giuliano e della stessa Roma in Oriente, sia avvenuta proprio il 29 di maggio, giacché in quello stesso giorno del 1453 l’esercito turco guidato da Maometto II avrebbe espugnato Costantinopoli, conquistando l’ultimo lembo di terra bizantina e ponendo così fine all’esistenza dell’Impero romano d’Oriente.

 

Bibliografia

Mario Spinelli, “Il pagano di Dio. Giuliano l’Apostata. L’imperatore maledetto” – Marcianum press

 

Dr. Jacopo Bracciale